#ECONOMIA E FINANZA
di GUGLIELMO CHIODI
ABSTRACT Il presente lavoro vuole dimostrare come nessun Paese al mondo sia mai stato, e sia tuttora, un “sistema economico” e analizzerà le possibili implicazioni che possono scaturire per la maggior parte degli Stati del pianeta. In alternativa al pensiero economico mainstream centrato sul “mercato”, il sistema economico è pensato nella sua materialità e realtà, oltre a travalicare i confini statuali. In quanto parte di una più ampia struttura produttiva, l’economia nazionale è esposta ai rapporti non-cooperativi e conflittuali tra Paesi.
Uno degli scopi del presente articolo è di dimostrare, in modo semplice ma rigoroso, come nessun Paese al mondo sia mai stato, e sia tuttora, un “sistema economico”. Per “sistema economico” qui s’intende un complesso organico di processi produttivi, il cui insieme è in grado di assicurare almeno la riproduzione di tutte le merci che servono alla sussistenza della comunità di riferimento nonché alla riproduzione di tutte le merci necessarie come mezzi di produzione (“capitale”). La parola “sistema” sta proprio a sottolineare questa caratteristica di unitarietà e di stretto legame tra i processi produttivi attribuita alla definizione appena data.
Si cercherà, inoltre, di analizzare le possibili implicazioni che da tale circostanza possono derivare per quasi tutti i Paesi del mondo.
L’argomento qui trattato impone la necessità di porsi da un punto di vista alternativo rispetto alla visione veicolata dal pensiero economico mainstream (diffuso e dominante in quasi tutto il Pianeta) su come descrivere e su come funziona (o dovrebbe funzionare) l’economia di un Paese. L’uso di un lessico completamente diverso da quello impiegato dalla letteratura economica e dalla pubblicistica più diffusa è una delle conseguenze di tale cambio di prospettiva. Alla visione mainstream dell’economia, infatti, radicalmente e ostinatamente centrata sul “mercato” quale istituzione-perno intorno alla quale verrebbe regolata la maggior parte delle relazioni economiche (e non solo) tra individui e tra Paesi, ne verrà proposta un’altra, di segno completamente opposto.
LA NOZIONE DI “SISTEMA ECONOMICO”
Per fissare meglio le idee sulla nozione di “sistema economico” – intorno alla quale ruoteranno tutte le argomentazioni del presente scritto – si può partire da un esempio semplicissimo (1).
Immaginiamo un’economia composta soltanto da due processi produttivi: il primo produce “grano”, impiegando “grano” come alimento per i lavoratori e le loro famiglie (i lavoratori, si noti bene, non possono mai mancare in alcun processo produttivo: processi interamente “robotizzati” sono pertanto esclusi) e “ferro” come strumento per la coltivazione; il secondo processo produce invece “ferro”, impiegando “grano” come alimento per i lavoratori e le loro famiglie, analogamente al primo, e “ferro” come strumento per l’estrazione del metallo. Supponiamo altresì che la quantità complessiva di “grano” prodotto e la quantità complessiva di “ferro” prodotto, rispettivamente dal primo e dal secondo processo, siano almeno sufficienti per coprire tutti i fabbisogni produttivi dell’intera economia, sia come consumo complessivo per i lavoratori e le loro famiglie che come strumenti di produzione impiegati in entrambi i processi. Si noti fin d’ora – per comprendere meglio il significato e l’importanza della definizione di “sistema economico” – che se per ipotesi, facendo un esperimento mentale o concretamente a causa di qualche evento catastrofico, si dovesse “cancellare” soltanto uno dei suddetti due processi (quello del “grano” oppure quello del “ferro”), l’intera economia verrebbe ipso facto “cancellata”, poiché all’altro processo verrebbe a mancare la merce prodotta dall’altro, e l’intera comunità di riferimento, pertanto, non potrebbe più sopravvivere (o sopravvivere per un tempo assai limitato, attingendo a eventuali scorte di alimenti, che in ogni caso andrebbero via via a esaurimento), oppure sarebbe costretta a emigrare verso altri “sistemi economici” per la propria sopravvivenza.
La riproducibilità del “sistema”, ovvero la sua vitalità, sta a significare – nell’ambito dell’impostazione qui data – che scopo ultimo di qualsiasi economia è quello di assicurare almeno il mantenimento in vita della comunità a essa corrispondente (2).
ALCUNE ESTENSIONI DELLA NOZIONE DI “SISTEMA ECONOMICO”
A partire dal nucleo del “sistema economico” in miniatura sopra descritto, si possono pertanto immaginare, più realisticamente, alcune rilevanti estensioni, che consentono l’introduzione di altrettanti importanti concetti, funzionalmente utili per illustrare e argomentare la tesi di fondo del presente scritto.
Si supponga che accanto ai due processi sopra descritti, quello del “grano” e quello del “ferro”, siano attivati, simultaneamente o uno alla volta, altri processi. Il primo tra questi potrebbe essere, per esempio, quello di estrazione di “diamanti” (le virgolette stanno a significare, come anche nel caso precedente, il carattere simbolico di tutte le merci prese qui come esempio). Per tale produzione, si supponga siano necessari, analogamente ai due processi considerati in precedenza, “grano”, per i lavoratori e le loro famiglie, e “ferro”, come strumento di produzione per l’estrazione dei “diamanti”. Se ora si provasse a “cancellare” tale processo (attraverso un esperimento mentale, oppure perché insorge concretamente qualche circostanza che costringe alla sua chiusura), il “sistema economico” (formato solo dai due processi di ‘”grano” e di “ferro”) continuerebbe in ogni caso a essere vitale (nel senso prima precisato), con la sola differenza che il numero dei disoccupati aumenterebbe e l’economia sarebbe privata di un bene, i “diamanti”, appunto; diversamente dal caso precedente, formato solo dai due processi di “grano” e di “ferro”, nel quale l’eliminazione di uno soltanto implica ipso facto il venir meno anche dell’altro, e quindi il collasso dell’intera economia. Diversamente da prima, tuttavia, i “diamanti” non sono necessari a produrre merci, e la loro mancata produzione non inficia, pertanto, il funzionamento del “sistema economico” che continuerebbe a funzionare come prima, anche se su scala ridotta.
Questo semplice esempio consente d’introdurre un’importante distinzione tra tutte le merci prodotte nell’economia considerata: da un lato, quelle che servono alla produzione, direttamente o indirettamente, di tutte le merci (che possono essere denominate merci “produttivamente indispensabili”), dall’altro, quelle che non servono alla produzione di alcuna merce, come ad esempio gli armamenti, o al più, alla produzione solo di se stesse, come potrebbe essere, ad esempio, l’allevamento di canarini (3). Si noti, tuttavia, che la produzione di merci produttivamente non-indispensabili se, da una parte, sottrae risorse alla produzione di altre merci, dall’altra, potrebbe trovare la sua ragion d’essere nel perseguire altri obiettivi non-strettamente economici (come, ad esempio, esperimenti scientifici, nel caso dei “canarini”, obiettivi politici, nel caso di “armamenti”).
Occorre notare che la distinzione tra le due classi di merci non si basa su criteri soggettivi, come potrebbe essere la distinzione tra “beni necessari” e “beni di lusso”, bensì su criteri oggettivi, osservando semplicemente i metodi di produzione e di consumo in uso in quella data economia e in quel determinato periodo storico.
Infine – ed è importante notare tale circostanza – ciascuna merce prodotta potrebbe transitare, anche alternatamente, dall’uno all’altro gruppo della classificazione ora fatta. Così, i “diamanti”, nell’esempio sopra dato, sono considerati un bene “superfluo”, nel senso di non essere “produttivamente indispensabile”. Tuttavia, le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche, che hanno luogo in modo imprevedibile e a salti discreti nel tempo, potrebbero, per ipotesi, scoprire nei “diamanti” proprietà essenziali per l’uso di determinati strumenti di produzione, questi ultimi considerati “produttivamente indispensabili”, né più e né meno di quanto è accaduto per diverse “terre rare” in tempi relativamente recenti. Inoltre, da alcune ricerche scientifiche potrebbe risultare che merci “produttivamente indispensabili” siano dichiarate nocive per la salute umana (come, ad esempio, l’amianto) oppure non più compatibili con i vincoli imposti dall’ecosistema del Pianeta (come, ad esempio, il carbone).
Infine, un “sistema economico” vitale può essere in grado di produrre un sovrappiù, cioè una quantità di merci che eccede i fabbisogni minimi complessivi dei processi produttivi che producono merci. Tale sovrappiù può consistere sia nell’una come nell’altra specie di merci, o in entrambe al tempo stesso.
GEOPOLITICA E CONFLITTI NEL MONDO CONTEMPORANEO
Dopo questa necessaria premessa, la prima osservazione da fare è che le risorse del Pianeta sono geograficamente distribuite sull’intero globo terrestre in modo del tutto casuale, e pertanto è praticamente impossibile che ciascun singolo Stato possa disporre, o disporre in quantità sufficiente, di tutte le risorse necessarie al proprio sistema produttivo, sulla base della tecnologia in uso e, soprattutto, dell’ultima innovazione tecnologica, così da assicurare la propria riproducibilità. Soltanto piccoli gruppi isolati, e pertanto autosufficienti, sarebbero in grado di riprodurre tutte le merci necessarie almeno per la sussistenza della propria comunità.
Si noti, inoltre, che mentre i confini di un dato Paese rimangono pressoché immutati per lunghissimi periodi di tempo, le innovazioni tecnologiche, le scoperte scientifiche e quelle di nuove o più abbondanti risorse (del suolo, del sottosuolo e marine) hanno luogo con una frequenza ovviamente maggiore, con salti nel tempo discontinui e imprevedibili. Necessitano, inoltre, di nuove o maggiori risorse in modo pressoché immediato per il loro funzionamento. Infine, esse si “distribuiscono”, per così dire, tra i vari Stati in modo del tutto casuale.
Scambi volontari tra comunità o tra Paesi diversi tra loro sono sempre avvenuti nel corso della storia, e continuano ad avvenire fino ai nostri giorni, caratterizzati da un forte spirito di cooperazione e di convenienza reciproca. È tuttavia peculiare come la teoria economica mainstream, con il proprio paradigma fortemente centrato (e arroccato) sul funzionamento del mercato quale regolatore degli scambi tra individui e Paesi, abbia generalmente considerato gli scambi volontari tra comunità o Stati come il modello-tipo del commercio internazionale. Una prova di ciò è data dalla ben nota teoria ricardiana dei costi comparati (RICARDO 1951, cap. VII) (4), che esprime in maniera rigorosa, ma esclusivamente sulla base delle proprie premesse, la convenienza economica tra coppie di Paesi a intraprendere relazioni commerciali tra di loro, anche se uno dei due avesse un vantaggio assoluto, in termini di efficienza, nella produzione di tutte le merci oggetto del possibile scambio. Ciò veicola l’idea che la volontaria cooperazione, insieme con la convenienza economica a intraprendere scambi commerciali, sia la caratteristica tipo delle relazioni commerciali tra Stati (SHAIKH 1980).
I rapporti commerciali tra i Paesi, più realisticamente, non sono caratterizzati, purtroppo, solo dalla cooperazione (e, sfortunatamente, non lo sono mai stati): basti pensare alla imposizione di dazi o alle svalutazioni unilaterali della propria moneta nei confronti di quella di un partner, al solo scopo di mantenere o allargare i mercati di smercio dei propri prodotti. Esempi ancora più “duri” di non-cooperazione, cioè di un vero e proprio esercizio del proprio potere egemonico da parte di attori politicamente più “forti” nei confronti di altri politicamente più “deboli”, possono essere ricercati in almeno due circostanze sufficientemente eloquenti ai fini delle riflessioni contenute nel presente articolo.
La prima ci viene offerta dall’imposizione, da parte di alcuni Paesi del Nord del Pianeta nei confronti di altri, principalmente del Sud, di produrre beni agricoli da esportare verso il Paese richiedente. Si tratta di una pratica che avviene a scapito della produzione dei beni necessari alla sussistenza della comunità del Paese esportatore, costretto in tal modo a importare tali beni. Ciò si è verificato (e si continua a verificare) anche attraverso la “mediazione” d’istituzioni internazionali, che vincolano alle condizioni poco sopra espresse l’assistenza di aiuti allo sviluppo e alla riduzione della povertà. Analoga politica è stata quella seguita dalla Banca mondiale, soprattutto negli anni del secondo dopoguerra, di concedere prestiti in moneta straniera imponendo ai beneficiari la condizione di estrarre ed esportare beni a spese della produzione dei prodotti necessari alla sussistenza della popolazione locale (HUDSON 2021, cap. II).
La seconda circostanza riguarda il recente fenomeno dell’accaparramento delle terre e delle acque da parte di alcuni Paesi in territori lontani dal proprio, spesso in altri continenti. Una pratica certamente non nuova nella sostanza, ma negli ultimi decenni certamente diversa nella forma e negli obiettivi. Nella forma, poiché i Paesi “accaparranti” entrano in negoziazione diretta con i governi degli Stati che dispongono di vaste estensioni di terreni e acque e che sono ricchi di risorse naturali necessarie agli stessi “accaparranti”, comportando un’emigrazione forzata delle popolazioni indigene che, non disponendo il più delle volte di documenti ufficiali di proprietà della terra in cui vivono, non di rado da molte generazioni, possono essere facilmente “allontanate” (spesso forzatamente e con immaginabili conflitti), con ciò mettendo seriamente a repentaglio la loro stessa esistenza. Gli obiettivi dell’accaparramento delle terre e delle acque sono fissati dalla necessità, da parte di alcuni attori, di disporre di risorse che non hanno affatto (o che hanno in quantità non sufficiente per la riproducibilità della propria economia), come, ad esempio, nel caso delle “terre rare”; oppure perché possono disporre di merci prodotte in altri territori più a buon mercato, rispetto alla produzione domestica (CHIODI 2018; 2021).
OSSERVAZIONI FINALI
Il “sistema economico”, diversamente dai confini pressoché rigidi di un Paese, ha certamente come base di riferimento il Paese stesso (metaforicamente come fosse la testa di un “serpente magmatico” che si muove sulla superficie del Pianeta cambiando forma e luogo in maniera discontinua nel tempo e in modo imprevedibile), il cui “corpo” si allunga invece in Stati diversi, a seconda della necessità di assicurare la riproducibilità della propria economia. E siccome i rapporti di forza tra i vari Paesi sono sovente diseguali, ciò induce di frequente all’esercizio di un potere e a forme di egemonia che talvolta possono sfociare o degenerare in veri e propri conflitti con forme ed esiti spesso drammatici.
Riconoscere l’esistenza, non solo concettuale ma anche e soprattutto materiale e reale, della nozione di “sistema economico” (metaforicamente il “serpente magmatico”) aiuta a comprendere meglio come i rapporti economici tra Stati avvengono generalmente e più realisticamente, purtroppo, su base non-cooperativa bensì conflittuale .
La struttura produttiva di ogni Paese, pertanto, dovrebbe essere vista come solo una parte di una più ampia struttura da ricercare necessariamente in altre parti del Pianeta diverse da quella presa come riferimento, con le possibili conseguenze che si è cercato d’illustrare nei paragrafi precedenti.
NOTE
(1) L’argomentazione che segue prende spunto dai primi schemi contenuti nel libro di SRAFFA (1960, capp. 1 e 2). Il saggio qui proposto estende l’uso ad alcuni problemi economici contemporanei sollevati nel testo. Si noti che il libro di Sraffa ha posto le basi in modo costruttivo e analiticamente impeccabile per un paradigma economico alternativo rispetto a quello del mainstream, il cui apparato analitico contiene invece alcune incoerenze logico-formali irrimediabili.
(2) Tale obiettivo è in netto contrasto con quello caratterizzante il pensiero economico mainstream, secondo il quale l’economia è vista come una “collezione” di individui ciascuno dei quali persegue individualmente la massimizzazione della propria utilità o del proprio profitto (a seconda che si tratti, rispettivamente, di un consumatore o di un’impresa). Si noti, di passaggio, come sia alquanto sorprendente che in alcuni modelli economici non-mainstream, come, ad esempio, HAWKINS – SIMON (1949), GALE (1960) e PASINETTI (1977), pur caratterizzati da un’impostazione teorica analoga a quella illustrata sopra, contengano invece una nozione di vitalità che esclude la sussistenza dei lavoratori e delle loro famiglie, e include la necessaria produzione di un “sovrappiù”, la cui composizione, tuttavia, non è detto assicuri la sussistenza sopra riferita, sia nella composizione che nella dimensione richieste. Su ciò si veda CHIODI (2010).
(3) Nella terminologia di SRAFFA 1960, le due tipologie di merci sono denominate, rispettivamente, merci-base e merci-non-base. Nel testo si è preferita una diversa terminologia più immediata e intuitiva.
(4) La prima edizione del libro On the Principles of Political Economy and Taxation (Principi di economia politica e dell’imposta) è del 1817.
(5) Una diversa chiave di lettura è fornita da LUCARELLI (2025).
RIFERIMENTI
G. CHIODI, The Means of Subsistence and the Notion of ‘Viability’ in Sraffa’s Surplus Approach, in S. ZAMBELLI (ed.), Computable, Constructive & Behavioural Economic Dynamics. Essays in Honour of Kumaraswamy (Vela) Velupillai, Routledge, Abingdon 2010, pp. 318-330.
G. CHIODI, Interpreting Global Land and Water Grabbing Through Two Rival Economic Paradigms, «Academicus International Scientific Journal» (2018) 18, pp. 42-52.
G. CHIODI, A Generalization of Sraffa’s Notion of ‘Viability’ in a ‘Land Grabbing’ Context, in KUMARASWAMY VELUPILLAI (ed.), Keynesian, Sraffian, Computable and Dynamic Economics. Theoretical and Simulational (Numerical) Approaches, Palgrave Macmillan, London 2021, pp. 163-186.
D. GALE, The theory of linear economic models, McGraw-Hill, New York 1960.
D. HAWKINS – H.A. SIMON, Note: Some Conditions of Macroeconomic Stability, «Econometrica» XVII (1949) 3, pp. 245-248.
M. HUDSON, Super Imperialism. The Economic Strategy of American Empire, Islet-Verlag, Dresden 2021.
S. LUCARELLI, Il tempo di Ares. Politiche internazionali, «leggi» economiche e guerre, Mondadori, Milano 2025.
L. PASINETTI, Lectures on The Theory of Production, The Macmillan Press Ltd., London – Basingstoke 1977.
D. RICARDO, On the Principles of Political Economy and Taxation, edited by P. SRAFFA, Cambridge University Press, London 1951.
A. SHAIKH, The Laws of International Exchange, in E.J. NELL (ed.), Growth, Profits and Property. Essays in the Revival of Political Economy, Cambridge University Press, Cambridge 1980.
P. SRAFFA, Produzione di merci a mezzo di merci, Einaudi, Torino 1960.