#SOCIETÀ
di ALBERTO VANNUCCI
ABSTRACT La corruzione è un fenomeno sociale complesso e di difficile concettualizzazione. Occulta per sua natura, come già la descrive Dante Alighieri, essa può insinuarsi anche in settori vitali come la sicurezza nazionale e l’intelligence, con rischi incalcolabili. La “cattura dello Stato” rappresenta una forma radicale di corruzione istituzionalizzata, dove élite oligarchiche possono piegare l’apparato statale al soddisfacimento dei propri interessi particolaristici a detrimento di quelli collettivi. Per questo, l’impegno anticorruzione, per quanto problematico, è simbolicamente cruciale per le liberal-democrazie, giacché ne preserva i valori fondanti.
La parola “corruzione” fa riferimento a un variegato insieme di pratiche sociali che investono profili propri del comportamento umano, delle prassi e delle norme culturali che lo giudicano, delle motivazioni morali che lo sottendono. Un unico termine dal potente valore evocativo, che può essere interpretato – e strumentalizzato – in tanti modi diversi, “stirato” in varie direzioni. Chi è corrotto: un singolo individuo, un’organizzazione, o persino una forma di governo, secondo la classica prospettiva aristotelica? Che cos’è la corruzione: una condizione generale di “malessere” di un’entità sociale, un generico abuso nell’esercizio di un potere pubblico, o lo scambio riconoscibile tra un atto contrario ai doveri d’ufficio e una tangente? Cosa comporta la corruzione: la violazione di una fattispecie del Codice penale, un’attività socialmente nociva, un giudizio morale su chi la commette (PICCI – VANNUCCI 2018)?
Queste difficoltà interpretative e di analisi sono accentuate dalla particolare natura del fenomeno, che di per sé tende a ritrarsi nell’ombra. Dante Alighieri nel Canto XXI dell’Inferno si affaccia sulla bolgia nella quale sono sprofondati i “barattieri”, i corrotti del suo tempo, coloro che nell’esercizio della loro funzione accaffarono ascosamente, ossia “arraffarono di nascosto”. Attraverso un ossimoro si tratteggia un’espressione analiticamente perfetta: «e vidila mirabilmente oscura» (v. 6). La corruzione è oscura, perché tutti quelli che vi sono coinvolti hanno un interesse convergente a celarne la pratica, le motivazioni, le ricadute. Per analogia, infatti, la pena eterna nella quale incorrono i barattieri è l’immersione in un lago di catrame ribollente – a richiamare il loro agire nascostamente – per giunta artigliati dai demoni e rituffati nella pece quando tentano di affiorare. Ma, al tempo stesso, Dante rappresenta quella realtà come mirabile: il lavorio sotterraneo dei corrotti può essere percepito anche nella fitta tenebra che l’avvolge, seppure indirettamente, in virtù dell’impatto degradante che genera – quello sì riconoscibile – sull’ambiente sociale e sulle coscienze.
[In Italia] la questione della persistenza di sacche di corruzione sistemica, sconosciute in altri Paesi liberaldemocratici con equivalenti livelli di sviluppo [socio-economico], è entrata prepotentemente nel discorso pubblico dopo l’avvio delle inchieste di “mani pulite”, all’inizio degli anni Novanta, come una tra le componenti di un’ipotizzata anomalia italiana. (VANNUCCI 2015)
Come ebbe a spiegare uno dei protagonisti di quella stagione, arrestato per corruzione:
È complicatissimo spiegare come è fatto il mondo delle tangenti. E non è facile capire se non si ha la pazienza di addentrarsi in meccanismi differenziati, spesso sofisticati. Non un’orgia di arrembaggi, ma una realtà di regole, rapporti, convenzioni solide, un linguaggio dove sfumature e sottolineature assumono la solennità della firma di un contratto. (LICANDRO – VARANO 1993, p. 18)
In effetti, i sistemi corruttivi hanno mostrato spesso una spiccata capacità di “auto-governarsi” tramite meccanismi consolidati e reiterati di regolazione d’interazioni informali e scambi occulti. Questa loro proprietà può spiegare meglio di ogni altro fattore la resilienza delle reti corruttive nonostante inchieste e arresti, ovvero la loro tendenza a rigenerarsi, anche grazie ad abilità, competenze e know-how acquisiti nel frattempo proprio in virtù di quegli errori passati. Dall’evidenza giudiziaria non affiora l’immagine di un universo anomico; al contrario, vi sono meccanismi di coordinamento a volte estremamente sofisticati, nella forma di norme non scritte e prassi informali riconosciute, comunemente accettate e fatte osservare dagli attori coinvolti. Nulla di occasionale, episodico, incidentale. Funzionari, politici, imprenditori, professionisti, faccendieri, mafiosi – per citare solo alcuni protagonisti ricorrenti – si collocano all’interno di reti stabili di relazioni, vincolati da impegni e messi in riga da “garanti” che disciplinano le loro condotte e assicurano così ordine e prevedibilità ai loro invisibili patteggiamenti, punendo chi non mantiene gli impegni (VANNUCCI 2012).
Piuttosto sorprendentemente, diversi indicatori mostrano che la “corruzione spicciola” del dipendente pubblico, simbolicamente esemplificata dalla quaglia offerta al «pubblico posto fisso» Checco Zalone nel film Quo Vado (2016), non evidenzia livelli anomali rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea, anzi. Secondo l’ultimo sondaggio Eurobarometer (n. 561) Citizens’ attitudes towards corruption in the EU in 2025, le esperienze personali d’italiani che nei 12 mesi precedenti avevano vissuto o assistito a un episodio di corruzione erano in linea con gli altri Stati dell’Unione (5%); mentre la quota di coloro che conoscevano personalmente qualcuno che prendeva o aveva preso tangenti, stabile al 5%, risultava addirittura la metà rispetto alla media del continente. Però le percezioni generalizzate sulla gravità del fenomeno, da cui l’allarme che ne consegue, risultavano più accentuate: l’82% degli italiani guardava alla corruzione come un problema diffuso nel proprio Paese, uno tra i valori più elevati, il 10% in più della media.
Pur non vivendo sulla propria pelle in modo particolare l’esperienza della micro-corruzione quotidiana, i cittadini italiani sembrano lamentarne il gravame. Per tornare a Dante, certe tipologie di corruzione, per quanto oscure, rimangono pur sempre mirabili, dato il fardello dei loro effetti negativi che a cascata investono chiunque incroci sulla propria strada amministrazioni malfunzionanti, opere pubbliche mai completate, miseramente realizzate o di dubbia utilità, sprechi e favoritismi, voragini nei conti pubblici. A giudicare dall’evidenza giudiziaria, la pratica della corruzione pare ancora endemica, specie in alcuni settori (opere infrastrutturali, grandi operazioni immobiliari, processi decisionali emergenziali ecc.) e aree geografiche, per quanto negli ultimi decenni più frastagliata e policentrica. L’assenza di un baricentro unico e riconosciuto di autorità nella rete di scambi occulti, come quello che negli anni pre“mani pulite” poteva talvolta essere scorto in seno ai partiti, ha favorito l’emergere operoso di una platea più ampia e variegata di attori – tra cui i gruppi criminali – in veste di “facilitatori” e regolatori all’interno di trame anche ampie e articolate (DELLA PORTA – VANNUCCI 2021).
Ogni sistema politico, e dunque qualunque amministrazione pubblica, risulta vulnerabile agli abusi e alle manipolazioni basate su corruzione, legami personali, strategie d’influenza coperta. In alcuni ambiti, tuttavia, le distorsioni e i danni sociali ed economici che ne derivano sono particolarmente devastanti. Si pensi al settore sanitario, dove il gioco delle retribuzioni nascoste e degli incentivi privati può tradursi nella negazione di fondamentali diritti alla salute e persino alla vita, ad esempio forzando l’acquisto di forniture sanitarie difettose, come accaduto con le valvole cardiache malfunzionanti nell’ospedale Molinette di Torino. I precedenti purtroppo si sprecano, dalla realizzazione di opere pubbliche ai controlli sull’ambiente e alla sicurezza nei locali pubblici. Torniamo a Dante, dove domina la corruzione «del no, per li denar, vi si fa ita» (Inferno XXI, v. 42), ossia i no posti a tutela dell’interesse pubblico si trasformano in sì ai profitti illeciti. «La corruzione uccide» è lo slogan che in Serbia ha caratterizzato le imponenti manifestazioni studentesche che per mesi hanno denunciato il crollo nel novembre 2024 di una pensilina ferroviaria appena realizzata, sotto la quale sono rimaste “seppellite” 15 persone. Un’analoga rivolta anti-corruzione ha contraddistinto le proteste che in Macedonia del Nord nel marzo 2025 hanno fatto seguito all’incendio in una discoteca abusiva, eppure operante indisturbata da un decennio, che ha causato la morte di 59 adolescenti. In entrambi i casi, i maneggi sottobanco di tangenti per evitare verifiche o degradare la qualità dei materiali da costruzione sono stati individuati – anche a livello giudiziario – quale causa ultima di quelle tragedie.
Vi è un ulteriore contesto particolarmente delicato e da tutelare. La realtà di per sé “oscura” della corruzione potrebbe intrecciarsi con un’altra dimensione di attività pubblica ad altissimo tasso di segretezza: quella delle Agenzie di sicurezza nazionale e d’intelligence. Sfuggendo ai controlli previsti dalle leggi vigenti, qui, infatti, il catrame della corruzione raffigurato nella bolgia dei barattieri si potrebbe fare, se possibile, ancora più vischioso e impenetrabile allo sguardo. I Servizi informativi potrebbero entrare nell’universo della corruzione in qualità di “soggetti attivi” per facilitare o portare a compimento le proprie operazioni a tutela della sicurezza nazionale. Oppure come “soggetti passivi” e vittime, attraverso una varietà di manifestazioni che spaziano dalle tradizionali tangenti a forme di peculato, dalle interferenze politiche alla frode, al nepotismo e agli abusi di potere. Specie in quest’ultimo caso, eventuali transazioni sotterranee con portatori d’interessi esterni potrebbero determinare un immenso danno collettivo: ai funzionari oggetto di tali interferenze nascoste sono difatti affidate mansioni vitali come la conduzione di operazioni coperte, la protezione di dati riservati e la salvaguardia della sicurezza nazionale. Qualora queste attività venissero trasformate in merce di scambio, rischierebbero di venire allocate in base alla logica del potere d’acquisto, o del ricatto. Bisogna ammettere, inoltre, il pericolo che siano piegate agli obiettivi strategici di Paesi stranieri, capitalizzate in profitti illeciti da imprese multinazionali, sfruttate da gruppi terroristici o criminali – come le mafie – per allargare gli spazi di azione e rafforzare le aspettative d’impunità. Secondo alcuni studiosi, anche alla luce di tristi pagine del passato, questa tipologia di negoziazioni e interscambi nell’ombra, in assenza di un quadro istituzionale vigile e rigoroso, potrebbe offrire il fianco a contropartite ambigue o imperscrutabili con esiti drammatici per una società e uno Stato, dall’eversione alla recrudescenza dello stragismo mafioso (SERGI – VANNUCCI 2023).
Uno dei rari studi sul tema, oltre a fornire una rassegna di diversi scandali internazionali, riporta alcuni casi individuali di funzionari infedeli che hanno anteposto il proprio personale arricchimento agli interessi nazionali loro affidati. Lo stesso osserva:
La raccolta e la sicurezza delle informazioni vanno di pari passo, per questo la corruzione è stata a lungo sia un alleato che un nemico dei servizi di intelligence. La suscettibilità alle tangenti o la presenza di scheletri nell’armadio rendono i funzionari governativi vulnerabili allo sfruttamento da parte dei servizi di intelligence. Anche i funzionari dell’intelligence hanno esigenze finanziarie, risultando altrettanto o persino più vulnerabili degli altri cittadini alle lusinghe provenienti da agenti stranieri. (DALIP 2021, p. 38)
La relazione tra sicurezza, intelligence e corruzione può presentarsi in una prospettiva che pone una sfida ulteriore, ancora più radicale: come trattare i casi in cui la corruzione si radica a tal punto da non essere più una distorsione o perversione del sistema politico-istituzionale, ma si fa componente costitutiva del sistema stesso? La formula utilizzata in questi casi è quella di «corruzione istituzionale» (THOMPSON 2018), ovvero di «cattura dello Stato» (HELLMAN ET AL. 2003). È il caso di contropartite formalmente lecite e persino trasparenti trasmesse a decisori, specie quando “piegare le regole” e persino le leggi a esigenze private o interessi particolaristici consente appunto di de-criminalizzare tali pratiche. L’esito è «un’influenza sistemica e strategica, eppure legale, [...] che mina l’efficacia dell’istituzione distogliendola dalle sue finalità o indebolendo la sua capacità di raggiungere il suo scopo» (LESSIG 2011). In questa forma di «corruzione legalizzata» (DINCER – JOHNSTON 2020) – ancora un ossimoro – un’élite composta da soggetti pubblici e privati, con la possibile partecipazione di attori criminali, utilizzerebbe endogenamente l’apparato statale come strumento regolatore e distributivo finalizzato ad appropriarsi di risorse (rendite, servizi, informazioni riservate ecc.) che sarebbero invece destinate a soddisfare interessi collettivi.
I regimi liberal-democratici potrebbero non essere immuni da tali pratiche, che rischiano di manifestarvisi in forme più sofisticate. Attori ostili (anche portatori d’interessi esteri), nel perseguire scopi particolaristici o illeciti, potrebbero “catturare” l’apparato statale, influenzando il funzionamento dei processi decisionali, indirizzando le politiche verso il soddisfacimento dei propri interessi privati, minando l’efficacia e i meccanismi di controllo e accountability. Le strategie di “cattura dello Stato” potrebbero essere deliberatamente perseguite da soggetti che mirano a una “privatizzazione” de facto delle funzioni statali di base – fino allo stesso processo legislativo – in base ai loro interessi personali, opachi e non rendicontabili. Accanto a grandi imprese e lobby, una pluralità d’individui e organizzazioni potrebbero farsi protagonisti di questo processo di “cattura” che non si limita al mero sfruttamento, ma genera una cooperazione strutturale per spartirsi vantaggi e privilegi derivanti dal controllo delle fondamentali funzioni dello Stato.
Coerentemente, la “cattura dello Stato” si associa a una situazione in cui «gruppi di interesse ristretti assumono il controllo delle istituzioni e dei processi attraverso i quali vengono elaborate le politiche pubbliche, allontanandole dall’interesse pubblico e modellandole invece per servire i propri interessi» (DÁVID-BARRETT 2023, p. 224). Questa influenza nascosta può alterare sistematicamente il processo politico di definizione del concetto di “interesse pubblico”, di per sé oggetto di costante negoziazione, nonché la selezione dei decisori e, di conseguenza, anche i contenuti e l’impatto di qualsiasi scelta e politica. Il rischio di “cattura” d’istituzioni, talvolta fragili e delegittimate, risulta oggi amplificato esponenzialmente dalla concentrazione senza precedenti di capitali e d’informazioni sensibili – acquisite anche tramite il controllo delle piattaforme social e delle reti di comunicazione – nelle mani di pochissimi soggetti: entità che potrebbero arrivare al punto di “corrompere” alla luce del sole, rendendo indeterminato agli occhi dei cittadini qualsiasi riconoscibile confine tra sfera pubblica e loro interessi personali.
Nonostante le intrinseche difficoltà, la lotta alla corruzione – specie quella macroscopica e più sfuggente – ha un incalcolabile valore simbolico. Un impegno collettivo anticorruzione contribuisce a migliorare la qualità della vita pubblica e a rinsaldare la fiducia nella capacità di autocorreggersi dei sistemi liberal-democratici. Per dirla con le parole dello scrittore Italo Calvino, una tensione morale verso l’integrità risulterebbe necessaria anche e soprattutto «nel Paese dei corrotti», perché «magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è» (CALVINO 1980).
RIFERIMENTI
I. CALVINO, Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti, «La Repubblica», 15 marzo 1980.
A. DALIP, Intelligence and Corruption, «The Journal of Intelligence, Conflict, and Warfare» III (2021) 3, pp. 34-54.
E DÁVID-BARRETT, State Capture and Development: A Conceptual Framework, «Journal of International Relations and Development» XXVI (2023), pp. 224-244.
D. DELLA PORTA – A. VANNUCCI, La corruzione come sistema. Meccanismi, dinamiche, attori, il Mulino, Bologna 2021.
O. DINCER – M. JOHNSTON, Legal Corruption?, «Public Choice» CLXXXIV (2020) 3, pp. 219-233.
J. HELLMAN ET AL., Seize the state, seize the day: state capture and influence in transition economies, «Journal of Comparative Economics» XXXI (2003) 4, pp. 751-773.
A. LICANDRO – A. VARANO, La città dolente. Confessione di un sindaco corrotto, Einaudi, Torino 1993.
L. LESSIG, Republic, Lost: How Money Corrupts Congress – And a Plan to Stop It, Twelve Books, New York 2011.
L. PICCI – A. VANNUCCI, Lo Zen e l’arte della lotta alla corruzione, Altreconomia, Milano 2018.
A. SERGI – A. VANNUCCI, Mafia, Deviant Masons, and Corruption. Shifty Brotherhoods in Italy, Routledge, London 2023.
D.F. THOMPSON, Theories of Institutional Corruption, «Annual Review of Political Science» XXI (2018) 2, pp. 495-513.
A. VANNUCCI, Atlante della corruzione, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2012.
A. VANNUCCI, La corruzione tra politica e mercato, in ISTITUTO DELL’ENCICLOPEDIA TRECCANI, L’Italia e le sue regioni. L’età Repubblicana. Vol. IV: Società, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2015 (web).