#L'ANALISI D'INTELLIGENCE. IL LABORATORIO DEL FUTURO
di ANNACLARA DE TUGLIE, MARTINA LOCARNI
ABSTRACT La ricerca sociale, nel suo doppio respiro teoretico e pragmatico, si configura come un movimento di duplice rilevanza: da un lato, contribuisce alla conoscenza dei fenomeni sociali, dall’altro, mira a orientare la soluzione o anche solo la più efficace messa in forma di un problema sociale (CARDANO 2011). È proprio in questo movimento che si costruiscono significati e categorie di analisi nuove, nominando, concettualizzando e rendendo visibili le fratture del sociale, del culturale e del politico. Ciò riguarda anche quei fenomeni, come la violenza criminale organizzata, che irrompono nello spazio pubblico in forma più o meno rumorosa o silente, a seconda dei contesti. Per questo motivo, è necessario che il ricercatore s’impegni a studiare le cose nel loro contesto naturale, cercando di dare un senso o d’interpretare i fenomeni in termini di significati che le persone attribuiscono loro (DENZIN – LINCOLN 2005). Torna, allora, l’immagine evocata da BUFALINO (1987) del sociologo che va alla partita di calcio per osservare gli spettatori, ricordandoci che comprendere la cornice è già entrare nel gioco, attraverso un esercizio di sguardo che intreccia teoria e prassi.
Studiare la criminalità organizzata di tipo mafioso, che, come osservano INGRASCÌ – MASSARI (2022), «non si presta a essere osservata direttamente», significa confrontarsi con un universo sotterraneo «sovraccarico di immagini di senso comune spesso fuorvianti». La mafia è infatti un fenomeno complesso e multidimensionale, la cui natura culturale, politica e sociale si articola in livelli di complessità che devono essere riconosciuti e compresi per poter essere efficacemente contrastati (SANTORO 2015). Se è vero che la ricerca scientifica si fonda su regole e principi metodici che permettono di ordinare, rendere analizzabile e accrescere le conoscenze disponibili (CORBETTA 2014), altrettanto vero è che, quando l’oggetto d’indagine è un fenomeno sommerso, la metodologia non può ridursi a un mero esercizio formale: deve diventare uno strumento capace di penetrare l’invisibile e di restituire forme di realtà che, altrimenti, rimarrebbero celate.
In questa prospettiva, lo studio della mafia richiede un approccio al tempo stesso multidisciplinare (PELLEGRINI 2022) e interdisciplinare: il primo chiama in causa il contributo di saperi distinti, che, pur preservando la propria autonomia, consentono d’illuminare differenti dimensioni del fenomeno; il secondo intreccia e integra tali prospettive in un quadro interpretativo unitario, promuovendo un dialogo tra discipline in grado di restituire una comprensione più ampia, profonda e coerente della realtà indagata. È, appunto, in questa tensione tra pluralità e sintesi che si colloca l’indagine sulla criminalità mafiosa: un ambito in cui dinamiche per loro natura invisibili esigono strumenti capaci di far emergere ciò che si cela dietro le apparenze. La ricerca si avvicina, dunque, al mestiere del «medico di campagna» evocato da CARDANO (2011): una pratica diagnostica fondata sulla lettura dei sintomi, dei segni, degli indizi rispetto a proprietà non osservabili. È in questi “saperi indiziari” che risiede la chiave d’accesso al mondo sommerso, e la metodologia qualitativa diventa lo strumento chiave attraverso cui la scienza tenta di conferire forma all’invisibile.
Il percorso qui proposto si articola in tre momenti: l’uso congiunto di approcci qualitativi e quantitativi; la definizione del disegno, delle domande e delle finalità della ricerca; l’individuazione del caso empirico di studio e lo svolgimento della ricerca sul campo. Questa architettura metodologica non ambisce, naturalmente, a esaurire in modo completo il vasto campo della ricerca sociale qualitativa, né tantomeno a dissolvere totalmente l’opacità di certi fenomeni. Il suo fine è piuttosto mettere in luce le possibilità di renderli il più possibile intelligibili, contribuendo alla costruzione di forme di conoscenza nuove e più profonde, da mettere a disposizione d’interventi di prevenzione e di strategie di contrasto più efficaci.
OLTRE LA DICOTOMIA: L’APPROCCIO MISTO NELLO STUDIO DELLE MAFIE
Nello studio dei fenomeni sommersi e ad alta complessità – come mafie, altre forme criminali organizzate e pratiche illecite – la questione metodologica non costituisce un preliminare tecnico, ma rappresenta il vero cuore dell’indagine. Il ricercatore è chiamato non solo a scegliere gli strumenti, ma a misurarsi con l’opacità strutturale dell’oggetto: fenomeni che, per loro stessa natura, tendono a non produrre tracce, a sottrarsi alla misurazione, a essere volutamente invisibili. In questo contesto, la distinzione tradizionale tra metodi quantitativi e qualitativi tende a perdere il carattere di una contrapposizione netta, configurandosi piuttosto come un insieme di differenze graduali che investono il modo di conoscere la realtà, gli obiettivi della ricerca e le modalità attraverso cui i dati vengono prodotti e interpretati.
Se la letteratura ha spesso associato il quantitativo al realismo e il qualitativo al costruttivismo (HAMMERSLEY 1999), è lo stesso Hammersley a ricordare che tali dicotomie non reggono: esistono quantitativisti anti-realistici e qualitativisti marcatamente realisti, e l’epistemologia non basta a distinguere i metodi in modo netto (LUCIDI ET AL. 2008). Anche le distinzioni sull’oggetto (misurare versus interpretare) e sugli obiettivi (verificare versus esplorare) sono più graduali che assolute. Ciò che maggiormente differenzia i due approcci sono i tempi e gli strumenti dell’esplorazione: più standardizzata e preliminare la prima nel quantitativo, più continua, interpretativa e incorporata nel processo di ricerca la seconda nel qualitativo. Proprio da questa constatazione ha preso forma, negli ultimi decenni, una riflessione metodologica che vede nel ricorso a strategie miste non un compromesso, ma un’occasione euristica. Come sottolinea Fabio Aliverini (in LUCIDI ET AL. 2008), la combinazione di metodi consente di valorizzare i punti di forza di ciascun approccio, articolando in modo più fine il rapporto tra teoria e dati. L’integrazione non è mera giustapposizione: diventa un dispositivo che moltiplica gli angoli visuali e rafforza la capacità inferenziale della ricerca. È la logica della triangolazione richiamata da COLLIER – BRADY (2010) e da TARROW (1996): mettere in dialogo fonti e tecniche differenti per affrontare un medesimo problema da più direzioni, riducendo i bias e aumentando la robustezza delle conclusioni. Strumenti come il process tracing permettono di chiarire meccanismi causali emersi nelle analisi statistiche; l’attenzione ai tipping points aiuta a interpretare discontinuità nelle serie temporali; mentre l’approfondimento qualitativo di casi specifici può fungere da leva inferenziale, verificabile poi tramite dati quantitativi. In altri casi, sono i dati numerici a guidare la selezione di casi per indagini qualitative mirate, in una sequenza tra metodi che si richiamano e si validano reciprocamente.
Questa architettura metodologica diventa indispensabile quando ci si confronta con fenomeni strutturalmente sommersi, come lo sfruttamento del lavoro agricolo in Lombardia, una ricerca condotta da una delle autrici di questo articolo. Più nello specifico, le fonti quantitative disponibili sul tema – in particolare le relazioni annuali dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) e i dati del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo dell’Università degli Studi di Firenze – restituiscono una rappresentazione parziale del fenomeno. I numeri dell’Inl, infatti, registrano esclusivamente i casi in cui è stato accertato il reato di cui all’art. 603 bis (Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro) del Codice penale: si tratta quindi di una misura doppiamente selettiva, condizionata sia dalla capacità del sistema di rilevare e perseguire gli illeciti sia dalle difficoltà probatorie che caratterizzano la norma. Anche i dati del Laboratorio non offrono un quadro completo, poiché dipendono dalla collaborazione delle procure con lo studio e presentano disomogeneità che rischiano di sottostimare la presenza del fenomeno. Qui emerge un nodo analitico cruciale: pretendere di quantificare un fenomeno sommerso e credere che il dato sia rappresentativo significa fraintendere la natura stessa dell’oggetto.
Lo sfruttamento, come ogni pratica illegale, ha come obiettivo quello di non emergere; la sua invisibilità è una componente costitutiva, non una mancanza contingente di dati. Non solo: in alcuni casi, i numeri possono risultare distorti non tanto dal fenomeno osservato, quanto dalla capacità istituzionale di contrastarlo. Un esempio paradigmatico è rappresentato dall’uso dei dati sui beni confiscati come indicatore della presenza mafiosa: un numero contenuto non implica necessariamente l’assenza delle organizzazioni mafiose, potendo piuttosto riflettere un’inefficacia dei meccanismi di prevenzione e contrasto; allo stesso modo, un numero elevato costituisce sì un segnale della presenza mafiosa, ma, nel confronto tra territori diversi, deve essere interpretato tenendo conto della sua dipendenza dalla capacità istituzionale d’individuare, perseguire e colpire le attività criminali (DALLA CHIESA 2014). I dati quantitativi, in altre parole, non parlano da soli, ma devono essere interpretati alla luce dei processi istituzionali e operativi che ne consentono la produzione.
È in questo spazio d’indeterminazione che la ricerca qualitativa diventa indispensabile. Le interviste semi-strutturate, l’osservazione sul campo, il dialogo con testimoni privilegiati – operatori del terzo settore, sindacalisti, forze dell’ordine, funzionari dell’ispezione – consentono di far emergere pratiche, modelli organizzativi e dinamiche che sfuggono alle analisi quantitative. Queste fonti non solo restituiscono profondità a fenomeni che i numeri non possono catturare, ma offrono anche la chiave interpretativa necessaria per leggere correttamente i dati disponibili: spiegano perché in alcuni territori le ispezioni producano pochi accertamenti, quali forme di sfruttamento rimangano invisibili, quali meccanismi di reclutamento eludono ogni statisticazione. In ultima analisi, l’integrazione tra dati quantitativi e qualitativi non è un vezzo metodologico, ma l’unico modo per “fare luce” su un fenomeno costruito per rimanere nell’ombra. Le due tradizioni non si limitano a completarsi: si correggono, s’interrogano e si potenziano reciprocamente, permettendo alla ricerca di avvicinarsi – pur consapevole dei propri limiti – a una rappresentazione più realistica, critica e strutturalmente fondata, per esempio, dello sfruttamento lavorativo agricolo in Lombardia.
PROGETTARE L’INDAGINE: ARCHITETTURA, DOMANDE E FINALITÀ
Nell’ambito delle scienze sociali qualitative, il disegno di ricerca non rappresenta un semplice passaggio preliminare, ma costituisce l’ossatura stessa dell’indagine. Come osserva CARDANO (2020), l’intero processo di ricerca – dalla definizione dell’impianto metodologico alla raccolta e analisi dei dati, fino alla testualizzazione – può essere letto come la costruzione di un argomento volto a persuadere la comunità scientifica della plausibilità delle conclusioni raggiunte. Il disegno, lungi dal costituire un formalismo superfluo o un adempimento burocratico, assolve la funzione essenziale di rendere trasparente il percorso che condurrà dalla domanda iniziale alle risposte empiricamente fondate. Nonostante ciò, l’autore osserva come la riflessione sul disegno tenda talvolta a essere percepita nel campo qualitativo come un vincolo alla creatività del ricercatore, quasi un cedimento al “metodocentrismo”. In realtà, pianificare non significa irrigidire l’azione sul campo, bensì predisporre un percorso ragionato che possa sostenere le inevitabili contingenze dell’indagine empirica.
Prima di accedere al campo, è dunque necessario chiarire alcuni elementi fondativi: il tema dell’indagine, i luoghi e i soggetti da cui si intende acquisire i materiali empirici, le tecniche previste per la costruzione dei dati, nonché la scansione temporale e logistica delle attività (LINCOLN – GUBA 1985, citati in CARDANO 2020). Una pianificazione accurata non equivale, naturalmente, all’illusione di poter operare in un contesto perfettamente controllabile, situazione che non esiste nella ricerca sociale: eppure, richiamando le parole dell’economista Robert Solow, dall’impossibilità di disporre di un ambiente perfettamente asettico non discende che la pratica chirurgica possa essere condotta in una fogna (GEERTZ 1987, citato in CARDANO 2020).
Il punto di avvio del disegno è l’individuazione di una domanda di ricerca chiara, sostenuta da una solida familiarità con la letteratura teorica ed empirica di riferimento e accompagnata dalla prefigurazione di un percorso metodologico in grado di favorire l’elaborazione di una risposta. Seguendo LAUDAN (1977, citato in CARDANO 2020), secondo cui il primo criterio di valutazione di una teoria è la sua capacità di fornire risposte convincenti a interrogativi rilevanti, CARDANO (2020) evidenzia come l’interesse di una domanda derivi congiuntamente dalla sua originalità e dalla rilevanza della risposta attesa. Come già accennato, quest’ultima può assumere due forme, non mutuamente escludenti: una rilevanza teoretica, quando il contributo atteso incide sulla comprensione dei fenomeni sociali, e una pragmatica, quando i risultati possono orientare l’azione o informare la gestione di un problema sociale. In altri termini, la prima dimensione si riferisce al contributo che la ricerca può apportare all’avanzamento delle scienze sociali, mentre la seconda ne sottolinea l’utilità per la società (CARDANO 2020).
Oltre alla rilevanza, la domanda deve superare due ulteriori verifiche: l’ammissibilità etica e la fattibilità pratica. Sul piano etico, HAMMERSLEY – TRAIANOU (2012, citati in CARDANO 2020) propongono tre principi cardine: minimizzare il danno ai partecipanti – soprattutto se si tratta d’individui vulnerabili – e al contesto in studio; rispettare l’autonomia dei soggetti coinvolti nella scelta della misura della loro collaborazione al lavoro; garantire la riservatezza delle informazioni raccolte. Per quanto concerne, invece, la valutazione della fattibilità, si ritiene utile riportare un esempio particolarmente calzante presentato da CARDANO (2020, p. 101):
Al di là da ogni considerazione etica uno studio sui rituali d’iniziazione alla mafia, condotto con l‘osservazione partecipante coperta, per quanto indubbiamente originale, non può essere realizzato, quantomeno se si ritiene importante che i risultati della ricerca vengono presentati alla comunità scientifica da chi li ha prodotti e non – nella migliore delle ipotesi – dalla vedova o dal vedovo.
Tali considerazioni trovano una concreta applicazione se esaminate alla luce di una ricerca empirica condotta da una delle autrici di questo articolo, dedicata al reclutamento dei minori da parte della criminalità organizzata in Messico, nonché al ruolo svolto dalle associazioni civili impegnate in progetti di prevenzione della violenza e reinserimento sociale. In questo caso, l’interesse originario per la condizione di sovraesposizione alla violenza dei segmenti più vulnerabili e precarizzati della gioventù si è progressivamente precisato in una domanda più circoscritta: cosa significa crescere e agire in un territorio segnato da violenza cronica (PEARCE 2007) e quali percorsi di emancipazione e protezione possono essere immaginati e costruiti all’interno di questo scenario? L’intreccio tra queste due dimensioni analitiche – la violenza e le vie di fuoriuscita da essa – ha orientato l’intero corpo della ricerca e, proprio alla luce di ciò, si è ritenuto che il fenomeno del coinvolgimento giovanile nella violenza criminale non potesse essere analizzato isolatamente rispetto alle forme d’intervento che mirano a contrastarlo. Il riferimento principale in tal senso è stato WIEVIORKA (2016), secondo il quale la validità di una teoria della violenza – in questo caso, di un’analisi della stessa in un contesto sociale e territoriale delimitato – va misurata soprattutto nella sua capacità d’illuminare i meccanismi che ne consentono la prevenzione o l’indebolimento. Tale percorso di ricerca ha cercato di perseguire due obiettivi principali: sul versante teoretico-scientifico, si è cercato di contribuire al campo di studi su gioventù e violenza, introducendo un problema ancora poco esplorato nella letteratura (in particolare italiana ed europea), ovvero il fenomeno del reclutamento dei minori da parte della criminalità organizzata nel contesto messicano, considerato paradigmatico. Sul versante pragmatico-sociale, il lavoro si è posto l’obiettivo di “restituire” agli attori direttamente coinvolti sul campo (in particolare, operatori sociali e rappresentanti della società civile organizzata) una ricostruzione sistematica delle loro stesse conoscenze ed esperienze, nonché di offrire ad altre realtà associative attive in contesti differenti una serie di esempi di strategie d’intervento nel campo della prevenzione e del reinserimento sociale dei giovani coinvolti in circuiti di violenza. A tali obiettivi si è accompagnato il tentativo di analizzare, su un piano macro-analitico, il contesto in cui prendono forma tanto la violenza quanto le risposte civili a essa: un Messico segnato dall’escalation della criminalità organizzata, dalla lacerazione del tessuto sociale, da alti livelli di corruzione e impunità e dagli effetti disastrosi delle strategie di militarizzazione della sicurezza pubblica.
La valutazione dell’ammissibilità etica ha rappresentato un passaggio decisivo nella definizione del disegno di ricerca, soprattutto in considerazione della delicatezza del fenomeno indagato e della presenza di soggetti altamente vulnerabili. La scelta metodologica di non intervistare direttamente minori reclutati – detenuti in strutture penitenziarie – risponde al principio della minimizzazione del danno. Coinvolgere questi giovani in un’intervista avrebbe potuto esporli a rischi significativi sotto molteplici profili: sul piano emotivo e psicologico, data la rievocazione di esperienze traumatiche; sul piano della sicurezza personale, qualora la narrazione avesse involontariamente fatto emergere informazioni sensibili relative ai gruppi criminali o alle dinamiche del reclutamento. A ciò si aggiunge la loro condizione strutturale di vulnerabilità in quanto minori, che rende complessa la garanzia effettiva della piena autonomia decisionale nella partecipazione. Per queste ragioni, si è scelto di ricorrere a interlocutori indiretti – esperti, operatori sociali, rappresentanti di organizzazioni civili – che, per ruolo professionale e competenze, possedevano una conoscenza approfondita delle condizioni di vita, delle esperienze e dei percorsi dei minori reclutati.
La protezione dell’anonimato e della privacy è stata garantita in tutte le fasi della raccolta e gestione dei dati, assicurando che nessun dettaglio potesse ricondurre a persone, luoghi o situazioni specifiche. Anche la valutazione della fattibilità pratica ha inciso in modo sostanziale sul disegno di ricerca. Svolgere osservazione partecipante in quartieri caratterizzati da elevati livelli di violenza, presenza radicata della criminalità organizzata e attività illecite avrebbe compromesso sia la sicurezza della ricercatrice sia la solidità stessa del percorso di ricerca. In tali contesti vivono molti adolescenti “a rischio” di reclutamento, ma l’accesso diretto si sarebbe rivelato pericoloso, metodologicamente instabile e difficilmente controllabile. Per questo, la scelta si è orientata verso la realizzazione dell’indagine in ambienti sicuri e strutturati, legati al mondo associativo.
COSTRUIRE IL CAMPO D’INDAGINE: STRATEGIE DI ACCESSO, INTERVISTE E OSSERVAZIONE PARTECIPANTE
A seguito della definizione del disegno di ricerca e del framework teorico, si rende necessaria una preliminare individuazione del campo d’indagine, inteso come delimitazione dell’area di studio e delle unità di analisi su cui si concentrerà l’indagine empirica (MERRIAM –TISDELL 2009). Questa fase riveste un ruolo strategico, poiché consente di selezionare consapevolmente i contesti e gli attori da osservare, sulla base di criteri espliciti di accesso e rilevanza analitica. In tale cornice, il fieldwork, o ricerca sul campo, costituisce lo strumento centrale della ricerca qualitativa per la raccolta di dati empirici, risultando particolarmente adeguato allo studio di fenomeni complessi e in larga parte sommersi, come quelli analizzati nel presente contributo. Attraverso la presenza diretta nei contesti osservati, il ricercatore mira a comprendere il “mondo dei valori morali e dei significati” degli attori sociali coinvolti, evitando di confondere la partecipazione osservativa con forme di assimilazione culturale (WAX – WAX 1980; ANDERSON 2006).
Alla luce di quanto esposto sulle scelte metodologiche e teoriche, si propone un esempio pratico tratto da una ricerca svolta da una delle autrici del presente articolo sullo sfruttamento del lavoro in agricoltura e sulle infiltrazioni mafiose nella filiera agroalimentare in Lombardia. La selezione del caso di studio e la sua fattibilità è stata valutata mediante due strumenti principali: l’analisi della letteratura scientifica disponibile e l’individuazione preliminare d’indicatori di sfruttamento del lavoro. Questi ultimi sono stati organizzati in quattro macrocategorie: caratteristiche del settore agricolo; caratteristiche della forza lavoro; contesto sociale e istituzionale; dimensione giudiziaria. Ognuno è concepito come un elemento che, insieme ad altri, può segnalare potenziali situazioni di sfruttamento o irregolarità in un determinato territorio. Alla luce di tale analisi preliminare degli indicatori (Figura 1), la regione Lombardia è stata individuata come un contesto di studio adeguato poiché presenta condizioni di contesto potenzialmente favorevoli alla presenza di fenomeni di sfruttamento del lavoro e d’infiltrazione mafiosa nel settore agroalimentare.
Per la prima macrocategoria, relativa alla stagionalità agricola, al fine di comprendere la presenza di fenomeni stagionali nella regione, ci si è avvalsi del Geoportale della Regione Lombardia e della banca dati Dusaf 7.0 sull’uso e la copertura del suolo (aggiornata al 2021), derivata da ortofoto a colori Agea. I dati sono stati elaborati in ambiente Gis tramite Qgis, consentendo d’isolare le variabili relative alle colture agricole e d’identificare le produzioni e le province di maggiore interesse, come le aree vitivinicole (Figura 2), spesso soggette a fenomeni di sfruttamento stagionale.
Sempre nell’ambito della prima categoria, è stato considerato il peso economico del settore agricolo: per il caso lombardo, tale indicatore è stato stimato utilizzando dati provenienti dalle Camere di Commercio e dalla Regione Lombardia.
Per la seconda macrocategoria, relativa alla vulnerabilità lavorativa e alla presenza di lavoratori stranieri, si è fatto riferimento ai dati Istat. Il contesto sociale e istituzionale è stato analizzato attraverso fonti online, articoli giornalistici e siti di associazioni e istituzioni, considerando la presenza di progetti e interventi contro lo sfruttamento del lavoro non solo come espressione di sensibilità territoriale al tema, ma anche come possibile indicatore indiretto della presenza del fenomeno, nella misura in cui tali interventi presuppongono l’esistenza di soggetti, pratiche o contesti problematici che ne rendono necessaria l’attivazione. La dimensione giudiziaria è stata esplorata tramite i report del Laboratorio sullo sfruttamento del lavoro dell’Università di Firenze e dell’Inl, integrati con i dati pubblici sull’andamento delle irregolarità lavorative. Parallelamente, è stata considerata la dimensione dell’infiltrazione mafiosa nella filiera agroalimentare. In questa fase, le due dimensioni sono state analizzate separatamente, individuando gli indicatori sulla base della letteratura scientifica, della presenza di organizzazioni mafiose attive sul territorio e delle inchieste giudiziarie disponibili. Gli indicatori hanno incluso la presenza di mercati all’ingrosso di rilevanza nazionale e il radicamento di organizzazioni mafiose nel settore agroalimentare. Anche in questo caso, la Lombardia si è rivelata un contesto coerente con gli indicatori delineati, confermandone l’adeguatezza come campo di studio.
Nella definizione dell’itinerario metodologico, una volta individuato il contesto empirico più adeguato a rispondere alle domande di ricerca, è necessario, come già menzionato, precisare la forma concreta dell’esperienza sul campo e le tecniche attraverso cui s’intende costruire la documentazione empirica (CARDANO 2011). Tra i metodi classici del paradigma qualitativo – osservazione partecipante, intervista, focus group, analisi documentale – i primi due rappresentano strumenti privilegiati per cogliere il significato situato dei fenomeni, restituendone la complessità sociale e interpretativa. Le interviste qualitative rappresentano uno strumento essenziale per accedere alle dimensioni dell’esperienza che non sono direttamente osservabili. Come afferma PATTON (2002), intervistiamo le persone per conoscere sentimenti, intenzioni, interpretazioni del mondo, vissuti passati e significati che l’osservazione non può cogliere. La costruzione del materiale empirico attraverso le interviste, secondo CARDANO (2011), implica tre fasi: instaurare il contatto e presentare il progetto, condurre il colloquio e procedere alla trascrizione accurata di quanto emerso. La selezione degli intervistati può avvenire tramite snowball sampling, una tecnica ampiamente utilizzata nelle ricerche qualitative che permette di costruire progressivamente il campione attraverso le reti di relazioni degli stessi partecipanti (GOBO 2004). Ciò consente di raggiungere soggetti difficilmente accessibili e di approfondire prospettive pertinenti al fenomeno studiato. Le interviste possono essere strutturate, semi-strutturate o non strutturate, in base al grado di standardizzazione (CORBETTA 2014). Nel nostro disegno di ricerca si è privilegiata l’intervista semi-strutturata, che combina la definizione preliminare dei temi con una flessibilità nell’ordine, nella formulazione delle domande e nelle dinamiche dell’interazione. Come sottolineano GUBRIUM – HOLSTEIN (2001), richiamati da DELLA PORTA (2010), l’intervista è un incontro in cui entrambe le parti sono attive: il significato non è semplicemente estratto, ma co-costruito durante il dialogo. A tale scopo possono essere predisposte diverse tracce, differenziate in base ai profili degli interlocutori, da impiegare in modo adattivo secondo la situazione concreta.
Accanto all’intervista, vi è l’osservazione partecipante, teorizzata e rimodulata in particolare da antropologia e sociologia, e che poggia sul più semplice e al tempo stesso più radicale assunto epistemologico: per comprendere una realtà occorre viverla. Come sostengono SEMI – BOLZONI (2010), essa richiede al ricercatore di trascorrere un periodo prolungato a stretto contatto con il fenomeno studiato, mettendo in gioco il proprio corpo, la propria soggettività e una disponibilità all’immersione che rende l’esperienza etnografica intrinsecamente personale. La finalità è restituire al pubblico la complessità della vita quotidiana dei contesti osservati, offrendo quella profondità descrittiva e interpretativa che caratterizza l’etnografia. Anche CORBETTA (2015) insiste su questo aspetto: l’osservazione partecipante è la più classica delle tecniche qualitative perché unisce la rilevazione sistematica del dato sociale all’immersione totale nel segmento di società indagato. A questo proposito, nel contesto italiano OMIZZOLO (2019) e PIRO – SANÒ (2019) evidenziano come l’osservazione diretta di fenomeni di sfruttamento lavorativo nei contesti agricoli possa avvenire tramite l’assunzione del ruolo di lavoratore da parte del ricercatore, consentendo così l’accesso alle pratiche quotidiane, ai rapporti di potere e alle condizioni materiali del lavoro senza alterarne significativamente le dinamiche. In questa prospettiva, il ricercatore “scende sul campo”, vive e interagisce con i soggetti studiati, condividendone la quotidianità, interrogandoli, scoprendone speranze, concezioni del mondo e motivazioni dell’agire, fino a sviluppare una visione dall’interno, condizione necessaria per una comprensione profonda. All’interno di questa tecnica si distingue tradizionalmente tra osservazione scoperta e osservazione coperta: nella prima, i soggetti sono consapevoli del ruolo del ricercatore; nella seconda, tale ruolo non viene dichiarato. La scelta dipende dal contesto e dalle implicazioni etiche e analitiche, ma in ogni caso deve rispettare principi di trasparenza, tutela dei partecipanti e adeguatezza metodologica.
CONCLUSIONI: QUALE CONTRIBUTO DELLA RICERCA ACCADEMICA
Alla luce delle evidenze raccolte, emerge una domanda centrale: a cosa serve davvero un’analisi accademica?
Nel campo degli studi sulla criminalità organizzata – dove le categorie analitiche s’intrecciano con esigenze operative, giuridiche e di sicurezza – tale interrogativo assume particolare rilevanza. Quando si studiano mafie, illeciti e forme ibride d’infiltrazione, non si può eludere la questione del rapporto tra conoscenza scientifica e capacità delle istituzioni di prevenire e contrastare tali fenomeni. L’obiettivo non è soltanto “fare ricerca”, ma attribuire alla ricerca il compito più ambizioso di essere interessante per la società. Un’espressione che richiede chiarimento: cosa significa produrre una conoscenza sociale che sia effettivamente utile?
COLEMAN (1993) fornisce una risposta efficace, attribuendo ai sociologi – e più in generale agli studiosi delle dinamiche sociali – il ruolo di contribuire al design istituzionale: non limitarsi a descrivere il mondo sociale, ma offrire elementi capaci di orientare la configurazione delle istituzioni. In questa prospettiva, la ricerca assume senso nella misura in cui individua meccanismi che rendono più leggibile il funzionamento dei fenomeni criminali e che, proprio per questo, possono favorire strategie d’intervento più efficaci. Non si tratta di proporre soluzioni operative, ma di offrire chiavi interpretative che, una volta messe nelle mani degli attori istituzionali, possano tradursi in azioni più informate.
Il primo passaggio riguarda l’elaborazione degli indicatori di rischio utili a selezionare i contesti di studio, come si è visto già sopra. Questi indicatori sono preliminari, costruiti sulla base di letteratura consolidata e dati quantitativi e, in alcuni studi, colgono solo parzialmente la complessità dei fenomeni sommersi. La ricerca qualitativa interviene proprio a questo livello, colmando la distanza tra ciò che gli indicatori prefigurano e ciò che i contesti effettivamente rivelano. Al termine del percorso empirico emerge un secondo tipo d’indicatore, arricchito e ricalibrato grazie agli elementi raccolti attraverso osservazione diretta, interviste e pratiche quotidiane degli attori coinvolti. In questo modo, gli indicatori smettono di essere segnali astratti e diventano strumenti realmente aderenti alla realtà. L’utilità della ricerca risiede dunque nella capacità di produrre una conoscenza orientata: rigorosa, ma al tempo stesso in grado di fornire alle istituzioni strumenti interpretativi più solidi. È in questa tensione tra analisi e orientamento che si colloca l’idea di una ricerca “interessante per la società”.
Una delle responsabilità più delicate della ricerca sociale sui fenomeni sommersi riguarda la funzione di mediazione conoscitiva che il ricercatore esercita tra il campo e le istituzioni incaricate della prevenzione e del contrasto. Questa mediazione, condotta nel rispetto dell’etica – tutela della privacy, anonimizzazione radicale, protezione dei soggetti vulnerabili – può diventare una lente preziosa attraverso cui le istituzioni, spesso distanti dall’osservazione quotidiana, riescono a cogliere ciò che altrimenti resterebbe invisibile. Chi opera nei settori del controllo non può infatti frequentare il campo con la stessa continuità del ricercatore, né accedere alle reti informali, ai mondi comunitari e alle micro-dinamiche quotidiane. La loro conoscenza tende perciò a essere mediata da protocolli e indicatori che catturano solo una parte del reale. Al contrario, insegnanti, operatori sociali, volontari, rappresentanti dell’associazionismo e altri attori locali vivono quotidianamente il territorio: ne percepiscono le micro-trasformazioni, i segnali deboli, le tensioni latenti che anticipano problemi sociali o dinamiche criminali più ampie. Il compito del ricercatore non è dunque diventare “informatore”, ruolo improprio e contrario alla deontologia, ma sistematizzare analiticamente percezioni ed esperienze maturate da chi abita i territori, restituendo una conoscenza che nessuna istituzione può ottenere da sola.
Un esempio aiuta a chiarire questo ruolo. Immaginiamo un’indagine etnografica in un grande ortomercato metropolitano, frequentato da lavoratori spesso invisibili: piccoli trasportatori, scaricatori, mediatori, manodopera stagionale. Attraverso conversazioni protette emergono segnali ricorrenti: nuovi intermediari insistenti, piccoli episodi intimidatori, micro-creditori informali che offrono prestiti a condizioni abusive. Nessuno di questi elementi è di per sé “azionabile”, ma, sistematizzati in un quadro interpretativo, restituiscono l’immagine di un ingresso graduale di un gruppo criminale nel settore. La conoscenza prodotta non espone identità o episodi specifici: illumina le dinamiche economiche che rendono vulnerabile l’ortomercato, distingue tra fattori congiunturali (costi energetici, riduzione dei margini commerciali) e strutturali (precarietà lavorativa, asimmetrie informative). È in questo passaggio che la ricerca diventa strumento di prevenzione. Offrire alle istituzioni una mappa delle cause profonde – disuguaglianze, mancanza di tutele, isolamento sociale, squilibri di potere economico – significa permettere interventi tempestivi, prima che il problema esploda.
La stessa logica vale per il contrasto: in contesti fluidi, frammentati, composti da micro-pratiche quotidiane difficili da osservare “dall’alto”, aggiornare la visione istituzionale attraverso ricerche empiriche evita la formazione di un gap tra ciò che accade e ciò che si crede accada. Un operatore sociale che riferisce, in un’intervista di ricerca, l’aumento di presenze sconosciute che offrono “protezione” ai negozianti non denuncia nessuno, ma contribuisce a una lettura situata che, aggregata ad altre, può orientare l’attenzione delle istituzioni.
In ultima analisi, la ricerca svolge una funzione di traduzione epistemologica: trasforma esperienze frammentate in un quadro sistemico, utile per comprendere le radici dei problemi e coglierne le trasformazioni in atto. Questo quadro serve alla comunità scientifica e alla società civile, ma soprattutto a chi deve prendere decisioni operative. In un mondo in cui i fenomeni criminali si manifestano attraverso segnali sempre più ambigui, il ricercatore diventa un mediatore essenziale: non un informatore, ma un interprete; non un osservatore distaccato, ma un ponte tra saperi; non un tecnico isolato, ma un costruttore di connessioni che restituisce alle istituzioni quella profondità di campo che altrimenti mancherebbe.
RIFERIMENTI
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