Desidero esprimere profonda gratitudine al Presidente del Consiglio, al Presidente della Corte Costituzionale, ai Signori Ministri, ai Sottosegretari qui presenti e rivolgere un pensiero particolare, consentitemelo, alla nostra Autorità Delegata, quella presente e quella passata. Un grazie al Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, a tutte le Autorità civili e militari che volevo accomunare in un abbraccio grato, al rettore della Bocconi, il quale ha accettato di svolgere oggi la Lectio magistralis.
Credo di poter interpretare, in questo sentimento di gratitudine, il sentimento di tutte le donne e degli uomini del Comparto dell'intelligence che sono qui per testimoniare il loro attaccamento ai valori del servizio allo Stato anche in compiti e in funzioni che talvolta sono meno appariscenti e meno evidenti al senso che normalmente noi annettiamo al servire lo Stato.Ritengo che oggi questa sia un'occasione particolarmente importante e significativa almeno per tre ragioni: intanto perché ci consente di tracciare un bilancio rapido di dove è giunta l'intelligence italiana. In secondo luogo perché marca l'avvio dell'attività della Scuola unificata del nostro Comparto.
In terzo luogo perché – e la presenza del Signor Presidente del Consiglio lo rende particolarmente evidente ed eloquente - ci fornisce un contributo di altissimo livello alla promozione di quella cultura della sicurezza che forse in passato non è sempre stata così presente alle menti in questo Paese: essa consiste essenzialmente nel far crescere la consapevolezza per i temi dell'interesse nazionale e soprattutto per il tema della sua difesa, della difesa dell'interesse nazionale in tutte le declinazioni che l'interesse nazionale assume in un mondo globalizzato.Effettivamente, l'intelligence italiana è evoluta non già per l'ambizione di singoli, non già per protagonismi individuali, ma perché era inevitabile che evolvesse. Noi abbiamo solo, in qualche modo, accompagnato un processo inevitabile che è il processo di evoluzione della minaccia. Non è più il cippo confinario di Tarvisio, come io spesso dico. Non è più solo una minaccia in qualche modo geo-localizzata, è una minaccia geo-traslata, è una minaccia che ci arriva da fronti che non sempre, non necessariamente, sono associati all'immaginario collettivo, anzi, non lo sono quasi mai, al punto che ogni tanto ci chiediamo cosa ci stiano facendo dei nostri soldati in scenari lontani, anche quelli feriti questa mattina in Afghanistan per l'esplosione di uno IED.
Poi questa minaccia, che prima eravamo abituati a vedere provenire soprattutto da Stati, ci arriva da gruppi, da individui che sfidano gli Stati. Ci arriva soprattutto dalle galassie puntiformi, per esempio da quei milioni di operatori che hanno un dito su di una tastiera: se spingono il tasto più, comprano i nostri titoli di Stato, se spingono il tasto meno, vendono i nostri titoli di Stato. E qui non c'è un "grande vecchio" che li comanda, c'è un cumolo di sensazioni individuali, una percezione maggiore o minore di quanto il Paese sia competitivo e quindi di quanto conviene in esso investire.E' una minaccia che ci viene da strumenti e da modalità nuove, ci viene dalla rete. Anche questo è un fenomeno impalpabile. È minaccia cibernetica, sconvolge tutti i nostri concetti tradizionali di deterrenza e di difesa. Rende obsoleti armamentari che credevamo imbattibili: la famosa linea Maginot che venne aggirata da una brillante iniziativa che era la Blitzkrieg, un colosso aggirato e "fatto secco" in pochi giorni.E, infine, non è più solo una minaccia alla sicurezza fisica del Paese. E’ una minaccia alla sua integrità patrimoniale, alla sua integrità industriale, alla sua competitività, cioè una minaccia al "sistema Paese" in quanto tale. Essa è liquida, diffusa, in rapida evoluzione, rischia di provocare un vero e proprio downgrading strutturale del nostro Paese. È una aggressione potenzialmente complessiva alla sicurezza nazionale .
E cosa c'entra l'intelligence, mi direte, in tutto questo? L'intelligence ha come compito primario quello di reperire, analizzare, fornire al decisore politico informazioni utili, proprio perché il decisore politico possa prendere le decisioni più opportune o quanto meno quelle più informate a tutela della sicurezza nazionale.Noi non ci illudiamo, non vogliamo fare supplenza. Siamo solo una delle componenti del decision making di un Governo, del decision making di un sistema Paese. Ma forse possiamo essere una componente che ogni tanto vede anche al buio o per lo meno che potrebbe aiutare chi decide a basare le proprie decisioni su qualcosa che è stato visto al buio e che forse non era così evidente che tutti vedessero.Mi viene chiesto spesso che differenza c’è fra il fare il diplomatico e il fare il Direttore Generale del Comparto intelligence. Io dico che i diplomatici fanno talvolta un po’ di snorkeling, io adesso sto facendo del diving. Vi posso veramente dire che è una cosa affascinante, con soprattutto un valore aggiunto che, sinché non si fa, forse non si percepisce fino in fondo. Quindi l’intelligence è una componente, ma è una componente forse meglio piazzata di altre per fornire al Governo una sintesi, un raccordo tra informazioni e realtà differenti, che qualcuno deve in qualche modo pur mettere insieme e offrire all’analisi del livello politico.
E come si attrezza a tal proposito l’intelligence italiana? La prima risposta è stata quella di attrezzarsi facendo sistema. Qui devo dire che, essendo arrivato da pochi mesi a questo incarico, ho trovato un terreno molto ben arato: una legge, quella 124 del 2007, poi completata, affinata da un’altra legge approvata - lo segnalo anche se è noto - all’unanimità delle forze politiche in Parlamento, esempio raro credo, che è la legge 133 del luglio del 2012. Ecco che il legislatore ha creato un vero e proprio sistema delle informazioni per la sicurezza della Repubblica, sotto la guida del Presidente del Consiglio. Esso si basa direi su tre cerchi concentrici. Intanto un forte coordinamento di chi opera. Dico sempre ai Direttori delle Agenzie che il DIS non è una potenza coloniale: noi non vogliamo, non possiamo, non dobbiamo sostituirci agli operativi.Il DIS deve però offrire una piattaforma di servizi comuni, deve esercitare un ruolo d’indirizzo e di coordinamento, deve in altre parole - mi perdonerete la metafora calcistica - allungare il campo a chi opera e deve salvaguardare, potenziare le capacità operative delle Agenzie, fare in modo che esse lavorino insieme.
È un po’ obsoleto dividerle in aspetto esterno e aspetto interno, in Agenzia esterna e Agenzia interna, anche perché il mondo è troppo complicato per farsi chiudere in un organigramma. E’ molto più una questione di accentuazione, di ottica attraverso la quale si guarda ad una stessa fenomenologia, ad una stessa area geografica, ad una stessa minaccia. E queste due ottiche, quella attenta soprattutto a quello che viene da fuori e quella più attenta a quello che accade all’interno, devono essere necessariamente complementari, devono andare sinergicamente insieme e devono quindi essere, per l’appunto, coordinate e magnificate nella loro potenzialità operativa. Poi c’è un secondo cerchio fatto di vicinanza al decisore politico e alle altre Amministrazioni dello Stato. Guardate l’intelligence italiana c’è: io ho passato questi mesi ad andare in giro, dicendo che la situazione che ho trovato guadagna ad essere conosciuta meglio.Non bisogna pensare però che noi siamo Harrods: Harrods è un grande supermercato londinese, dove, dai gemelli fino alla Ferrari, a condizione che la carta di credito sia sufficientemente capiente, ci si può permettere tutto. Ecco l’intelligence italiana è invece frutto di una attività di artigianato italiano fatta bene, fatta in un numero limitato di aree ma con efficacia, fatta al punto da ricevere complimenti e riconoscimenti da parte di chi, soprattutto dall’estero, certo non è prodigo di complimenti. Ma proprio perché non possiamo fare tutto, noi abbiamo assolutamente bisogno di essere molto accurati nella definizione delle priorità. E questo significa che l’intelligence deve essere quanto più vicina possibile al decisore politico, deve in qualche modo partecipare ad un disegno comune di fissazione delle priorità con i principali stakeholders del sistema, quindi anzitutto con i Ministri membri del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica. Dobbiamo decidere insieme, andare avanti sapendo cosa, in quel dato momento, interessa al Governo che l’intelligence faccia o cerchi. E poi c’è un terzo cerchio ed è la sinergia pubblico/privato.
Guardate, questo ambito non è evidentissimo e in passato si è spesso prestato ad una zona anche di qualche ambiguità, di qualche grigiore. Ecco, non deve essere più così. Io credo che, nel momento in cui si parte da un comune concetto della “sicurezza partecipata”, il privato - quel privato che spesso ne sa molto di situazioni anche esterne al nostro Paese, che spesso gestisce reti e infrastrutture strategiche - ecco questo privato non può non partecipare ad una concezione comune della sicurezza e non può non essere chiamato in gioco da chi è preposto a promuovere la sicurezza nazionale. Lo stiamo facendo, stiamo intensificando questo rapporto, faremo presto una convenzione aperta alla firma delle aziende che intendano sottoscriverla, basata sullo scambio aperto delle informazioni, basata soprattutto sull'emersione di un rapporto fisiologico. È chiaro che i Servizi hanno poi come compito primario di sottoporre al Governo, di chiedere al Governo come e fino a che punto estendere le informazioni di cui vengono in possesso. Però, se poi sottostante a queste attività c'è un livello, c'è un quadro normativo, convenzionale, pattizio chiaro, questo torna a tutto vantaggio del sistema. C'è poi un altro piano in cui l'intelligence si attrezza e cerca di fare fronte a quella che è la novità della minaccia.
E’ quello dell’interdisciplinarità. In sostanza, agli ingredienti tradizionali dell'intelligence, che sono pure fondamentali (e mi riferisco al fattore umano, al famoso HUMINT, al ciclo classico ricerca-analisi-d isseminazione, ai tempi che spesso non coincidono con quelli impetuosi della politica, che sono i tempi più lunghi dell'intelligence), ecco a tutto questo viene affiancato un investimento forte nella tecnologia. Si chiama SIGINT, in maniera tecnica, cioè tutto quello che non si reperisce attraverso il fattore umano, ma tutto quello che arriva attraverso la strumentazione tecnologica di cui si dispone. E’ la via della complementarietà con il fattore umano, che l'intelligence nella sua evoluzione sta perseguendo.Poi c'è un altro piano ancora.
Quello dello sforzo di trasparenza e di comunicazione. E’ chiaro che non saremmo i Servizi segreti se tutto fosse aperto, se tutto fosse disponibile, se tutto fosse in qualche modo noto. Ma l'intelligence italiana non è interessata a una riservatezza a perdere, non è interessata a una riservatezza per la riservatezza. C'è certamente da tutelare le operazioni, perché ne va dell'incolumità di chi le fa, ne va dell'incolumità del con chi le fa, ne va soprattutto della difesa della sicurezza nazionale, che senza la riservatezza non verrebbe adeguatamente tutelata. Ma sul resto, sullo strumento, non vi è motivo di tacere. Lo strumento guadagna, si merita di essere invece illustrato, di essere presente all'opinione pubblica perché l'opinione pubblica si renda conto che, pur essendo uno strumento non convenzionale, è uno strumento che opera all'interno dell'ordinamento giuridico, al servizio delle Istituzioni, dei cittadini e del Sistema Paese. Poi c'è un ultimo elemento, di cui stiamo cercando di fare virtù, ed è quello della accountability.
E cioè in un momento di risorse scarse, di ristrettezze di bilancio, cerchiamo di fare uno sforzo di razionalizzazione dell'esistente, di non chiedere, ma di cercare di usare meglio quello che già abbiamo, in qualche modo di fare un po' di più con meno, se possibile. E questo io credo che legittimi la nostra richiesta, quando poi ci si siede al tavolo dove le scarse risorse disponibili vengono ripartite: credo che giustifichi lo stare a quel tavolo in maniera autorevole, il dimostrare di poter fare di più con meno, il dimostrare il proprio valore aggiunto. Oso sperare che esso emerga in quanto detto fino adesso e quindi legittimi il potersi candidare autorevolmente alla distribuzione di risorse scarse, quali quelle che purtroppo lo Stato si trova a poter distribuire. Tutto quanto sin detto comporta poi un'esigenza di reperimento di nuove professionalità, anche da bacini non tradizionali. E devo dire che oltre il 60% dei reclutamenti che abbiamo fatto nell'anno 2012 viene da bacini non tradizionali. Questo è infatti, con tutto il rispetto e con l'importanza strategica, cruciale che ha per l'intelligence il proprio bacino consueto di approvvigionamento di risorse umane, questo è un momento a cui, ad esigenze nuove, bisogna fare fronte anche con il reperimento di professionalità inedite.
E queste professionalità hanno necessità di essere formate dal punto di vista valoriale e di essere formate dal punto di vista professionale.A questo risponde la nostra Scuola, che è come dicevo unificata, con dei percorsi formativi, per l'appunto, e questa doppia accezione, valoriale e professionale, ma anche con il compito che le abbiamo dato di essere catalizzatore per la promozione di una rinnovata, una nuova, direi a questo punto, cultura della sicurezza. E da questo punto di vista la Scuola è un veicolo per un'operazione di outreach, per il coinvolgimento di istituzioni, di soggetti della società civile, di università e abbiamo rapporti di collaborazione con la gran parte di essi.È insomma in atto - ho cercato di darne conto, spero non troppo a lungo - un processo ambizioso, voluto dal Governo. Esso è convintamente appoggiato, e gliene sono grato, dal Presidente del Consiglio il quale nel febbraio dello scorso anno al Copasir aveva espresso queste linee di tendenza. Abbiamo ereditato un lavoro di eccellenza, da questo punto di vista, dal mio predecessore, ora Sottosegretario De Gennaro. Ecco io ora credo che questo processo valga la pena di essere perseguito e sviluppato. Necessita però di attenzione, assiduità e di continuità di gestione. E questo anche nell'intento di contribuire ad accentuare, a fare emergere quella caratteristica di strumento “normale”
6 che è l'intelligence. Credo che, quanto più questo emergerà, tanto più sarà un buon contributo al futuro del nostro Paese, come Paese normale, se posso esprimere un auspicio di funzionario. Ecco io volevo che Lei sapesse, signor Presidente del Consiglio, che le donne e gli uomini del Comparto sono pronti a fare questo, che guadagnano ad essere conosciuti meglio.
E cito al riguardo, per concludere, una frase lasciata scritta dal Presidente Carter nell'androne della CIA: "se gli americani sapessero quello che io so, sarebbero fieri della propria intelligence".
Grazie.