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Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica

Editoriale

di ALESSANDRO FERRARA

L’analisi d’intelligence è sempre stata una disciplina liminale, sospesa tra l’urgenza dell’azione e la profondità della comprensione, tra la pressione del presente e la necessità di guardare oltre l’orizzonte. Per lungo tempo le è stato rimproverato di non essere abbastanza pragmatica, oppure, all’opposto, le si è attribuita una capacità quasi oracolare di spiegare e predire tutto. In realtà, l’analisi ha incessantemente cercato una sua via originale, flânerie tra le strettoie dell’agire, muovendosi con passo leggero e, nondimeno, determinato tra vincoli operativi, intuizioni teoriche e un crescente dialogo con il mondo accademico. Oggi quella via non è più un sentiero laterale ma è diventata la strada maestra.

L’analisi è il luogo in cui il futuro viene pensato prima che accada. Non è soltanto un’attività tecnica, né un esercizio di classificazione: è un laboratorio cognitivo, un’officina in cui si sperimentano metodi, s’interpretano segnali e si anticipano scenari. In un mondo attraversato da crisi simultanee, accelerazioni tecnologiche, vulnerabilità economiche e narrazioni che deformano la realtà, l’intelligence non può più limitarsi a osservare. Deve capire, connettere e prevedere. E deve farlo con una consapevolezza nuova. La complessità non è un ostacolo, è il terreno stesso su cui è in gioco la sicurezza delle democrazie.

La qualità dell’intelligence dipende, certo, dalle architetture istituzionali, tuttavia ancor di più dai processi quotidiani attraverso cui l’analisi viene prodotta, discussa e migliorata. Deriva dalla volontà dei decisori di fidarsi dell’analisi apprezzandone la funzione critica: presentare non certezze ma orientamenti robusti, contestualizzati e trasparenti. È questo il filo rosso che unisce i contributi del Focus (più ricco del solito) di questo apposito doppio numero, che si susseguono senza soluzione di continuità come tappe di un unico percorso di approfondimento.

Con il nome de plume di al-Basir, l’autore del Punto di vista apre il nostro cammino ricordando che l’analisi è una pratica «ermeneutica applicata del rischio e della minaccia», un dialogo costante tra dati e categorie, tra ciò che accade e ciò che siamo in grado di osservare. Attraversando Immanuel Kant, Karl Popper e Hans-Georg Gadamer, mostra come l’analista sia un “soggetto situato”, immerso in un orizzonte culturale e istituzionale che plasma il suo sguardo. La sua forza non risiede in una verità incontrovertibile; piuttosto nella «robustezza epistemica del processo» analitico, nel produrre una conoscenza contestualizzata e mai definitiva, utile a un decisore che ne riconosca il valore strutturale.

Su questa base s’innesta il contributo del professor Claudio Cioffi-Revilla, che colloca l’analisi nel dominio delle scienze sistematiche. L’intelligence diviene una disciplina rigorosa, replicabile, fondata su domande chiare, ipotesi alternative, triangolazione delle fonti, tecniche strutturate e valutazioni probabilistiche. Eppure, l’autore va oltre la semplice applicazione di metodi: Cioffi-Revilla illustra come l’analisi sia, in realtà, un processo di modellizzazione del reale, un tentativo di trasformare la complessità in conoscenza operativa attraverso cicli iterativi che riducono progressivamente l’incertezza. La sua prospettiva sistemica non è un esercizio accademico ma un invito a considerare l’intelligence come una scienza dell’interdipendenza, in cui ogni fenomeno — politico, economico, militare, sociale — è parte di un ecosistema più ampio. Per questo distingue con precisione i due piani dell’analisi: quello strategico, che guarda ai cambiamenti di lungo periodo, alla gestione del multirischio e alla coerenza delle scelte multisettoriali, e quello operativo, che sostiene l’azione sul campo e lo sfruttamento delle opportunità fugaci o la mitigazione delle minacce imminenti. I due livelli non sono compartimenti stagni perché sono due facce della stessa architettura cognitiva, unite da un linguaggio comune fatto di metodi, metriche, simulazioni, feedback loop. La scientificità dell’analisi non consiste nel predire il futuro, ma nel rendere trasparente il percorso che porta a una valutazione e a un giudizio, quali alternative sono state considerate, quali ipotesi scartate e quali incertezze rimangono.

Il professor Alberto Pagani prosegue rifiutando ogni concezione “oracolare” dell’analista e propone un modello fondato su rigore metodologico, trasparenza procedurale e responsabilità professionale. L’analisi deve suggerire orientamenti situazionali affidabili, costruiti attraverso procedure verificabili, tracciabilità dei passaggi logici e consapevolezza dei limiti cognitivi. L’invito ad aderire a un approccio popperiano — formulare congetture e tentare di confutarle — è un antidoto ai bias e un modo per rendere l’analisi un processo dinamico, non dogmatico. Inoltre, Pagani apre la cassetta degli attrezzi analitica, rivelando come le tecniche strutturate non siano un orpello metodologico, bensì un dispositivo di disciplina mentale. Dalle matrici dell’analisi delle ipotesi competitive all’analisi delle forze motrici, dalle mappe concettuali ai metodi di Red teaming, dalle analisi delle implicazioni alle tecniche di costruzione degli scenari, ogni mezzo serve a rendere espliciti assunti, alternative, incertezze. Le tecniche strutturate, senza sostituire il giudizio, lo rendono più trasparente, controllabile e comunicabile. Sono, in fondo, un esercizio di umiltà epistemica, un modo per ricordare all’analista che il mondo è più grande delle sue intuizioni.

Segue il professor Andrea Molle che introduce la prospettiva della complessità dei sistemi. Oggi l’analisi deve confrontarsi con ecosistemi dinamici in cui attori, incentivi e reti interagiscono in modo non lineare. L’autore evoca la complessità per poi attraversarla, sezionarla e renderla leggibile. Simulazioni e analisi dell’attore e delle reti sono strumenti che servono per semplificare il reale ma anche a molto altro. Essi, in primo luogo, devono far emergere ciò che altrimenti resterebbe invisibile: dinamiche emergenti, fragilità sistemiche ed effetti di retroazione. Il suo saggio si concentra anche sulle difficoltà di coordinamento tra le componenti operative e analitiche del Sistema d’intelligence, criticità che non sono incidenti organizzativi, ma proprietà strutturali dei sistemi complessi. È qui che Molle introduce una delle proposte più innovative del numero, la peer review analitica come meccanismo rigoroso di controllo tra pari (operativi e analisti con diverse competenze). Non un giudizio, non un audit, si tratta di un dispositivo di apprendimento collettivo, un luogo in cui le analisi vengono discusse, messe alla prova, arricchite da prospettive diverse. La revisione tra pari diventa, pertanto, un modo per rafforzare la qualità dei prodotti, favorire il pluralismo metodologico e consolidare una cultura professionale orientata al rigore. Molle estende poi la riflessione ai modelli organizzativi, mostrando come la complessità richieda strutture più flessibili, più adattive, più “mission-centriche”. La peer review, insieme a un uso più maturo delle tecniche di simulazione e dei metodi della complessità, può sostenere processi d’integrazione inter-Agenzia, ridurre attriti, creare un vocabolario comune. La formazione si fa dunque elemento dirimente e consente la trasmissione di competenze e la costruzione di una comunità del sapere capace di leggere il mondo con strumenti condivisi.

Le dottoresse Annaclara De Tuglie e Martina Locarni dell’Università degli Studi di Milano – La Statale spostano lo sguardo sull’analisi criminale, dove la mafia — fenomeno sommerso e non direttamente osservabile — impone una postura epistemica capace di coniugare rigore e immaginazione. Per le autrici, l’analisi assomiglia a un «medico di campagna» che interpreta sintomi, segnali deboli e tracce indirette. L’integrazione tra metodi qualitativi e quantitativi non è una giustapposizione, piuttosto un dispositivo inferenziale che rafforza la capacità d’interpretare fenomeni costruiti per rimanere nell’ombra. Nella parte finale del loro scritto, le autrici aprono una finestra preziosa sulla ricerca ambientale e territoriale, illustrando come l’analisi criminale non possa prescindere da una comprensione profonda dei contesti materiali. Lo sfruttamento del lavoro agricolo, le infiltrazioni mafiose nella filiera agroalimentare e le vulnerabilità socio-istituzionali dei territori rurali richiedono un’analisi che sappia leggere il suolo, le colture, la stagionalità e le reti informali di potere. La ricerca ambientale muta in un’“archeologia del presente” in cui l’analista scava nei paesaggi, nelle pratiche quotidiane e nelle microdinamiche locali per ricostruire ciò che non appare. Le autrici ricordano, inoltre, la necessità di una dottrina della ricerca, un insieme di principi, approcci e metodologie che guidino l’analista sul campo. Non basta raccogliere dati, occorre sapere come entrarvi in relazione, interpretarli e restituirli in modo solido sotto gli aspetti etici e scientifici. La ricerca va vista come un atto di co-costruzione del significato in cui l’analista non osserva dall’esterno, ma partecipa — con prudenza, metodo e responsabilità — alla vita dei contesti che studia.

L’avvocato dello Stato Carlo Maria Pisana affronta il fenomeno del jihad mediatico come modello criminale innovativo, in cui ideologia, tecnologia e organizzazione si fondono in forme fluide e decentralizzate. Il radicalismo islamista costruisce comunità emotive, immaginari transnazionali, modelli aspirazionali. La sfida è, da una parte, contrastare contenuti e, dall’altra, comprendere i meccanismi culturali e psicologici che li rendono efficaci. La comunicazione jihadista è un terreno simbolico e performativo in cui si gioca una partita decisiva del conflitto contemporaneo. Per capirla in termini sociologici e contrastarla in sede giudiziaria è necessario un inesausto affinamento di chiavi di lettura che siano flessibili e allo stesso tempo rigorose.

Il professor Roberto Paura e la dottoressa Carolina Facioni (Istituto nazionale di statistica) richiamano l’attenzione sul futuro, sui segnali deboli come prime avvisaglie di cambiamenti potenzialmente dirompenti. Ci sono futuri che non arrivano all’improvviso: sussurrano. L’Horizon scanning, in questo senso, è un esercizio di lettura anticipatoria che richiede metodo, pluralità di fonti, competenze interdisciplinari e abilità nel distinguere un segnale da un’allucinazione. Con forza emerge, pertanto, l’idea che l’“anticipazione” sia un processo collettivo, un ecosistema che respira, apprende e si corregge invece che un atto solitario. Paura insiste sulla necessità di una dottrina dell’anticipazione, una grammatica condivisa che permetta di riconoscere, classificare, valutare e, soprattutto, agire sui segnali deboli. Perché il vero problema non è rilevarli: è decidere cosa farne. Le organizzazioni, ricordano gli autori, spesso falliscono non per mancanza di segnali, bensì per incapacità di leggerli o per inerzia istituzionale. Inoltre, Facioni aggiunge una dimensione più sensibile, quasi poetica, ricordando che i segnali deboli sono semi di futuro minuscoli, spesso relegati nelle anomalie statistiche, nei dettagli che nessuno guarda. Per identificarli serve una sensibilità che non è solo tecnica, ma culturale e che valorizzi l’immaginazione di scenari quando i dati sono muti e la lettura del movimento prima che diventi onda. L’“anticipazione” è così un esercizio di cura, come coltivare il futuro anteriormente alla sua manifestazione, proteggere ciò che ancora non esiste e preparare il campo per ciò che potrebbe accadere.

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Superate le Colonne d’Ercole del Focus, il percorso si apre a ulteriori dimensioni del sistema Paese. Non semplici appendici tematiche, esse sono estensioni naturali del discorso sull’analisi in cui la postura analitica si misura con sfide che vanno oltre il dominio strettamente informativo. 

Il professor Antonio Teti ci conduce nel territorio più fragile e più esposto del nostro tempo, quello dell’intelligenza artificiale (IA). La sua riflessione è antropologica oltre che tecnica. L’IA non è più uno strumento: è una soglia, una linea sottile e mobile che separa la facoltà umana di comprendere il mondo dalla possibilità che siano le macchine a interpretarlo per noi. Nel campo dell’intelligence quella soglia è ancora più delicata e non è possibile sbagliare. Qui, infatti, l’errore non è un incidente perché può essere una ferita geopolitica, un bersaglio sbagliato, una vita spezzata. L’IA promette di ampliare lo sguardo dell’intelligence, d’individuare pattern invisibili, di collegare segnali sparsi in un’unica trama. Nondimeno, ogni promessa nasconde in sé l’ombra di bias algoritmici, distorsioni silenziose, automatismi che trasformano un sospetto in una certezza. L’IA accelera tutto, anche l’errore. E perciò, mentre Sigint, Techint e Vhumint si fondono in un ecosistema ibrido di sensori, reti neurali e identità digitali, Teti ci avverte del rischio che la supervisione umana diventi un gesto rituale, un timbro su decisioni già prese da sistemi opachi. Il futuro dell’intelligence, suggerisce, è una questione di civiltà prima ancora che di tecnologia.

Il professor Alberto Vannucci affronta un’altra forma di opacità, quella della corruzione. Un fenomeno che opera nell’ombra anche se i suoi effetti sono fin troppo visibili. Come ricordava Dante Alighieri, essa è «mirabilmente oscura», nascosta nelle sue dinamiche, evidente nelle sue conseguenze. Vannucci chiarisce come la corruzione sia un sistema di relazioni, regole informali e scambi occulti che nel tempo acquisisce stabilità, capacità di autorigenerazione e una sorprendente coerenza interna, anziché un insieme di episodi isolati. Quando quel sistema s’intreccia con settori sensibili dello Stato, il rischio è sia l’abuso individuale sia la compromissione sostanziale delle funzioni pubbliche. La corruzione diviene vulnerabilità operativa, esposizione a interferenze esterne e distorsione delle priorità istituzionali. In un contesto globale segnato da concentrazioni senza precedenti di potere economico e informativo, la lotta alla corruzione è un presidio della qualità democratica più che un’esigenza amministrativa.

La professoressa Claudia Astarita ci porta invece in Asia nord-orientale, dove si sta consumando un processo silenzioso e rapido che ridisegna gli equilibri regionali. Mentre l’attenzione internazionale si concentra sull’asse Mosca-Pyongyang, la Cina consolida in modo sistematico la propria influenza sull’Estremo Oriente russo. La concessione del diritto di transito sul Fiume Tumen, il ripristino dei toponimi cinesi nelle mappe ufficiali e la crescente dipendenza economica e logistica della Russia sono segnali inequivocabili di un riequilibrio strutturale. La Cina non ha bisogno di rivendicazioni esplicite, normalizzando nomi, attivando reti accademiche e integrando economie. La sua influenza cresce come una marea lenta e inesorabile. La Guerra in Ucraina, paradossalmente, sta aprendo a Pechino spazi che Mosca non può più controllare. L’articolo rammenta che il vero cambiamento geopolitico generato dalla guerra non sta avendo luogo in Europa, bensì lungo il confine orientale della Russia, dove si sta definendo un nuovo equilibrio destinato a influenzare la sicurezza regionale e globale per decenni.

Il professor Guglielmo Chiodi propone un approfondimento radicale sulla natura dell’economia contemporanea, mettendo in discussione l’idea che ogni Paese costituisca un «sistema economico» autosufficiente. Nessuna economia nazionale, spiega Chiodi, è mai stata in grado di riprodurre integralmente i beni necessari alla propria sopravvivenza materiale. La nozione di “sistema economico” viene ricondotta alla sua dimensione reale, a un insieme organico di processi interdipendenti, la cui vitalità dipende da merci «produttivamente indispensabili». L’efficace metafora del «serpente magmatico» rende l’idea di un’economia che si estende oltre i confini statuali, modificando aspetto e geografia in funzione delle risorse necessarie alla sua sopravvivenza. Le relazioni economiche internazionali sono dominate da rapporti di forza, pratiche non cooperative, forme di egemonia. Comprendere che nessun Paese è un sistema chiuso significa accettare la debolezza fondamentale delle economie nazionali e la necessità di leggere i fenomeni economici come parte di una rete globale d’interdipendenze, competizioni e potenziali conflitti. È un invito a superare la visione rassicurante dell’autosufficienza e ad ammettere che la sicurezza economica è sempre più una questione di accesso, dipendenza, pressione e resilienza.

Il contributo di Gianluca Falanga ci riporta nel cuore della storia dell’intelligence, ricostruendo la natura e l’evoluzione del sistema informativo della Stasi. Non solo un apparato repressivo, bensì un sofisticato laboratorio di gestione dei dati e di controllo sociale. Dagli anni Sessanta, con la creazione della Zentrale Auswertungs-und Informationsgruppe, la Stasi intraprese un percorso di professionalizzazione ispirato alla cibernetica al fine di prevedere, prevenire e neutralizzare ogni sussulto di dissenso. Un sistema che ambiva a plasmare la società, quest’ultima vista come un organismo da monitorare e correggere in tempo reale. Falanga racconta come la Stasi fosse, paradossalmente, un’anticipazione analogica delle moderne architetture di sorveglianza, un sistema che cercava d’integrare informazione, analisi e intervento in un unico circuito. Tuttavia, la sua stessa ambizione divenne il suo limite. L’enorme mole di notizie, la rigidità burocratica, l’incapacità di cogliere i mutamenti sociali finirono per travolgerla. È un monito per il presente, perché nessun sistema informativo, per quanto sofisticato, può sostituire la comprensione umana dei contesti.

Il professor Luigi Loreto ci trasporta a Simla, nel 1903, dove lord Kitchener organizzò il primo war game operativo della tradizione militare britannica. Non mero esercizio accademico, era inteso come uno strumento di pianificazione in un momento cruciale per la sicurezza dell’India britannica. Il “war game di Simla” rappresentò una svolta. Per la prima volta la simulazione veniva impiegata per valutare scenari operativi complessi, in un contesto segnato dal timore di un’avanzata russa attraverso l’Afghanistan. Pur con limiti evidenti, l’esperimento testimoniò un cambio di paradigma dottrinario che valorizzava la simulazione come dispositivo politico oltre che tecnico, capace di orientare decisioni, influenzare priorità, sostenere proposte di riforma dell’Esercito indiano. Loreto mostra come, già allora, la simulazione fosse un modo per pensare l’impensabile, per esplorare scenari non ancora reali ma potenzialmente decisivi. Una lezione che risuona ancora oggi, nell’epoca dei modelli predittivi e delle simulazioni computazionali.

Infine, le rubriche culturali offrono uno sguardo complementare sui debiti che l’intelligence ha nel tempo maturato rispetto alle varie forme di saperi letterari, storici e cinematografici.

Viviana Castelli ricostruisce la tradizione degli apocrifi italiani di Sherlock Holmes, rivelando la capacità del personaggio di Conan Doyle di essere espediente narrativo per interpretare identità locali, enigmi storici e immaginari nazionali. Holmes veste i panni di agente segreto, mediatore culturale, protagonista di vicende politiche e spionistiche: un prisma attraverso cui leggere l’Italia e le sue ombre.

Lorenzo Nuzzo esamina la «gamificazione» della guerra nel cinema e nei videogiochi, facendo luce sul modo in cui il conflitto moderno sia filtrato da simulazioni digitali, interfacce e mondi virtuali. La guerra è ormai un «testa a testa d’immagini», un territorio in cui reale e virtuale si sovrappongono, trasformando il combattimento in un’esperienza estetizzata e anestetizzata. L’autore esplora il rapporto tra rappresentazione, conflitto e costruzione narrativa, mostrando come la cultura contemporanea utilizzi figure letterarie, media digitali e dispositivi simbolici per interpretare fenomeni complessi come lo spionaggio, la guerra e la sicurezza.

Nel loro insieme, questi contributi ricordano che l’immaginario non è un mero riflesso del reale ma un laboratorio in cui si sperimentano linguaggi, si costruiscono identità e si elaborano tensioni collettive.

Da tutte queste voci emerge una verità semplice e potente. L’analisi d’intelligence è il laboratorio del futuro. È il luogo in cui metodo e immaginazione s’incrociano, in cui la scienza dialoga con la cultura, in cui la tecnologia incontra l’etica, in cui il passato illumina il presente e il presente tenta di anticipare ciò che ancora non è.

È un esercizio di responsabilità verso la democrazia, verso la sicurezza collettiva e verso la comprensione profonda del reale.

Benvenuti nel laboratorio del futuro!


La Redazione esprime il proprio cordoglio per la triste notizia della scomparsa del professor Dario Antiseri (1940-2026). Filosofo di fama internazionale, autore del volume Intelligence e metodo scientifico (con Adriano Soi, 2013) e collaboratore della Rivista (Società aperta – Società chiusa, n. 3/2019), ha a lungo e con profitto riflettuto su molti dei temi discussi nel presente numero doppio di GNOSIS.
Tempus fugit. In concomitanza con il raggiungimento del traguardo del pensionamento, dopo mezzo secolo, cominciato tra le mura della Scuola militare “Nunziatella”, al servizio delle istituzioni della Repubblica, colgo l’occasione per salutare tutti coloro che hanno visto in GNOSIS una lampara di conoscenza in questi tempi agitati e di profonde trasformazioni: autori, lettori e collaboratori, che nel tempo hanno consentito la felice integrazione della tradizione e dell’innovazione, entrambe necessarie per garantire all’intelligence la sua identità dinamica e sempre competitiva. Ringrazio il Direttore generale per la fiducia espressa, il Direttore editoriale per la stretta collaborazione e gli amici della Redazione che infaticabilmente hanno curato l’editing e la promozione della Rivista nell’infosfera. Sono convinto che i progetti in fieri potranno trovare la giusta realizzazione sotto una nuova direzione.