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L‘INVASIONE INVISIBILE. LA CINA IN ESTREMO ORIENTE

#SCENARI GEOPOLITICI

di CLAUDIA ASTARITA

ABSTRACT Mentre i riflettori globali puntano sull’ipotetico asse Mosca-Pyongyang, nell’ombra si consuma un cambiamento epocale: la Cina sta ridisegnando silenziosamente la mappa dell’Estremo Oriente. Approfittando dell’isolamento russo, Pechino ha ottenuto una concessione storica sul Fiume Tumen e imposto il ritorno dei toponimi cinesi sulle carte ufficiali, trasformando Vladivostok in Haishenwai. È il prezzo occulto della Guerra in Ucraina: mentre Vladimir Putin cerca sicurezza a Ovest, cede sovranità strategica a Est. L’articolo analizza questo “revisionismo silenzioso”, svelando come Xi Jinping stia trasformando la Russia in un partner vassallo per proiettare la potenza cinese nel Pacifico settentrionale, senza sparare un solo colpo.

Il 19 giugno 2024, le immagini di Vladimir Putin accolto a Pyongyang da una folla oceanica e da un raggiante Kim Jong-un hanno fatto il giro del mondo. I media occidentali si sono concentrati sull’ottica immediata: il patto di mutua difesa, la fornitura di proiettili d’artiglieria per il fronte ucraino, la rottura dell’isolamento diplomatico russo. Tuttavia, limitare l‘analisi alla contingenza tattica rischia di oscurare un riallineamento strutturale di più ampia portata che sta ridefinendo gli equilibri del Nord-Est asiatico. Dietro la parata di solidarietà tra Mosca e Pyongyang, si muove l‘attore che detiene il vero controllo strategico sull‘area: la Repubblica Popolare Cinese.

Secondo informazioni trapelate negli ambienti della ricerca, l’incontro non è servito solo a garantire munizioni a Mosca, ma a ratificare una concessione storica che la Russia aveva negato alla Cina per oltre un secolo: il diritto di transito illimitato sul Fiume Tumen. È un dettaglio che può sembrare tecnico, quasi burocratico, ma che nasconde una vittoria strategica capitale per Pechino. Ottenendo l’accesso alla foce del Tumen, la Cina guadagna uno sbocco diretto sul Mar del Giappone (o Mare dell‘Est, secondo la dizione coreana), bypassando la necessità di attraversare territori russi o nordcoreani con le proprie merci e, in prospettiva, con le proprie navi.

Il corso del Fiume Tumen, che, lungo 549 km, funge da confine tra la Cina, la Corea del Nord e la Russia (Peter Hermes Furian/Shutterstock).

Nel momento in cui questo accordo è stato siglato, la Guerra in Ucraina ha smesso di essere soltanto un conflitto europeo per la ridefinizione della sicurezza Nato, trasformandosi in una sorta di catalizzatore di un riassetto storico in Estremo Oriente. Isolata dall’Occidente, dissanguata da una guerra di logoramento e bisognosa della sponda economica cinese, Mosca si è ritrovata in una posizione di crescente dipendenza nei confronti di Pechino. La Russia dello zar, che nel XIX secolo strappò alla Cina imperiale la Manciuria Esterna approfittando della debolezza dei Qing, o ancora quella che si permise, nel dicembre 1949, di trattare Mao Zedong come un questuante ideologico e materiale, il “fratello minore” nel blocco comunista, oggi non esiste più. A 75 anni di distanza, la dinamica si è perfettamente ribaltata. La Russia si trova nella posizione del partner debole. E la Cina è pronta per approfittarne.

Questo articolo si propone di analizzare come Pechino stia capitalizzando la crisi russa per avanzare i propri interessi nazionali lungo il confine orientale, esaminando il ritorno delle rivendicazioni storiche sulla Manciuria, la questione strategica dell‘accesso al Mar del Giappone attraverso il Tumen e la complessa triangolazione con la Corea del Nord. In tale scenario, la Russia sembra costretta ad avallare tacitamente un revisionismo cartografico e strategico che prefigura un nuovo ordine in Asia Orientale, dove Mosca non è più un polo autonomo, ma una risorsa strategica per le ambizioni globali della Cina.

LE CICATRICI DELLA MANCIURIA E IL RITORNO DI HAISHENWAI

Per comprendere la portata di ciò che sta accadendo oggi, bisogna riavvolgere il nastro della storia fino alla metà dell‘Ottocento. La frontiera orientale tra Russia e Cina non è un semplice confine amministrativo, è una cicatrice aperta nella coscienza nazionalista cinese. Tra il 1858 e il 1860, attraverso il Trattato di Aigun e la Prima convenzione di Pechino, l’Impero russo approfittò di una Cina in ginocchio – devastata dalle Guerre dell’Oppio e dalla rivolta dei Taiping – per annettersi circa 600mila km2 di territorio. Quella regione, che i russi chiamano Primorye (“Litorale”) e che ospita la città di Vladivostok, per i cinesi è la “Manciuria Esterna”. Con quei trattati, la Cina perse l‘accesso al Mar del Giappone, venendo confinata nell‘entroterra continentale. Vladivostok, il cui nome russo significa “Dominatrice dell‘Oriente”, fu fondata proprio su quelle terre sottratte, a suggellare l‘ambizione imperiale zarista sul Pacifico.

Mappa della Central Intelligence Agency degli anni Sessanta che ricostruisce le acquisizioni russe dell’Ottocento a danno della Cina (Library of Congress Geography and Map Division Washington). In basso al centro, il corso del Fiume Tumen, confine tra la Cina, la Corea del Nord e la Russia. È visibile la russa Vladivostok (“Dominatrice dell‘Oriente”) sul Mar del Giappone. In alto a destra, la zona del Fiume Ussuri, luogo degli scontri di frontiera sino-russi del marzo-settembre 1969, e la città di Khabarovsk (in cinese Boli). A destra, l‘Isola di Sakhalin (in cinese Kuyedao).

Per decenni, il Partito comunista cinese (Pcc) ha mantenuto un approccio pragmatico alla questione. Dopo gli scontri di frontiera del 1969 sul fiume Ussuri, che portarono le due potenze comuniste sull‘orlo della guerra nucleare, si arrivò a una lunga distensione, culminata negli accordi di demarcazione del 2004 e del 2008. Ufficialmente, la disputa territoriale era chiusa. Per la Cina, solamente congelata fino al momento in cui condizioni favorevoli per riportarla all‘ordine del giorno non si sarebbero manifestate.

Il segnale che la “pace fredda” stesse per finire è arrivato nel febbraio 2023, un anno dopo l‘inizio dell‘invasione russa dell‘Ucraina. Il Ministero delle Risorse naturali cinese ha emanato una direttiva apparentemente tecnica, ma dal potenziale politico esplosivo: l’aggiornamento delle mappe ufficiali. Con questo documento veniva imposto l’uso dei nomi storici cinesi per otto località geografiche situate in territorio russo. Vladivostok non è più solo Vladivostok: sulle carte cinesi deve ora apparire obbligatoriamente come Haishenwai (“Baia dei cetrioli di mare”). L‘Isola di Sakhalin torna a essere Kuyedao; la città di Khabarovsk diventa Boli. Non si tratta di un vezzo folcloristico. Nella semantica del potere cinese, “rettificare i nomi” è il primo passo per rettificare la realtà. Questa mossa è arrivata in un momento di massima debolezza di Mosca. Il Cremlino, che in tempi normali avrebbe convocato l‘ambasciatore cinese per una protesta formale, ha taciuto. Il silenzio della Federazione di fronte alla ridenominazione delle sue città sovrane è la prova tangibile del nuovo rapporto di forza.

La direttiva del 2023 va letta in combinato con le recenti attività accademiche promosse dal Pcc. La Dalian Maritime University, nella Provincia del Liaoning, per esempio, ha aperto un centro di ricerca dedicato alle Isole Ryukyu (l‘arcipelago giapponese che include Okinawa). L‘obiettivo, neanche troppo velato, è studiare “l‘autentica storia” del popolo ryukyu, ponendo potenzialmente le basi per mettere in discussione la sovranità giapponese su quelle isole in futuro. Il China Ryukyu Research Institute dell’Università Normale del Fujian, invece, è da qualche mese impegnato nel progetto Rekidai Hoan (lo studio degli archivi reali), in collaborazione con l’Università delle Ryukyu a Okinawa. In questo caso, l’obiettivo è quello di far validare agli stessi ricercatori giapponesi le prove storiche dell’indipendenza dell'arcipelago e del suo legame privilegiato con la Cina. Il parallelismo è inquietante: la Cina sta costruendo un archivio legale e storico per contestare i confini stabiliti dalle potenze coloniali o dai vincitori della Seconda guerra mondiale. Se per Okinawa si tratta di una minaccia futura, per la Manciuria russa il processo è già in una fase operativa avanzata.

La narrazione ufficiale del Pcc rimane cauta: non si rivendica la sovranità politica immediata. Tuttavia, ripristinare i nomi cinesi serve a ricordare alla popolazione interna – e ai vicini russi – che quella terra è culturalmente e storicamente cinese. È una forma di “sovranità latente”. Mentre i soldati russi muoiono nel Donbass per spostare il confine verso ovest di qualche chilometro, a est i toponimi stanno tornando quelli della dinastia Qing, preparando il terreno per una penetrazione economica che renderà il confine politico, col tempo, irrilevante. La Russia mantiene la bandiera su Vladivostok, ma la Cina ne sta prendendo l‘anima commerciale e, presto, logistica.

IL TUMEN E LO SBOCCO SUL PACIFICO

Se la ridenominazione delle città russe rappresenta il livello simbolico e culturale della strategia cinese, la questione del Tumen ne costituisce il risvolto pragmatico e logistico. Questo corso d‘acqua segna il confine naturale tra Cina, Corea del Nord e Russia nel suo tratto finale, ma presenta un‘anomalia geopolitica che ha frustrato Pechino per generazioni: pur scorrendo lungo il confine cinese, il fiume sfocia nel Mar del Giappone in un punto dove la sovranità è divisa esclusivamente tra Russia e Corea del Nord. La Cina, di fatto, possiede la riva ma non lo sbocco al mare, bloccata negli ultimi 15 km prima della costa.

Per decenni, l‘accesso cinese all‘Oceano attraverso il Tumen è stato ostacolato non solo dalla geografia politica, ma anche da vincoli infrastrutturali deliberati. Il “Ponte dell‘Amicizia” tra Russia e Corea del Nord, costruito in epoca sovietica, è stato edificato con un‘altezza ridotta che impedisce il passaggio di navi mercantili di grande tonnellaggio. Questa barriera fisica ha servito a lungo gli interessi di Mosca: impedire alla Cina di sviluppare una rotta commerciale autonoma nel Pacifico settentrionale, costringendo le merci del nord-est cinese (province di Jilin e Heilongjiang) a transitare per i porti russi di Vladivostok o Nakhodka, o per quelli cinesi molto più a sud, come Dalian.

Il Ponte dell’Amicizia, terminato nel 1959, sorge a poche centinaia di metri dal triplice confine di Cina, Russia e Corea del Nord (in basso nella foto), segnato dal Tumen, e collega esclusivamente Russia (a sinistra) e Corea del Nord (a destra).

Questo equilibrio si è rotto dopo l‘inizio dell‘invasione dell‘Ucraina. Gli incontri sempre più frequenti tra Vladimir Putin e Xi Jinping, che a un certo punto hanno iniziato anche a includere la leadership nordcoreana, hanno permesso alla Cina di creare le condizioni per una svolta: la Russia ha acconsentito a garantire alla Cina un “diritto di transito senza limiti” sul basso corso del Tumen. L'accordo prevede non solo la semplificazione delle procedure doganali, ma implicitamente apre la strada a lavori infrastrutturali – inclusa la possibile modifica o ricostruzione del ponte ferroviario e il dragaggio del fondale – per rendere il fiume navigabile a navi di stazza commerciale.

L‘importanza strategica di questa concessione è capitale. Per la Cina, ottenere un accesso diretto al Mar del Giappone significa ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca e, soprattutto, creare una rotta alternativa che bypassa la “prima catena di isole” (Giappone, Taiwan, Filippine) pesantemente presidiata dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Uno sbocco sul Pacifico settentrionale permetterebbe alla marina cinese, sia mercantile che potenzialmente militare, di proiettarsi verso il Pacifico ma anche verso l‘Artico e le rotte polari senza dover attraversare stretti controllati da potenze ostili.

La Russia, concedendo tale accesso, rinuncia di fatto al suo monopolio logistico nella regione. È una mossa che Mosca aveva resistito a fare per tutto il periodo post-sovietico, temendo la concorrenza economica cinese ai danni dei porti del Primorye. La sua attuale acquiescenza è la misura esatta del suo bisogno di sostegno politico ed economico da parte di Pechino.

LA VARIABILE COREANA E LA GEOMETRIA DELLE ALLEANZE

Le conseguenze di questo cambiamento di equilibrio sul confine orientale non possono essere comprese appieno senza analizzare interessi e ambizioni della Corea del Nord. Recenti analisi mediatiche hanno posto grande enfasi sul “nuovo asse” Mosca-Pyongyang, evidenziato dall‘invio di truppe nordcoreane a sostegno dello sforzo bellico russo. Sebbene simile sviluppo sia drammatico, interpretarlo come una rinascita di un‘alleanza bipolare paritaria sarebbe un errore. La dinamica reale è una triangolazione complessa in cui la Cina rimane il vertice dominante.

L‘invio di soldati nordcoreani, tra l‘altro sollecitato dallo stesso Kim Jong-un e non dalla Russia, che al contrario inizialmente si era opposta a questa forma di collaborazione sul campo di battaglia ucraino, va letto come una mossa tattica dettata da necessità interne e di visibilità internazionale. Pyongyang cerca valuta pregiata, tecnologie missilistiche e, soprattutto, rilevanza politica. Inserendosi nel conflitto europeo, Kim ha tentato di alzare la posta in gioco in vista di una possibile ripresa dei negoziati con Donald Trump, sperando di arrivare a un futuro tavolo negoziale con un peso specifico maggiore, accreditandosi come attore capace d’influenzare la sicurezza globale e non solo regionale.

La posizione della Cina verso questo riavvicinamento russo-coreano è ambivalente, se non d’irritazione controllata. Xi Jinping non gradisce l‘instabilità che l‘attivismo di Kim Jong-un porta ai suoi confini, né apprezza la formazione di un blocco rigido che potrebbe giustificare un ulteriore rafforzamento delle alleanze militari a guida statunitense nel Pacifico (come il tridente Usa-Giappone-Corea del Sud). Pechino ha infatti chiarito a Mosca le sue linee rosse: il supporto russo alla Corea del Nord non deve alterare l‘equilibrio di sicurezza in modo tale da scatenare una crisi nella penisola. Come emerso da indiscrezioni diplomatiche, Xi ha persino chiesto a Putin di evitare visite a Pyongyang temporalmente troppo vicine ai vertici sino-russi, per non dare l‘impressione di un avallo cinese alle avventure militari di Kim. Allo stesso tempo, per tendere la mano a Kim Jong-un e confermare la serietà del sostegno cinese, da settembre 2024 nei comunicati ufficiali cinesi relativi alla Corea del Nord è sparita la parola “denuclearizzazione”. Pechino ha sostituito questo termine con concetti come “scambio di governance” e “amicizia tradizionale”, nel tentativo di normalizzare il silenzio sul nucleare nordcoreano trattandolo come una questione chiusa. Infine, non va dimenticato che la Cina rimane l‘unico vero “polmone” economico della Corea del Nord e il garante ultimo della sopravvivenza del regime. Su questo piano, il Pcc ha proposto di approfondire una sorta d’integrazione di basso profilo, che potrebbe però servire come valvola di sfogo per le sanzioni occidentali. In particolare, le provincie di Jilin e Liaoning stanno riattivando corridoi turistici, ferrovie e scambi postali, creando un'interfaccia civile e turistica che camuffa la ripresa del sostegno politico ed economico di Pechino. Ecco perché né Mosca né Pyongyang possono permettersi d’ignorare i desiderata di Pechino.

A complicare ulteriormente il quadro geopolitico interviene la memoria storica della Corea del Sud e la questione del Gando (o Jiandao in cinese). Si tratta di un‘area situata a nord del fiume Tumen, oggi parte della Provincia cinese di Jilin, ma storicamente abitata da una forte minoranza coreana e considerata da molti nazionalisti coreani (sia a Nord che a Sud) come terra ancestrale legata agli antichi regni di Goguryeo e Balhae. Sebbene Seoul non avanzi oggi rivendicazioni territoriali ufficiali per non compromettere i rapporti diplomatici, il tema rimane vivo nel dibattito accademico e pubblico sudcoreano.

Mappa del confine tra Corea del Nord, Cina e Russia e del Gando, nella Provincia di Jilin, a nord del Tumen.

La Cina è acutamente consapevole di questa “mina vagante” storica. Il timore del Dragone è che una Corea del Sud più assertiva possa rispolverare delle rivendicazioni in un momento di debolezza cinese. Questo spiega l‘urgenza di Pechino di consolidare il controllo fisico e demografico sull‘area di confine e di assicurarsi che l‘apertura russa sul Tumen avvenga alle sue condizioni, sigillando l‘area in una rete d’interessi economici cinesi che renda velleitaria qualsiasi futura contestazione territoriale da parte coreana. La strategia del Pcc è preventiva: integrare economicamente la regione per neutralizzarne il potenziale esplosivo etno-nazionalista.

ORIZZONTI STRATEGICI: LE ISOLE CURILI E IL “BASTIONE” DEL MARE DI OKHOTSK

L‘ultimo tassello di tale riassetto geopolitico riguarda l‘arco insulare che chiude il Mare di Okhotsk: le Isole Curili (o “Territori del Nord”, nella dizione giapponese). Questo arcipelago, conteso tra Mosca e Tokyo dalla fine della Seconda guerra mondiale, è diventato il teatro di un significativo riposizionamento strategico da parte della Cina, passato quasi inosservato ai media generalisti ma monitorato con estrema preoccupazione dalla Divisione per la politica di sicurezza nazionale del Ministero degli Esteri giapponese.

Storicamente, la posizione di Pechino sulla disputa territoriale era stata dettata dalla logica della Guerra fredda e dalla rottura sino-sovietica. Nel 1964, Mao Zedong aveva esplicitamente sostenuto le rivendicazioni giapponesi, definendo l‘occupazione sovietica delle Curili come illegittima. Per decenni, la Cina ha mantenuto una posizione che oscillava tra il sostegno a Tokyo e un’indulgente neutralità, utile a mantenere buoni rapporti commerciali con il Giappone. Tuttavia, la Guerra in Ucraina ha fornito l‘occasione per una modificazione drastica di questa posizione. Durante i vertici del 2023, Xi Jinping ha comunicato a Putin l‘adozione di una posizione di “neutralità” sulla questione. Lo stesso annuncio è stato fatto sui media ufficiali cinesi. Nel linguaggio diplomatico del Pcc, simile slittamento semantico equivale a un sostegno di fatto alla sovranità russa. Non è un caso che, parallelamente a questa dichiarazione, le nuove carte geografiche cinesi abbiano iniziato a indicare le isole con i toponimi sinici, legittimandone implicitamente l‘appartenenza a una sfera d‘influenza continentale opposta a quella giapponese.

La motivazione di questo cambiamento è, naturalmente, militare e navale. Per la Cina, il controllo russo delle Curili è preferibile a qualsiasi ipotesi di restituzione al Giappone. Le isole fungono da “tappo” per il Mare di Okhotsk, trasformandolo in un bastione sicuro per i sottomarini lanciamissili balistici russi e, in prospettiva, in un‘area di operazione sicura per la Marina cinese. Se le isole tornassero al Giappone (e quindi sotto l‘ombrello del trattato di sicurezza Usa-Giappone), la “prima catena di isole” che gli Stati Uniti usano per contenere la Cina si chiuderebbe ermeticamente anche a nord, intrappolando la flotta cinese.

Questa convergenza d’interessi si è concretizzata in una cooperazione operativa senza precedenti. Ad aprile 2023 il Servizio d’intelligence russo Fsb, che controlla anche le Guardie di frontiera, e la Guardia costiera cinese hanno negoziato un memorandum d‘intesa per l‘applicazione della legge in mare. Dietro il paravento burocratico si cela una realtà strategica: la Cina sta ottenendo il diritto di pattugliare e operare in acque che Mosca considerava gelosamente come il proprio cortile di casa. La presenza della Guardia costiera cinese a queste latitudini serve un doppio scopo: “normalizzare” la presenza navale di Pechino nel Pacifico settentrionale e inviare un segnale a Tokyo. Mentre il Giappone osserva con inquietudine la militarizzazione russa delle isole, deve ora fare i conti con la presenza sempre più assertiva delle navi cinesi che, con il pretesto della cooperazione con Mosca, estendono il loro raggio d‘azione ben oltre il Mar Cinese Orientale.

L‘EREDITÀ A LUNGO TERMINE DELLA GUERRA

L‘analisi delle dinamiche in atto lungo il confine orientale restituisce l‘immagine di una Russia che, nel tentativo ossessivo di ricostruire una zona di sicurezza a Ovest, sta inavvertitamente scalfendo la propria sovranità strategica a Est. La Guerra in Ucraina ha agito come un acceleratore di rivendicazioni storiche latenti, comprimendo in pochi anni processi che avrebbero richiesto decenni per essere riportati sul tavolo dei negoziati.

Mosca si sta trasformando in quello che alcuni analisti definiscono il “Canada della Cina”: un vicino settentrionale ricco di risorse naturali, ma privo di una reale autonomia geopolitica, la cui economia e le cui infrastrutture sono funzionali al gigante a sud del confine.

Per quanto la concretizzazione di questo scenario sembri oggi ancora molto lontana e non così scontata, è un dato di fatto che l‘integrazione del Distretto federale dell‘Estremo Oriente russo nell‘orbita economica cinese – attraverso l‘uso dello yuan, l‘adeguamento delle infrastrutture logistiche come il porto di Vladivostok e l‘apertura del fiume Tumen – rischia di diventare irreversibile. Anche qualora la Guerra in Ucraina terminasse in tempi rapidi, la Russia non disporrebbe dei capitali né della tecnologia necessari per sviluppare autonomamente queste regioni. Permettendo al vuoto demografico ed economico russo di essere progressivamente colmato dall‘iniziativa e dall‘attivismo cinese.

Il paradosso finale di Putin potrebbe essere proprio questo: aver lanciato una guerra devastante sui confini occidentali per impedire l‘espansione della Nato, finendo per spalancare le porte orientali all‘unica potenza che ha la capacità demografica, economica e la memoria storica per sfidare l‘integrità territoriale russa. Mentre il Cremlino guarda ossessivamente a Kiev, a Vladivostok – o “Haishenwai”, come sempre più spesso appare sulle mappe digitali – il futuro inizia a parlare cinese. Ancora una volta, la Cina non ha bisogno d’invadere. Le basta attendere che la gravità economica faccia il suo corso, trasformando la frontiera in una linea immaginaria che separa la sovranità formale di Mosca dalla realtà fattuale del dominio di Pechino.