#ARCHIVI
di GIANLUCA FALANGA
ABSTRACT La Polizia segreta della Germania Orientale, formata nel 1950 sotto stretta tutela sovietica, non poté dotarsi di una propria struttura di analisi perché lavorava per l’Apparato di sicurezza del Cremlino. Solo negli anni Sessanta, acquisendo i principi della cibernetica, fu sviluppato un moderno sistema di analisi e gestione delle informazioni funzionale allo stato di sorveglianza totale della società voluto dal Partito-Stato Sed per proteggere il proprio regime. A ispirare la riorganizzazione e il nuovo orientamento strategico della Stasi, trasformata in un organismo tentacolare quasi onnipresente, non fu solo il carattere paranoico di un potere repressivo, bensì la fede nella regolabilità su basi matematico-scientifiche dei processi sociali.
Dopo il collasso del regime comunista della Repubblica Democratica Tedesca (Rdt) nel 1989-1990, i documenti della Polizia segreta messi al riparo rivelarono presto le dimensioni reali del gigantesco e capillare sistema di sorveglianza al quale era stata sottoposta per quattro decenni la popolazione tedesco-orientale. Alla fine degli anni Ottanta, prima che la “caduta” del Muro spianasse la strada all’improvviso e repentino tramonto dell’epoca della Guerra fredda e della divisione in due Stati, il Ministerium für Staatssicherheit (Ministero per la Sicurezza dello Stato, in breve Stasi) aveva schedato e raccolto notizie su oltre il 50% degli adulti della Rdt (a questi andrebbero aggiunti gli stranieri in soggiorno e di passaggio). Questo dato è impressionante, tanto più che si parla di un’istituzione che operò in epoca analogica, precedente alla rivoluzione digitale. Ciò alimentò il mito distopico della Stasi orwelliana, praticamente onnipresente, mito che continua a vivere. Premesso che nessuna organizzazione umana può essere davvero onnisciente, se si vuole comprendere che cosa fu la Stasi, che cosa esattamente fu in grado di realizzare e perché lo fece, quali furono gli impulsi che animarono la sua “furia” spionistica, la raccolta di massa di dati sugli abitanti, insomma che cosa la rende storicamente rilevante, un caso particolare, sui generis, nel panorama degli Apparati non solo comunisti del XX secolo, allora dobbiamo spiegare come funzionava concretamente il suo metodo di raccolta, gestione ed elaborazione delle informazioni, individuarne le radici e raccontarne l’evoluzione.
L’analisi è una componente fondamentale del cosiddetto ciclo d’intelligence. È, al di là degli aspetti organizzativi, tecnici e operativi, sostanzialmente un processo intellettuale. Un primo dato storico dal quale occorre partire è che la Stasi fu in condizione di dotarsi di un proprio, maturo ed efficace Ufficio analisi solo a partire dagli anni Sessanta. La ragione di ciò sta nel fatto che il Servizio tedesco-orientale si concepì inizialmente come una Polizia segreta che svolgeva un lavoro ausiliario rispetto al collegato sovietico che operava sul territorio della Germania Orientale. La direzione del Ministero della Sicurezza dello Stato sovietico (Mgb, ex Nkvd e, dal 1954, Kgb) non aveva condiviso la decisione assunta da Stalin nel dicembre 1948 di consentire al gruppo dirigente di comunisti tedeschi della Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (Sed), il partito-Stato che governava la Rdt, la costituzione di un loro Servizio segreto, il quale nacque ai primi di febbraio 1950 e lavorò fino alla metà degli anni Cinquanta sotto direzione e completo controllo di Mosca. Solo allora i responsabili del Cremlino concessero maggiore autonomia alla Stasi, riducendo il numero degli istruttori e consiglieri e mutando la loro funzione in quella di semplici ufficiali di collegamento. Un sistema di analisi della Stasi poté dunque svilupparsi solo quando, con l’eccezione dei comparti dello spionaggio all’estero e Comint/Sigint, che continuarono a mettere a disposizione degli analisti sovietici il loro input informativo e i risultati del loro lavoro operativo fino al 1989, non fu più costretta a lavorare direttamente per le Agenzie sovietiche dell’amministrazione militare nella Rdt, svincolandosi dai soli obiettivi e interessi informativi e di sicurezza dell’Unione Sovietica.
LE ORIGINI PRUSSIANO-SOVIETICHE E I PRIMI SCHEDARI
Si può dire che l’imprinting originario della Stasi era di matrice sovietico-prussiana. L’impostazione non era diversa da quella della Polizia tedesca pre-1945. I funzionari producevano fascicoli d’indagine su persone sospettate o di un qualche interesse operativo, su gruppi e circostanze, che successivamente venivano archiviati. Concetti, categorie e linguaggio erano invece di chiara derivazione sovietica. Il primo strumento erano gli schedari cartacei, antenati della moderna elaborazione elettronica dei dati, che nella Stasi entrerà a pieno regime solo negli anni Ottanta. Fin da subito si cercò di predisporre un regime di schedatura e gestione archivistica funzionale ai compiti operativi: nel settembre 1950 fu istituita la Divisione registrazione e statistica (dal 1952 Divisione XII) per accentrare la registrazione di nominativi e fascicoli (procedimenti investigativi e operativi in corso o già conclusi e archiviati). Anche se negli anni verranno definite e precisate categorie specifiche e funzionalità, la struttura dei primi schedari fu sostanzialmente mantenuta fino alla fine: persone attenzionate e oggetto di attività operativa (secondo categorie politico-ideologiche ancora dettate dagli istruttori sovietici) erano registrate in uno schedario anagrafico, vi era poi uno schedario dei detenuti arrestati e/o condannati per reati “politici” e uno schedario degli informatori. I primi due furono presto riuniti in uno schedario anagrafico centrale delle persone (Personenkartei, anche noto come F16), nel quale dal 1960 furono integrati anche i confidenti, mentre furono invece separati i dati anagrafici dai dati relativi sia al procedimento operativo che li vedeva coinvolti sia all’ufficio di competenza, creando uno schedario delle operazioni (Vorgangskartei, anche detto F22), dal 1960 con nomi in codice per coprire l’identità. Negli anni Cinquanta i funzionari utilizzavano uno schedario dei nomi in codice, uno delle organizzazioni ostili (Feindobjektkartei) e uno degli indirizzi della logistica operativa coperta (per esempio degli appartamenti dove incontrare gli informatori). Avevano inoltre ereditato il carteggio del periodo precedente la costituzione della Stasi come Ministero, per esempio dossier originali o copiati del Partito nazista, delle SS e di altre istituzioni e strutture del Terzo Reich, utilizzati nel periodo della denazificazione dai cosiddetti commissariati K5 (unità ausiliarie di polizia segreta dei Servizi sovietici con personale tedesco, una parte del quale confluì nella Stasi).
Le possibilità di ricerca nei materiali archiviati erano all’epoca ancora molto limitate, gli schedari anagrafici crescevano ogni anno di centinaia di migliaia di nominativi (alla metà degli anni Sessanta esistevano circa cinque milioni di tessere), rallentando i tempi di consultazione e creando anche criticità per l’immagazzinamento e la conservazione. La Divisione XII, che gestiva schedari e archivio, era incaricata di stilare statistiche e relazioni mensili sia per la direzione del Servizio sia per il Partito sul numero degli informatori, degli arresti e delle incriminazioni, dei procedimenti operativi aperti e sulla situazione della sicurezza generale del Paese. La categorizzazione ancora poco differenziata di fascicoli e schedari non consentiva di produrre relazioni e statistiche che non fossero rudimentali e approssimative, nelle quali si facevano sterili bilanci delle capacità operative della Stasi. Dirigenti e autorità politica erano molto scontenti, si comprese presto che non bastava demandare centralmente a pochi archivisti compiti di analisi dei dati, ma era necessario sviluppare professionalità anche a livello delle strutture decentralizzate e delle singole divisioni operative. Anche lo scambio interno al Servizio era poco efficiente, a causa dell’impiego di corrieri e per un regime di compartimentazione interna molto rigido. Fino a metà degli anni Settanta, infatti, per una ricerca manuale negli schedari centrali occorrevano almeno 12 giorni. Nel 1959 un ufficio che richiedeva un dato attendeva una risposta per non meno di tre settimane, nel 1968 addirittura cinque, a causa del numero sempre più alto di tali richieste (circa due milioni all’anno).
LA CRISI DEL 1953 E IL CONFLITTO ULBRICHT-WOLLWEBER DEL 1956-1957
Le debolezze divennero drammaticamente visibili già nel 1953, quando il Partito attribuì alle modeste potenzialità analitiche dell’Apparato di sicurezza, all’epoca ancora direttamente legato ai Servizi sovietici, la responsabilità di non aver saputo prevedere e sventare la sollevazione operaia del 17 giugno. La reazione fu la creazione, nell’agosto 1953, del Raggruppamento informazioni (dal 1955, Divisione informazioni), una prima struttura specializzata cui fu affidato il compito di redigere e inviare con regolarità alla leadership del Partito e del governo rapporti sulla situazione e sugli umori della popolazione. La qualità di questi documenti rimase però ancora bassa sia per il contenuto inutilmente dettagliato, non verificato e spesso ricavato dagli stessi funzionari del Partito sia per il numero ancora assai modesto di analisti preparati (nel 1956, quando la Cia a Berlino Ovest aveva un analista per ogni operativo, presso la centrale di Berlino della Stasi quelle figure furono aumentate da quattro a 16 e, nei distretti regionali, furono impiegate due-tre unità ciascuno, per un’Agenzia che contava già quasi 20mila uomini). Inoltre, il Kgb impediva il miglioramento delle capacità analitiche perché riservava per sé l’analisi e non trasmetteva ai colleghi tedeschi nemmeno i risultati del loro stesso lavoro. Infine, il personale era poco capace e poco qualificato, per formazione di base deficitaria e caratteristiche intellettuali palesemente inadatte per il lavoro d’intelligence.
Un punto di svolta arrivò nel 1956-1957: un duro conflitto che si scatenò ai vertici del Partito e che vide contrapposti il primo segretario della Sed, Walter Ulbricht, e l’allora capo della Stasi, Ernst Wollweber. Oggetto del contendere era anche la funzione della Stasi, il suo raccordo con le strutture del Partito e le carenze del suo sistema di gestione delle informazioni. Dalla soluzione di questo scontro venne l’impulso per un sostanziale riorientamento strategico e per una profonda riorganizzazione della Polizia segreta tedesco-orientale. Mentre Ulbricht riuscì a restare in sella, gestendo la delicata fase della destalinizzazione, mettendo ai margini i suoi avversari politici interni, il suo delfino Erich Mielke, numero due della Stasi, intrigò contro Wollweber, mettendolo in cattiva luce e infine provocandone la destituzione. Ulbricht rimproverò alla Stasi di non essere in grado d’informare a sufficienza il Comitato centrale su tendenze eretiche e dissidenti che maturavano nei circoli intellettuali organici al Partito. Wollweber, dal canto suo, riteneva che le querelle ideologiche non dovessero rientrare nelle competenze dirette della Polizia segreta, che fossero materia di cui doveva occuparsi la Sed, eccetto quando le “deviazioni” assumevano una dimensione organizzata o penalmente rilevante. Wollweber si trovò rapidamente isolato e venne accusato di volersi ergere sopra il Partito. La Commissione di sicurezza del Politbüro della Sed, presieduta da Erich Honecker (che nel 1971 succederà a Ulbricht alla guida del Partito e dello Stato), ordinò una serie d’ispezioni negli uffici delle amministrazioni distrettuali della Stasi, rilevando gravi mancanze, in primis un deficitario processo informativo servente al lavoro operativo e al controllo territoriale. Si criticò Wollweber per avere concentrato troppo gli sforzi sulla caccia alle spie occidentali, mancando di riconoscere che, nella nuova fase della coesistenza pacifica, la tattica dell’avversario imperialista era mutata: Bonn, Washington e tutto il blocco Nato erano pronti a sfruttare l’insicurezza politica e l’indebolimento provocati dalla destalinizzazione e dall’incertezza ideologica, il che richiedeva urgentemente di rivolgere massima attenzione e vigilanza a ogni forma di devianza e disfunzione nella società della Rdt, perché dietro ciascuna di queste si nascondeva la mano del nemico.
UNA NUOVA DOTTRINA DELLA SICUREZZA E L’APPROCCIO CIBERNETICO
Maturava in quella fase il concetto di Pid, sigla che stava per politisch-ideologische Diversion (“devianza politico-ideologica”), e che Mielke, divenuto ministro e capo della Stasi alla fine del 1957, mise subito al centro della dottrina strategica della sicurezza di Stato. Ogni condotta difforme e ogni orientamento estraneo alle norme comportamentali e politico-ideologiche imposte dal regime erano riconducibili all’attività sotterranea del nemico, che avrebbe provato a strumentalizzare la distensione per danneggiare il socialismo. La radice di ogni disfunzione, anche nel sistema economico e produttivo, era quindi da cercare fuori dalla Rdt. Il tedesco dell’Est che voleva fuggire o diventava dissidente oppure non voleva subordinarsi all’ordine collettivista era, quindi, manifestazione della guerra segreta ideologica condotta dall’Occidente. Pertanto, la Stasi doveva concentrare la propria attenzione sulla popolazione, sulla società e sul territorio della Rdt. Più l’aggressione si presumeva diversificata e subdola, più la Stasi doveva dedicare attenzione a qualsiasi anomalia per mettere il Partito in condizione d’intervenire con adeguate contromisure. A dettare questa dottrina fu il gruppo di potere ricompattato attorno a Ulbricht, il quale diversamente da Wollweber, che non aveva voluto che la Stasi si allontanasse troppo dai tradizionali compiti di un Servizio d’intelligence, volle che l’Apparato di sicurezza diventasse una sorta di sensore di qualsiasi elemento di disturbo del sistema. L’imporsi di questa idea fu la molla che innescò l’abnorme espansione dell’Organismo a partire dalla metà degli anni Sessanta.
La risposta alle mancanze evidenziate, ben note sia alla direzione del Servizio che ai massimi dirigenti del Partito, fu cercata traendo ispirazione e abbracciando i principi della scienza della regolamentazione e del comando di sistemi: la cibernetica. Al V Congresso della Sed (1958), Ulbricht aveva lanciato lo slogan dell’imminente sorpasso economico sulla Germania Ovest, a dimostrazione della superiorità del socialismo sul capitalismo. Nei Paesi comunisti vi era all’inizio degli anni Sessanta una viva fiducia nelle capacità produttive frutto del progresso scientifico e tecnologico. Ciò stimolò la ricezione della cibernetica occidentale nel mondo comunista: la cibernetica entrò nel piano settennale del 1957 della Rdt e fu istituzionalizzata come disciplina scientifica nel 1961. Al VI Congresso della Sed (1963), Ulbricht la esaltò come ramo “meritevole di speciale promozione”. Il suo principale esponente nella Rdt, Georg Klaus, matematico, semiotico, filosofo marxista e autore di Kybernetik und Gesellschaft (Cibernetica e società, 1964), sosteneva che i principi della cibernetica sovietica, più orientata alle scienze naturali, fossero applicabili a tutti i campi delle scienze sociali e, in questo senso, potessero essere messi al servizio del marxismo-leninismo, rafforzando la fede nella regolabilità dei processi socio-economici. Le sue idee ispirarono le riforme del Nuovo sistema di pianificazione e gestione economica (1963), poi abortite sotto Ulbricht.
La cibernetica fu accolta come salvifica e miracolosa, perché descriveva in termini matematici e attraverso modelli sistemi dinamici da efficientare e implementare. Quella della Stasi era un’interpretazione più autoritaria della cibernetica di Klaus, di pari passo con l’estensione di compiti e competenze affidati all’Organismo dalla fine degli anni Cinquanta, rendendolo quasi onnipresente. I decisori politici ed economici dovevano essere costantemente messi al corrente d’informazioni particolareggiate e adeguate a consentire il loro intervento per correggere ed eliminare carenze nel sistema produttivo e amministrativo, evitando e prevenendo ogni possibile malcontento, qualsiasi forma di dissenso e altre possibili aggressioni invisibili del nemico. Tramite la cibernetica, la Stasi maturò anche l’ambizioso progetto di potenziare la propria capacità previsionale al fine di agire in maniera precauzionale, ottimizzare le condizioni di omologazione e controllo sociale, prevenire comportamenti negativi quando se ne riconoscevano le avvisaglie. Qualcosa di simile avveniva contemporaneamente anche in altre istituzioni preposte alla repressione e al disciplinamento della popolazione, come la polizia e la giustizia: obiettivo dichiarato dell’azione penale divenne individuare le cause e le condizioni che favorivano il compimento di atti criminali con la prospettiva utopica di eliminare ogni forma di criminalità. Vi era insomma una spinta ideale e utopistica positiva, costruttiva, e non solo il carattere paranoico di un potere repressivo, che fece da motore alla trasformazione della Stasi in un gigantesco e tentacolare Moloch della sicurezza, che, al termine della sua parabola storica, occupava quasi 100mila funzionari, in proporzione agli scarsi 16 milioni e mezzo di abitanti della Rdt nel 1989, divenendo la Polizia segreta più grande del mondo comunista.
WERNER IRMLER E LA RIORGANIZZAZIONE DEL 1965
L’approccio cibernetico e la sua spinta ebbero effetti che andarono ben oltre il decennio dell’utopia cibernetica 1965-1975. Il principio era gestire l’elaborazione delle informazioni con metodi scientifici, matematici e analitici, sistematizzando raccolta, analisi e disseminazione. Fresco di nomina, Mielke pose immediatamente le basi per convertire la Divisione informazioni in un organismo più articolato e professionale, ribattezzato Zentrale Informationsgruppe (Raggruppamento centrale informazioni, Zig) e incardinato nell’area di diretta responsabilità del ministro, al quale affidare immediatamente compiti di supervisione e coordinamento unitario della gestione delle informazioni. Fu il primo passo per rendere più meticolosa l’attività. Nel 1960, una prima Direttiva ministeriale, la n. 584, regolamentò il soddisfacimento del fabbisogno informativo dei vertici politici. Con l’istituzione di distaccamenti decentrali della Zig (cosiddetti Infogruppen) a livello di amministrazioni distrettuali e nelle divisioni centrali a Berlino (anche i comandi a livello circondariale furono dotati di almeno un analista per ufficio), a ogni livello (centrale-distrettuale-circondariale) il sistema informativo fu collegato e addentellato con le strutture amministrative del Partito ai rispettivi livelli (nazionale, regionale e comunale), che per competenza territoriale o specifica dovevano ricevere le informazioni dalla Stasi. Fu aperta anche una fase sperimentale, per esempio, per sviluppare nuovi schedari più funzionali alla nuova dottrina Pid imposta dalla Sed. La fase sperimentale si concluse alla fine di luglio 1965, quando una nuova Ordinanza del ministro, la n. 299, introdusse il “Sistema unitario di gestione ed elaborazione delle informazioni della Sicurezza di Stato”, che con poche modifiche restò in vigore fino al 1980, allorché fu disposto il passaggio all’elaborazione elettronica dei dati. L’Ordinanza 299/1965 recepiva l’utopia cibernetica, facendo tesoro del lavoro di studio e ricerca portato avanti da un gruppo di ufficiali che possiamo definire i “cibernetici” della Stasi e i cui elaborati posero le basi teoriche per la professionalizzazione delle risorse analitiche. Si trattava di esponenti di una generazione più giovane rispetto a quella dei “combattenti antifascisti”, degli “eroi” di Spagna e dei militanti comunisti sopravvissuti ai lager nazisti e ai sacrifici della lotta clandestina durante l’ultima guerra mondiale. Era una generazione di uomini ancora adolescenti nella fase terminale del conflitto, che maturò nella Rdt, dove seppe approfittare delle enormi opportunità di studiare e fare carriera in una società in via di costituzione, governata da un nuovo potere bisognoso di reclutare e formare i quadri della propria classe dirigente e del ceto dei funzionari (nomenclature). Erano ambiziosi, con capacità intellettuali sopra la media, consapevoli dei propri mezzi e interessati a crescere culturalmente, facendosi strada in un contesto rigido con idee per l’epoca innovative. Non furono matematici né veri specialisti di cibernetica, ma credevano nella possibilità di sfruttare i principi di quella scienza per rinnovare e migliorare la società socialista nella cui bontà e superiorità al capitalismo credevano intimamente.
Il più importante dei “cibernetici”, non per notorietà ma per gli effetti del suo lavoro e per rango, fu sicuramente Werner Irmler. Originario della Slesia, operatore forestale, entrò nella Stasi nella primavera 1952 come funzionario addetto agli interrogatori e poi nell’amministrazione della Divisione IX, preposta al coordinamento delle indagini penali nelle carceri speciali del Servizio. In quella posizione (gli interrogatori erano uno dei principali canali di input informativo per la Polizia segreta), cominciò presto a interessarsi del sistema di gestione delle notizie, di cui riconobbe tutti i limiti e i deficit. Tali inefficienze, lamentate dal Partito negli anni Cinquanta, gli permisero di fare una brillante carriera, fino a diventare generale. Coi suoi due studi sulla circolazione delle informazioni (tesi di laurea presentata nel 1965 alla Scuola superiore di Giurisprudenza della Stasi a Potsdam) e sull’implementazione su base scientifica delle capacità prognostiche (tesi di dottorato consegnata nel 1970), Irmler fu l’architetto del nuovo sistema, preparato sin dalla fine degli anni Cinquanta sulle base delle sue ricerche. Mielke, che già gli aveva affidato il comando della Zig, lo nominò nel 1965 capo del nuovo Raggruppamento centrale di analisi e informazione (Zentrale Auswertungs- und Informationsgruppe, Zaig), incarico che ricoprì fino alla caduta del Muro. La Zaig divenne rapidamente fondamentale per la Stasi, il suo “cervello” (al quale era connesso il “sistema nervoso” dei centri di analisi decentrali, detti Aig), che scavalcò per importanza la “memoria”, cioè l’archivio, nella concentrazione delle funzionalità complesse dell’Apparato. Nelle competenze della Zaig rientravano: il vaglio e lo studio dell’input informativo, la distribuzione delle informazioni a tutti i gangli dell’Organismo, la produzione di relazioni, a cominciare da quelle dirette all’autorità politica a tutti i suoi livelli, l’ottimizzazione dei processi e delle strutture dell’intera Organizzazione, l’effettuazione di controlli e verifiche dell’efficacia e dell’efficienza operativa di tutte le articolazioni, la pianificazione e l’elaborazione di normative e disposizioni che regolavano ed efficientavano il lavoro del Servizio, la gestione del comparto informatico, compresa la cura del sistema di scambio dati con i collegati del Patto di Varsavia (programma Soud). Alla Zaig erano subordinate la Divisione XII (archivio e schedari), la XIII (centro informatico) e l’Ufficio legale.
LA SCHEDATURA DI MASSA CON STRUMENTI ANALOGICI E IL FALLIMENTO DELL’UTOPIA CIBERNETICA
Irmler preparò anche l’introduzione nella seconda metà degli anni Sessanta delle Kerblochkarten (KK), schede perforate manualmente, che consentivano l’immissione codificata in serie alfanumeriche di notizie e il loro utilizzo per l’analisi per mezzo di apparecchiature di selezione, potenziando sensibilmente le capacità in materia, oltreché investigative, del Servizio. Le schede KK permisero di svincolare la registrazione di notizie sensibili su persone e circostanze dalla conduzione d’indagini formalizzate. Divennero cioè strumento di schedatura di massa, anche di persone non sospettate o indagate per attività illegali o ostili al regime, dunque innocenti (ma non di meno interessanti per motivi operativi) e del tutto inconsapevoli di come tale schedatura fosse uno stigma invisibile, in base al quale la Polizia segreta poteva intervenire a emarginare preventivamente gli elementi non del tutto conformi e affidabili o per caratteristiche personali non del tutto idonee a occupare posizioni o esercitare mestieri considerati sensibili, nell’interesse della conservazione del potere. Sul retro delle carte si potevano aggiungere a mano o a macchina note aggiuntive e consentendo di seguire l’evolversi di percorsi individuali, professionali e privati. Le schedature KK erano inoltre utili al controllo territoriale, perché mettevano in condizione ogni singolo ufficio di tenere sotto completa sorveglianza non solo gli abitanti e tutte le strutture entro le quali questi si muovevano, ma anche tutto quanto di significativo poteva verificarsi nella loro area geografica o nel loro specifico settore di competenza, valutando ogni anomalia e dinamica con la massima tempestività e metodicità. Ogni anno venivano compilate e inserite in un dispositivo integrato di quattro schedari (anagrafico Est, anagrafico Ovest, detenuti e autoveicoli) centinaia di migliaia di nuove schede.
Gli effetti dell’introduzione del Sistema unitario di analisi e gestione delle informazioni del 1965 furono nel complesso positivi per il lavoro operativo: oltre all’organizzazione di un articolata ramificazione di centri di analisi, la Stasi si diede regole e procedure per determinare un movimento ordinato dal basso verso l’alto, dalla periferia verso il centro e fra i vari livelli interni. Le informazioni divennero mobili e crebbero di qualità oltre che di quantità, aumentando le capacità di amministrazione dei flussi e di determinazione del fabbisogno per orientare la raccolta e metterla al servizio delle funzionalità operative. I limiti di un sistema ancora completamente analogico, anzi in gran parte manuale, cominciarono a vedersi alla fine degli anni Settanta: le schede KK erano faticose da preparare, per la grande concentrazione che richiedevano, e il tasso di errori che contenevano era piuttosto elevato. Lo sforzo profuso negli anni per estendere e arricchire il più possibile la differenziazione delle categorie d’interesse info-operativo da collezionare rimase sempre e comunque vincolato, per un verso, alle categorie del diritto penale “politico” (la Stasi non riuscì mai a emanciparsi da una concezione strettamente criminalistica e poliziesca), per l’altro, alle facoltà di governare quantità di dati in costante ed esponenziale aumento. A sovraccaricare drammaticamente il meccanismo contribuì la pratica dei cosiddetti “rilievi di sicurezza” per controllare il traffico Est-Ovest, richiesto dal Partito quando, a partire dal 1973, ossia con la distensione fra i blocchi, il regime tentò la strada di un’apertura controllata della Rdt alla comunità internazionale, al turismo e ai traffici commerciali. L’introduzione delle telescriventi e poi delle comunicazioni elettroniche al posto dei corrieri accelerò il movimento delle informazioni, quello dei computer e del “cervellone” elettronico Zentrale Personendatenbank (Zpdb) accrebbe la capacità di gestione dati, ma l’impianto generale non mutò più fino al 1989. Negli anni Ottanta, l’utopia cibernetica era morta, sepolta sotto montagne di carta prodotte da una burocrazia della sorveglianza che cercava di tamponare i disservizi con soluzioni improvvisate. Alla matematica era subentrata l’improvvisazione. Con la cibernetica era morta anche la fede nella presunta superiorità del socialismo, divenuta un mantra sterile e in aperta contraddizione con le condizioni socio-economiche reali in cui versava il Paese. Il Partito e la Stasi non determinavano più la dinamica sociale, bensì la rincorrevano disperatamente. Rabbia e frustrazioni della popolazione, il desiderio di molti di emanciparsi dall’oppressiva tutela del regime e, infine, l’organizzarsi di un movimento di opposizione democratica che riuscì a sfidare frontalmente il potere si rivelarono variabili fuori controllo, definitivamente sfuggite di mano.
RIFERIMENTI
C. BOOß, Vom Scheitern der kybernetischen Utopie. Die Entwicklung von Überwachung und Informationsverarbeitung im MfS, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 2020.
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