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SPIONAGGIO E MUSICA DELLA “GENERAZIONE COCKTAIL”. LE NOSTRE COLONNE SONORE ALLA CONQUISTA DEL MONDO

#CINEMA

di DANIELE BEVILACQUA

ABSTRACT Già a partire dal primo titolo della serie, Licenza di uccidere, diretto nel 1962 da Terence Young, le trasposizioni filmiche di James Bond riscuotono consensi clamorosi in tutto il mondo. L’eccezionale popolarità rapidamente acquisita dall’agente segreto 007, personaggio letterario ideato nel 1953 dallo scrittore britannico Ian Fleming, genera in breve tempo una corsa all’imitazione che vede l’Italia in prima fila sia in ambito cinematografico sia in altri contesti, in particolare quello editoriale, come dimostrano i tanti romanzi e fumetti usciti intorno alla metà degli anni Sessanta e aventi per protagonisti degli emuli della fascinosa spia inizialmente immortalata sul grande schermo dall’indimenticato Sean Connery. Indiscutibile punto di forza delle pellicole italiane d’ispirazione bondiana sono le colonne sonore, capaci di far appassionare il grande pubblico al genere musicale cosiddetto “lounge” – ancora oggi in gran voga – in virtù di brani scaturiti dal genio compositivo di riconosciuti maestri quali Piero Umiliani, Ennio Morricone, Piero Piccioni, Bruno Nicolai, Armando Trovajoli, Riz Ortolani e altri.

L’incredibile successo delle prime pellicole della saga di James Bond, personaggio trasposto al cinema dai romanzi di Ian Fleming, è un fenomeno che, sin dal suo rapido affermarsi e proprio in virtù del suo imporsi a livello mediatico, è stato studiato, analizzato e dibattuto sotto ogni profilo, da critici cinematografici e giornalisti d’opinione, da accademici d’ogni rango ed estrazione, scrittori e persino uomini politici, pervenendo a tesi contrapposte, spiegazioni controverse, interpretazioni divergenti. Nel nostro Paese, in cui le imprese spionistico-avventurose del nuovo e intrepido character trovarono immediatamente un terreno assai fertile dove attecchire, già nel 1965 venne pubblicato da Bompiani, a cura di Oreste Del Buono e Umberto Eco, il volume a più voci Il caso Bond. Le origini, la natura, gli effetti del fenomeno 007, un prezioso instant book con una raccolta d’interessanti e sfaccettate testimonianze sull’argomento e, per certi aspetti, ancora d’attualità. Su ogni considerazione svolta, comprovata o confutabile che essa sia, vi è sempre un incontrovertibile dato fattuale.

Essendo il primo e più duraturo franchise della storia del cinema (25 film tra il 1962 e il 2021), l’eroe di Fleming si è guadagnato presto un posto d’onore nell’immaginario popolare e, da oltre mezzo secolo, è divenuto un’icona della cultura di massa (ne abbiamo accennato su GNOSIS 2/2023). All’inizio fu un riscontro abbastanza inopinato, come sovente avviene per certi fatti destinati a segnare la storia, vieppiù nel campo dell’industria culturale, ma poi divenne tanto rilevante da innescare anche un fiorentissimo merchandising di prodotti tra i più disparati legati a quel fatidico marchio (dai giocattoli all’abbigliamento firmato). Un cospicuo mercato indotto capace di far fatturare bene aziende del tutto estranee al mondo del cinema e della paraletteratura.

In un contesto di tale appassionato delirio, è facile immaginare come il format bondiano potesse offrire le proprie precipue caratteristiche a chi aspirasse a replicare altrove un simile successo o, quantomeno, più sommessamente, a mettersi nella ricca scia di quel magico sfavillare, cercando di coglierne quanti più vantaggi possibile. In Italia, a guardare con una certa inventiva e uno spirito di emulazione mai domi nonché con un’invidiabile capacità di riadattamento “artigianale” di ogni idea lucrosa che si palesasse all’orizzonte – secondo una mentalità maturata anche sulle asprezze del dopoguerra e le quotidiane difficoltà nel reinventarsi una vita e un mestiere nuovi giorno dopo giorno – c’erano tanti imprenditori, spesso più spavaldi e sfacciati che non davvero lungimiranti, ma sempre prontamente intraprendenti, che operavano in campo editoriale e cinematografico. Molti di loro, consapevoli di avere fiutato (finalmente!) l’affare milionario, non esitarono nemmeno a firmare mazzi di cambiali pur di mettere in moto operazioni commerciali che spesso, col senno di poi, si riveleranno del tutto fallimentari.

Ecco allora che a interessarsi mediaticamente all’effervescente bondismo dilagante e a replicarlo in forme simili, ma giammai eguali a quelle originali, furono il mondo del fumetto e quello della celluloide. Entrambi questi settori dell’intrattenimento, d’altra parte, alla metà degli anni Sessanta stavano vivendo un periodo sicuramente florido che rispecchiava la relativa spensieratezza assicurata a gran parte degli italiani dal boom economico e da un Paese in forte crescita, economica e culturale. La pur recente, disastrosa disfatta bellica (con conseguente guerra civile) era solo un doloroso ricordo e il crescente consumismo, sempre più diffuso tra ampi strati della popolazione, assicurava, almeno alle famiglie appartenenti alle classi medie, una casa, un’automobile e degli elettrodomestici (TV inclusa). Certo, gli albi disegnati erano ancora considerati alla stregua di un inutile trastullo infantile da numerosi e autorevoli referenti cattedratici e istituzionali (per non dire degli spinosi problemi censori sollevati dai tanti antieroi “neri” in calzamaglia, a partire da Diabolik, che minavano con le loro malefatte la morale comune), ma in molti via via si ricrederanno dopo la nascita di «linus» (1965) e l’istituzione del Salone internazionale dei comics di Lucca (1966): due eventi critici che assicureranno una patente di lettura dei fumetti anche a un pubblico adulto, maturo e consapevole delle proprie scelte.

Oltre che a destare l’interesse del pubblico e di molti lettori, il cinema popolare aduso a sfruttare commercialmente i generi (ovvero quella branca che maggiormente si rivolgerà al tema delle spie di derivazione bondiana per rielaborarne personaggi e atmosfere) e il fumetto erano spesso accomunati da drastici limiti di budget che imponevano, sia nel mondo della celluloide che in quello delle nuvole parlanti, la costante ricerca di soluzioni creative alternative, per quanto possibile compatibili con le rispettive possibilità economiche. Tuttavia, nonostante le limitate disponibilità finanziarie, sia il cinema che i fumetti nostrani ripresero audacemente i numerosi spunti tematici offerti dalla saga della più celebre spia inglese con licenza di uccidere e li ricombinarono a proprio piacimento, seguendo l’estro degli sceneggiatori e le velleità dei registi, più o meno fedeli al modello originale. Si arriverà così a elaborare delle trame che, attraversando generi differenti, dall’avventuroso al poliziesco, dalla spy story alla fantascienza, si configureranno come dei veri e propri pastiches per tutti i gusti. Senza contare che molti di questi film nostrani lasciavano emergere una forte carica ironica e, già dal titolo, sembravano fare il verso a produzioni estere di ben altra levatura (da James Bond a scendere) del cinema e della TV. Altri esempi “parabondiani”, invece, si tingevano di commedia e altri ancora erano smaccate parodie di questo nuovo genere spionistico d’azione che imperversa un po’ ovunque.

Le pellicole “ufficiali” dell’agente segreto di Fleming, innanzitutto, erano un grande evento di puro intrattenimento con numerose scene d’azione (che coinvolgono mezzi di locomozione di ogni sorta), sparatorie, combattimenti corpo a corpo, sequenze ardite e massimamente spettacolarizzate per il grande schermo che emozionavano la platea, tenendo sempre col fiato sospeso gli spettatori del tempo, un pubblico assai meno smaliziato di quello odierno. Se in fatto di scene da cardiopalma il cinema è senz’altro più efficace dei disegni con le nuvolette, le serie a fumetti e gli 007 di Sean Connery, però, condividevano una ripetitività di schemi narrativi predeterminati che, contrariamente a quanto ritenuto da alcuni, non rappresentarono un fattore invalidante o compromettente lo sviluppo delle trame. Al contrario, sono questi parametri narrativi invariabili, quasi codificati, che infusero sicurezza negli appassionati, fidelizzandoli durevolmente ai personaggi seriali, anche se, di fatto, sapevano tutti già molto bene come sarebbe andata a finire ogni sequenza illustrata o spezzone di girato. Lasciando per ora da parte le serie e i personaggi dei fumetti di casa nostra che hanno attinto a piene mani dall’universo spy à la James Bond (ne ha fornito un buon resoconto Giuseppe Pollicelli in Fumetti d’intelligence, 2018), concentriamoci invece sulle caratteristiche precipue del filone emulativo che invase i cinema alla metà dei favolosi anni Sessanta.

Così come si fusero elementi da generi differenti, allo stesso modo questo peculiare mix avvenne anche per i diversi “ingredienti” (o stereotipi che dir si voglia) desunti dalla saga di James Bond, secondo una logica che assecondava anche le più astruse esigenze di copione pur di conquistare il favore del pubblico. Il protagonista doveva avere sempre il portamento e l’eleganza del campione di riferimento e impersonare un antieroe cinico, dotato di forte magnetismo, dalla battuta fulminante e il cocktail d’ordinanza in mano. Da par suo, egli sapeva usare le armi (praticamente tutte) con rara perizia ed è altrettanto letale negli scontri all’arma bianca o nei combattimenti corpo a corpo. Di più, come il vero 007, anche l’Agente XYZ aveva in dotazione equipaggiamenti incredibilmente sofisticati, gadget sorprendenti e sempre più tecnologici e avveniristici (spesso impossibili da realizzarsi e inventati di sana pianta), tali da far sobbalzare gli spettatori in poltrona dallo stupore e trasmettere loro un’ulteriore scossa di adrenalina prima che le luci si riaccendessero in sala. Al momento opportuno, poi, con il suo irresistibile charme, egli conquistava puntuale le belle e disinvolte coprotagoniste di turno (se fedeli compagne d’avventura o scaltre doppiogiochiste, non fa differenza…), come il pubblico femminile in sala. D’altra parte, per il suo spiccato machismo (termine che, all’epoca delle prime pellicole bondiane, non urtava alcuna sensibilità, indicando anzi un modello maschile ideale da perseguire sulla via del successo), egli riscuoteva finanche l’ammirazione di tanti uomini che, del pari, lo idolatravano.

All’interprete principale doveva poi essere assegnata una sigla alfanumerica che, a scanso di equivoci, rendesse nota a tutti la fantomatica denominazione adottata sotto copertura, variamente affiancata dalla dicitura “Agente segreto” o “Agente speciale” e/o altre degne perifrasi. Siccome la United Artist aveva diffidato «tutte le società italiane» dall’uso di quella più nota (007), si ricorse a un’infinità di varianti, consimili e non: 077, 070, S.077, OSS 77, 777, Z7, 0SS 117, 008, 009, 3S3 (queste appena a titolo di esempio). Nel filone Eurospy, in cui è ricompresa la maggior parte dei film italiani del genere, in quanto coproduzioni con altri Paesi continentali (in primis Germania e Francia), a brillare non saranno i volti di ricercate star hollywoodiane ma quelli di attori più facilmente scritturabili in ragione del meno esoso cachet richiesto: Ken Clark (077 nei film di Sergio Grieco), George Giorgio Ardisson (alias George Ardisson, 3S3 nei film di Sergio Sollima), Richard Harrison, Roger Browne, Brad Harris (Kommissar X), Tony Kendall (al secolo Luciano Stella). Professionisti ben noti a Cinecittà perché già presenti in diversi ruoli nei foltissimi cast dei film del genere peplum, destinato a segnare il passo al cospetto del nuovo filone spionistico e del ben più incalzante spaghetti western, in cui pure continueranno a recitare, gettando via l’impermeabile e la Walther Ppk, vestendo il poncho e impugnando la Colt.

Come detto, al protagonista veniva affiancata una bellezza femminile particolarmente attraente, secondo una regola non scritta, ma risalente alla celebre sequenza del Dr. No con la prima entrata in scena di Ursula Andress. Quando l’attrice svizzera, con indosso uno striminzito bikini bianco, esce, fresca e seducente, dalle acque di un atollo corallino. Si pensi che l’estate successiva all’uscita del film quel modello di costume andrà a ruba e che esso rappresenta a buon diritto il corrispettivo “coprente” indossato dalle soavi donne di Carlo Jacono, ritratte nel medesimo torno di tempo sulle copertine della collana «Segretissimo» di Mondadori (ne abbiamo scritto diffusamente su GNOSIS n. 4/2023), come pure le vesti succinte delle innumerevoli protagoniste dei tanti spionistici all’italiana, che non furono da meno nel promuovere, al pari delle bond girls nella serie madre, una scelta ben oculata di beltà muliebri. Una galleria di starlet del calibro di Daniela Bianchi (non a caso ex Bond girl), Erika Blanc, Dominique Boschero, Sylva Koscina, Margaret Lee, Beba Loncar, Rosalba Neri, Marilù Tolo e tante altre ancora in odore di gossip e di successo a seguire.

Non poteva mancare, infine, un arcinemico da affrontare per il bene del proprio Paese e dei suoi fedeli alleati. Si trattava nel più dei casi di una consorteria perigliosissima, capace di ricattare persino gli Usa o l’Urss, o addirittura entrambi messi insieme, minacciando di distruggere il mondo. Talvolta a capo dello sconsiderato gruppo terroristico vi erano uno scienziato folle o un miliardario altrettanto scriteriato, la cui scelleratezza si evinceva anche da qualche difetto fisico che lo deturpava e lo rendeva ancora più cattivo. A storie dal taglio spionistico-avventuroso, a un eroe scaltro, risolutivo e bene armato, a incontri galanti tra un night club e un piano bar, a un’organizzazione criminale dalla pericolosità apocalittica, affinché la formula dello spy movie all’italiana sortisse l’effetto desiderato (magari il più ambito: trasformare un film girato in economia in un blockbuster internazionale) doveva poi aggiungersi almeno una location esotica. Alle meravigliose e a volte troppo esclusive mete tropicali dei film bondiani (per esempio le Bahamas), le produzioni italo-europee risposero con destinazioni più accortamente low cost, d’ambito mediterraneo o mediorientale, come la Turchia, l’Egitto, Marrakech (o Rabat) o Beirut (il devastante conflitto civile libanese scoppierà solo 10 anni più tardi), Marbella sulla Costa del Sol oppure Ibiza alle Baleari. Meno frequenti, ma non proprio rare, le trasferte in Estremo Oriente (Filippine e Thailandia) oppure ai Caraibi, mentre il fattore coproduttivo interno all’Europa consentiva di girare scene di grande impatto visivo nelle maggiori capitali del vecchio continente (da Parigi a Stoccolma).

Nato per sfruttare in tutto e per tutto l’inarrestabile “effetto James Bond”, emulandone per quanto possibile tipi e meccanismi narrativi, il genere spionistico all’italiana, prodotto di rapido consumo per l’insaziabile appetito cinematografico dell’epoca, si esaurirà nel breve volgere di circa tre-quattro anni (con l’acme nel periodo1965-1967) e la realizzazione di quasi 200 film, scritti e girati in poche settimane.

Secondo gli esperti, nonostante il filone abbia avuto una serie di registi preminenti che vi si dedicarono a più riprese (tra cui Sergio Grieco / Terence Hathway, Gianfranco Parolini, Umberti Lenzi), nessuno di essi riuscì mai a consacrare al genere una pellicola seminale, un vero manifesto programmatico, come fu, ad esempio, Per un pugno di dollari per il western all’italiana che, dopo l’exploit di Sergio Leone, poté proseguire la propria strada rinnovandosi ulteriormente con le opere di Sergio Corbucci, Duccio Tessari e Sergio Sollima (già Simon Sterling come regista spy). La via italiana alla rivisitazione bondiana, invece, si arrestò assai prematuramente, anche perché il pubblico iniziò a preferirle proprio lo spaghetti western, in cui evidentemente si riconosceva di più.

Pur tuttavia, come ebbe a rilevare Marco Giusti: «Alla fine lo spionistico funzionò più nella diffusione di elementi apparentemente secondari, musica, scenografie, location, ovviamente le belle ragazze, diffusione di una diversa libertà di costumi, che per i suoi protagonisti ingessati nelle camicie di Battistoni e le giacche di Brioni» (GIUSTI 2010, p. 37). Proprio la musica che, ora piacevole e sognante, ora possente ed evocativa, riecheggiava in sottofondo in queste vecchie pellicole non è un mero fatto accessorio e a confermarlo basterebbe ricordare i nomi altisonanti di alcuni compositori e musicisti che vi contribuirono con egregi risultati: Piero Umiliani, Bruno Nicolai, Benedetto Ghiglia, Ennio Morricone, Francesco De Masi, Armando Trovajoli, Riz Ortolani, Piero Piccioni, Bruno Canfora e altri non da meno. Difatti, anche per gli spionistici made in Italy, come per il western e il giallo, le musiche rappresentavano un indiscutibile valore aggiunto alla visione del film. In primo luogo perché, nonostante venissero composte su specifiche richieste del regista a supporto delle singole scene, si rivelavano molto spesso ugualmente godibili a sé stanti, “decontestualizzate” dalle immagini.

È una vera e propria rivoluzione nella concezione della musica filmica che, oltre a essere considerata di poco conto per sua stessa natura, in quanto concepita poco nobilmente a scopo di lucro e non come composizione artistica pura, era ritenuta una mera melodia d’accompagnamento e di commento sonoro alle scene proiettate sullo schermo. Questo aspetto si espliciterà massimamente nel caso del maestro Ennio Morricone, a lungo logorato dal dilemma se con le sue musiche per il cinema, molte delle quali ritenute oggi unanimemente dei capolavori assoluti, avesse tradito la sua ispirazione creativa più vera e d’impronta accademica, la sua doverosa aspirazione alla cosiddetta “musica assoluta” (che pure ebbe in seguito a comporre con pregevoli risultati). Per fortuna, è anche grazie ai suoi lavori straordinari per la celluloide (per i film d’autore e per il cinema bis) che oggi le colonne sonore possono considerarsi un genere musicale autonomo, che trascende il vincolo della sua funzione primaria e perciò vanta ormai una piena dignità artistica. Quei compositori che invece non avevano avuto una formazione classica in ambito musicale, maturata tra conservatorio e accademia, o che addirittura si erano improvvisati autodidatti, non avevano di queste remore e non dovevano temere il giudizio di nessuno (maestri e colleghi), se non quello del pubblico.

Molti validi musicisti erano cresciuti a cavallo dell’ultima guerra con una passione dirompente per il jazz (censurato negli ultimi anni del regime fascista) e si erano profondamente immedesimati in quelle travolgenti sonorità anticonformiste sin da giovanissimi, prima imitandole, poi rielaborandole attraverso una diversa sensibilità, tutta “italiana”. Tra i primi a portare il jazz al cinema con strepitoso successo vi furono Armando Trovajoli, Piero Umiliani e Piero Piccioni. Proprio per questa “rilettura” in una diversa chiave melodica, più dinamica, a volte disimpegnata e spesso contaminata da altri suoni allora in voga (beat e pop), partendo dalle musiche di John Barry (che solo per James Bond ha composto 12 scores), alle colonne sonore dei film italiani di spie si diede un peculiare sound destinato a fare epoca. L’esotismo di tante ambientazioni, poi, era accompagnato ad hoc da tipici motivi ritmici tribali nordafricani o musica arabeggiante, come pure, se l’azione si svolge oltreoceano, da suadenti armonie caraibiche o sudamericane (calypso, bossa, mambo).

La riscoperta di questi motivi e altri ancora che i medesimi autori incidevano pure per i cosiddetti dischi di sonorizzazione (o library), si deve in primis a famosi dj internazionali che, nel corso degli anni Novanta, li recuperano all’ascolto in vario modo (anche registrandoli da incisioni su Vhs), giacché il pubblicato originale su vinile era stato davvero esiguo e le ristampe su CD ancora pochissime, e li inserirono, campionandoli, in propri brani destinati al successo oppure in compilation di lounge music dalla notevole risonanza. Saranno loro e tanti appassionati sparsi per il mondo a costituire quel movimento musicale definito come “Generazione Cocktail” e in cui la parte del leone sarà svolta da tanti acclamati compositori nostrani per il cinema. Di qui, questo genere quasi del tutto ignoto (obscure, per dirla alla maniera degli anglosassoni), anche grazie all’interessamento di alcuni importanti registi da sempre affascinati dal cinema italiano di genere, a cominciare da Quentin Tarantino, venne riproposto al pubblico, almeno in parte, attraverso le accattivanti sountracks dei loro film, miscelate con oculatezza per l’occasione, andando a carpire e valorizzare pezzi ormai del tutto “scomparsi” negli archivi delle più importanti etichette discografiche. Contestualmente a questi fortunati recuperi di singole tracce, venne anche riscoperta l’ulteriore discografia “marginale” dei maggiori autori italiani specializzati, che vivacizzò ancora di più l’interesse di collezionisti e appassionati oltre che di addetti ai lavori. Complice l’estrema difficoltà di reperire vinili vintage originali (le colonne sonore sono da sempre un campo d’elezione del collezionismo a 33 e 45 giri e le pochissime degli italian spy stampate al tempo sono particolarmente rare), all’inizio del nuovo millennio s’incrementò notevolmente la ristampa delle musiche di numerosi film di genere italiani d’antan su CD e vinile (supporto che, dato per defunto alla fine del secolo scorso, dopo una lenta ma costante ripresa si sta nuovamente imponendo sul mercato). Tanto che ad alcune realtà editoriali già operanti nel settore discografico (Beat Records), se ne affiancarono di nuove (Dagored, Digitmovies, Hexacord).

Questo fervore produttivo che, almeno all’inizio, era diretto principalmente ai collezionisti (di ogni titolo si stampano in genere 500 copie numerate), ha interessato anche numerosi film spionistici, la maggior parte dei quali disponibili per la prima volta con le loro colonne sonore complete (con il recupero dai master originali di tutte le suite composte, comprese quelle scartate in fase di montaggio) e spesso rimasterizzate. Va ancora detto che molte di queste pellicole, oltre ad avvalersi d’irresistibili sonorità “d’autore”, nei titoli di testa e di coda, avevano canzoni d’interpreti più o meno famosi che talvolta potevano balzare pure nelle hit parade italiane ed europee (Maurizio Graf, Peter Tevis, Carol Danell, Orietta Berti, Lara Saint Paul, Lydia MacDonald, Nora Orlandi, Bobby Solo). Senza contare che oggi molti materiali sono finalmente reperibili in streaming sulle principali piattaforme digitali.

Volendo ricordare solo qualche titolo meritevole di ascolto e che non mancherà di riservare piacevoli sorprese sonore, abbiamo pensato di fornire di seguito un elenco di pubblicazioni proposte su CD da etichette italiane (tranne poche eccezioni), per ciascun autore in rigoroso ordine alfabetico (là dove esista anche una versione in vinile 33 giri, coeva o successiva, questa viene indicata, dopo la sigla editoriale di riferimento, con la dicitura LP):

LUIS BACALOV (1933-2017):
OSS 77 Operazione fior di loto (GDM4211)
BRUNO CANFORA (1924-2017):
Il vostro super Agente Flit (DGST005)
Spia spione (BCM9505)
FRANCESCO DE MASI (1930-2005):
Colpo maestro al servizio di Sua Maestà britannica, con Alessandro Alessandroni (CDCR66)
F.B.I operazione Pakistan (BCM9542)
Sinfonia per due spie (CAM CDR 33-5 LP; BCM9552)
Troppo per vivere… poco per morire (CDDM024)
GIANNI FERRIO (1924-2013):
Black Box Affair – Il mondo trema (CDDM173)
BENEDETTO GHIGLIA (1921-2012):
Baleari operazione oro (CAM CDR 33-13 LP; CDCLUB7116)
New York chiama Superdrago (CAM CDR 33-16 LP; CDDM257)
ANGELO LAVAGNINO (1909-1987):
Superseven chiama Cairo (CDCR125)
GIANNI MARCHETTI (1933-2012):
Il magnifico Tony Carrera (CAM SAG 9011 LP; Quartet Records QR 220)
ENNIO MORRICONE (1928-2020):
La trappola scatta a Beirut (BCM9615)
Slalom (Dagored Red 118-1 LP; GDM4304)
Matchless (Cometa CMT 1015-29 LP; CD41DLX)
O.K. Connery, con Bruno Nicolai (LPDM002 LP; CDDM025)
MARIO NASCIMBENE (1913-2002):
Dick Smart 2.007 (Cinedelic CHLP 1004 LP; Hexacord HCD 13)
BRUNO NICOLAI (1926-1991):
Agente speciale L.K. – Operazione re Mida (Dagored Red 107-1 LP; Red 107-2)
K.O. va’ e uccidi (Saimel 3998920)
Missione speciale Lady Chaplin (CDDM082)
Upperseven, l’uomo da uccidere (SLCS 7304)
RIZ ORTOLANI (1926-2014):
Berlino: appuntamento per le spie (Saimel 3998911)
Tiffany Memorandum (CFS007)
PIERO PICCIONI (1921-2004):
Niente rose per OSS 117 (BCM9522)
Agente 077 dall’Oriente con furore (TOS0306)
ALDO PIGA (1928-1994):
Mark Donen – Agente Zeta 7 (BCM9540)
CARLO SAVINA (1919-2002):
Goldsnake anonima killers (CDDM302)
ARMANDO TROVAJOLI (1917-2013):
Rapporto Fuller, base Stoccolma (CDCR74)
PIERO UMILIANI (1926-2011):
Jerry Land cacciatore di spie (CDCR122)
Agente X 1-7 operazione Oceano (BCM9525)
Agente 3S3 – Massacro al sole (CDCR131)
Operazione poker (CDCR116).


RIFERIMENTI

F. ADINOLFI, Mondo Exotica. Suoni, visioni e manie della Generazione Cocktail, Einaudi, Torino 2000.

F. ADINOLFI, Mondo Exotica. Suoni, visioni e manie della rivoluzione Lounge, Marsilio, Venezia 2021.

O. DEL BUONO – U. ECO (a cura di), Il caso Bond. Le origini, la natura, gli effetti del fenomeno 007, Bompiani, Milano 1965.

A.C. CAPPI – E. COFFRINI DELL’ORTO, James Bond 007. 50 anni di un mito, Mondadori, Milano 2002.

M. GIUSTI, 007 all’italiana. Dizionario del cinema spionistico italiano con tutte le locandine più belle, Isbn Edizioni, Milano 2010.

D. MAGNI, Segretissimi. Guida agli Spy-Movie italiani anni ‘60, Bloodbuster, Milano 2010.

D. MAGNI, Segretissimi. Dizionario dei film spionistici italiani anni ‘60, Bloodbuster, Milano 2020.

G. POLLICELLI, Fumetti d’intelligence. Lo spionaggio a strisce dalle origini a oggi, Nuova Argos, Roma 2018.