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Intelligence strategica e sicurezza nazionale

Lezione del Direttore generale del DIS Prefetto Giovanni De Gennaro tenuta il 29 gennaio 2010 alla Link Campus University of Malta

Lezione del Direttore generale del DIS (formato Flash)
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Sono particolarmente grato dell'invito a partecipare a questa giornata di studio che inaugura il Master di studi sull'intelligence della Link Campus University of Malta.

Prima di condividere con un uditorio così qualificato le mie riflessioni sul rapporto tra intelligence e sicurezza nazionale, consentitemi di indirizzare un saluto particolare al professor Vincenzo Scotti, cui mi lega un rapporto di antica amicizia, fin da quando ho avuto la possibilità di lavorare al suo fianco, allorché egli assolveva alle funzioni di Ministro dell'Interno, in un periodo particolarmente difficile e delicato della nostra storia repubblicana.

Quando l'Onorevole Scotti mi ha telefonato per invitarmi ad inaugurare con un mio intervento questo ciclo di lezioni sull'intelligence ho inizialmente declinato il suo invito, ritenendo che i tempi non fossero ancora maturi per trarre conclusioni sull'attuazione della riforma del nostro sistema informativo, ma mi sono poi rapidamente arreso alle sue cortesi insistenze di fronte alla fondatezza delle sue ragioni: in effetti questa è una buona occasione per fare il punto, diciamo un consuntivo di mid term, sullo stato del sistema informativo del nostro Paese a quasi tre anni di distanza dall'entrata in vigore del nuovo ordinamento che ne ha profondamente mutato struttura ed assetti organizzativi.

Il contesto in cui mi trovo oggi a parlare è senz'altro qualificato e idoneo per derogare, una tantum, alla regola aurea della riservatezza cui è tenuto chi come me assolve al delicato compito di coordinare l'attività informativa posta a protezione della nostra Repubblica.

Lo è non solo per la peculiarità di un uditorio composto da addetti ai lavori e quindi in grado di valutare anche con spirito critico e dialettico, ma pur sempre costruttivo, le osservazioni che andrò a svolgere, ma anche, e soprattutto, per la sua natura e vocazione accademica, in virtù della quale potranno essere tradotte in termini scientifici le mie considerazioni di ordine empirico che sono frutto e diretta conseguenza dell'esperienza di lavoro.

In altri termini mi limiterò a proporvi i miei dubbi, le mie riflessioni, le mie difficoltà, le mie proposte, nella convinzione che esse possano costituire utile spunto di studio e di ricerca per l'individuazione di soluzioni valide sul piano scientifico, tali da determinare le condizioni migliori perché il sistema informativo nazionale faccia quel salto di qualità indispensabile per garantire sicurezza e benessere ad un grande Paese come il nostro, chiamato ad affrontare le difficili sfide del terzo millennio.

Appartiene ormai alla storia e sembra così lontano il tempo della "guerra fredda", che vedeva le migliori risorse informative dei due blocchi impegnate quasi esclusivamente a conoscere e penetrare le difese militari del nemico, per prevenirne le mosse ed assicurarsi, anche in termini di deterrenza, un'adeguata difesa.

Oggi sono diversi e ben più complessi gli obbiettivi informativi che connotano l'esigenza di sicurezza in termini globali.

Alcuni ci pressano e ci opprimono sotto il profilo della diretta percezione del singolo evento: mi riferisco qui alla difesa dall'insidia del terrorismo internazionale che, a far data da quel fatidico 11 settembre, ha profondamente inciso anche sulle nostre abitudini di vita quotidiana.

Sentire i cittadini affermare "meglio nudi, che morti", fa indubbiamente trasparire stati d'animo che esprimono un bisogno assoluto di protezione e fa capire quanto questo bisogno sia ormai radicato in ognuno di noi.

Altre invece le percepiamo con minore immediatezza, perché appartengono alla sfera collettiva e non individuale del rischio, ma sono esigenze informative finalizzate a prevenire pericoli di gran lunga più insidiosi e distruttivi in termini globali.

È ormai opinione condivisa, tanto per fare un esempio, che il principale campo di sfida per l'intelligence del terzo millennio sarà quello della cybersecurity; e sarà lì che si confronteranno gli organismi informativi delle Nazioni più sviluppate, nella piena consapevolezza della vulnerabilità dei rispettivi sistemi-paese, allorché il mondo del web avrà totalmente permeato costumi e modelli comportamentali dei loro cittadini, delle loro aziende, delle loro infrastrutture critiche, dei loro sistemi di comunicazione, dei loro assetti economici e finanziari. La cybersecurity avrà allora la stessa valenza della difesa dal "nucleare" e forse anche di più, se si considerano i danni incalcolabili di un attacco informatico su larga scala. Chi di noi non ricorda la notte di trepida attesa per i temuti effetti del "millennium bug"? E quello, in fondo, era solo un rischio eventuale, non programmato e, peraltro, naturale e fisiologico.

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Nuove sfide e, dunque, nuove esigenze informative per realizzare nuove dinamiche difensive.

Il nostro legislatore non si è distratto e non è rimasto certamente insensibile di fronte ai nuovi scenari di crisi e non ha avuto timore nell'indicare con chiarezza i compiti del rinnovato sistema informativo nazionale, chiamato a difendere "l'indipendenza, l'integrità e la sicurezza della Repubblica" da ogni possibile minaccia, variegata e asimmetrica, finalizzata a danneggiare "gli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell'Italia", così come la "sicurezza interna e le Istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a fondamento della Repubblica", se aggredite da attività eversive, criminali e terroristiche.

Il legislatore affida all'intelligence compiti particolarmente onerosi, riapre la partita su un nuovo campo di gioco, con nuove regole, con nuovi giocatori.

Diventa allora naturale interrogarsi con senso di responsabilità se siamo tutti pronti e culturalmente attrezzati per affrontare le nuove sfide e chiedersi se siamo sufficientemente certi che sia diffusa e radicata in tutti la convinzione dell'assoluta necessità di dover disporre di un quadro informativo adeguato, tale da consentire ai decisori politici l'individuazione delle più idonee tecniche di difesa.

In altri termini, quanti di noi hanno l'esatta percezione della indispensabilità di un sistema informativo in grado di interagire con un mondo non più diviso in due blocchi militari contrapposti, nel quale l'economia è globalizzata, i processi sono spesso imprevedibili per natura e dimensioni, i conflitti bellici sono asimmetrici, la minaccia viene sempre più spesso da fonti di rischio diversificate?

Quanti di noi hanno piena consapevolezza che di fronte ad un panorama così ampio e complesso, l'informazione deve mutare natura e le relative attività di ricerca devono profondamente rinnovarsi nelle risorse umane e tecnologiche, nelle metodologie operative, nelle alleanze, nei modelli comportamentali, nei rapporti di fiducia e nell'attribuzione delle conseguenti responsabilità, nei meccanismi di controllo e, non ultimo, nella considerazione collettiva dell'attività dell'intelligence e di chi vi serve?

Se queste premesse hanno un fondamento, allora trova giustificazione la mia affermazione in ordine alla assoluta idoneità del luogo in cui mi trovo a parlare per svolgere le mie riflessioni, perché è evidente che ci troviamo ad affrontare un'autentica rivoluzione culturale, al termine della quale l'attuale rapporto "intelligence/sistema paese" dovrà risultare profondamente rinnovato, grazie ad un vero e proprio processo fondativo che cancelli antiche diffidenze, ingiustificati timori, obsoleti giudizi di inefficienza o peggio ancora di inutilità del sistema.

Se questo non avvenisse avremmo fallito nell'interpretazione delle linee fissate dalla legge di riforma e quindi nella sua concreta attuazione.

Al termine di questo percorso, quindi, come la migliore tradizione anglosassone ci ha insegnato, dovrà trovare diritto di cittadinanza la piena consapevolezza che un sistema informativo moderno ed efficace, in grado di fornire elementi di valutazione certa e conoscenze puntuali e adeguate, costituisce un misuratore della qualità di un paese moderno e attrezzato, pronto a rispondere alle nuove sfide con decisioni tempestive ed efficaci. Un misuratore di pari dignità rispetto ad altri di più comune accezione quali il livello di disoccupazione o di scolarizzazione ovvero il prodotto interno lordo.

Se queste osservazioni hanno un fondamento mi sembra di poter trarre una prima positiva conclusione affermando che il legislatore della riforma ha colto nel segno allorché, prevedendo la necessità di questo rinnovamento, ha affidato proprio al DIS - organismo di coordinamento che non ha un ruolo operativo nel sistema, ma solo quello di alta amministrazione - il compito di promuovere e di diffondere una nuova cultura della sicurezza.

Il concetto di "cultura", che il legislatore ha ritenuto importante porre in evidenza, esprime in concreto l'esigenza di ampliare il campo speculativo correlato all'intelligence, affinché la discussione sulle dinamiche della sicurezza esca dagli ambienti ristretti in cui oggi è confinata e che tendenzialmente coincidono con quelli degli addetti ai lavori. Indubbiamente questa è la strada per "promuovere e diffondere la cultura della sicurezza".

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Siamo dunque arrivati ad affrontare il nodo che mi sembra fondamentale per dare vita ad una profonda azione rifondatrice.

La domanda è: chi e in quale misura conosce veramente la funzione concreta di un sistema informativo?

Ed ancora: chi effettivamente sa in cosa consista la "mission" di un sistema informativo, ne conosce potenzialità e limiti, sa cosa chiedergli e cosa possa ottenere dalla sua attività istituzionale?

Allen Dulles, grande esperto di intelligence, direttore della CIA dal 1953 al 1961, commentava così le richieste che gli provenivano dal suo Governo: "il problema del nostro settore è che i politici ci scambiano per Dio".

Dulles lo diceva solo poco tempo fa, negli anni '50/60, eppure la storia dell'intelligence si perde in epoche ben più lontane, se è vero che già nel '500 A.C. Sun Tzu, nella sua "Arte della guerra", ricordava che "ciò che permette al sovrano saggio e al buon generale di colpire e conquistare, e raggiungere le cose al di là della portata della truppa, è lo spionaggio".

E qui sta il problema. Se è vero che per cultura della sicurezza si intende il rapporto che la collettività ha con la sicurezza nazionale, con i valori che la integrano e gli apparati che sono chiamati a garantirla, non possiamo non chiederci perché leggendo i giornali ed ascoltando la televisione, l'unica idea dei servizi di informazione che passa nella communis opinio sia quella che porta ad una vera e propria "istituzionalizzazione" di un concetto negativo, semplificato nella più diffusa definizione di "servizi deviati".

Immaginare che questo sia il vero e autentico punto di partenza per il lungo cammino che conduce ad una corretta "promozione e diffusione della cultura della sicurezza", rischia di banalizzare qualsiasi ragionamento. Che la partenza sia in salita e con qualche handicap è però altrettanto evidente.

Una partenza con l'handicap, ma comunque una partenza necessaria e improcrastinabile, e non solo per l'aspetto formale della mera applicazione di una norma, bensì perché, lo ripeto, le sfide per la sicurezza del terzo millennio non lasciano spazio ad alcun altra alternativa.

Sta a noi quindi creare le condizioni per una risposta diversa, corrispondente alla effettiva realtà. E ciò possiamo farlo attraverso un percorso virtuoso tanto sul piano della concretezza operativa, che della conoscenza. Solo così diventerà patrimonio di una cultura diffusa e condivisa l'idea di un'intelligence trasparente e affidabile, protesa alla difesa del bene comune, integrata nelle dinamiche sociali del Paese, ispirata ai valori democratici e al contempo agguerrita e pronta a raccogliere e superare le nuove sfide.

Determinante sarà a tal fine l'attività dei tecnici, chiamati ad organizzare al meglio le risorse e le metodologie operative secondo i parametri indicati dal legislatore, ma altrettanto fondamentale sarà il supporto che in tale ottica verrà dal mondo accademico, nella misura in cui potrà concorrere a definirne l'efficienza e la credibilità secondo criteri scientifici condivisi, che eliminino dubbi e luoghi comuni, sia nell'opinione pubblica, sia nel decisore politico.

La consapevolezza del legislatore di tale necessità trova ulteriore riscontro nel fatto che nella stessa norma è inserito un altro concetto non meno innovativo, quello della comunicazione istituzionale.

L'idea del legislatore appare chiara: le due attività si tengono e si presuppongono reciprocamente, poiché se da una parte senza la comunicazione istituzionale è impossibile promuovere e diffondere la cultura della sicurezza, dall'altra senza una sufficiente cultura della sicurezza la comunicazione istituzionale dell'intelligence italiana rimarrà fortemente circoscritta nei suoi contenuti e nei suoi effetti.

La terza gamba del tavolo, anch'essa un'innovazione introdotta dalla riforma, è rappresentata dal progetto formativo comune a tutto il sistema dell'intelligence, realizzato mediante la creazione della Scuola del DIS, che provvede alla formazione, in modo armonico e unitario, di tutte le risorse umane del sistema di intelligence, dall'addestramento di base a quello specialistico. È evidente che anche la Scuola diventerà fattore determinante per la crescita e la diffusione della cultura della sicurezza.

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Proviamo allora a dare una risposta ai dubbi che prima abbiamo posto per verificare la effettiva fondatezza delle esigenze individuate dal legislatore.

Basta prendere la stampa quotidiana di ieri per averne una prima conferma. Da un articolo di cronaca leggiamo: "nell'Italia delle stragi impunite e dei servizi segreti deviati, dove ogni vicenda opaca richiama su di sé il sospetto, talvolta assai fondato, dell'intervento non corretto dell'intelligence...".

E ancora: "I servizi segreti in quanto tali sono una deviazione dal principio di legalità. Sono una sorta di associazione a delinquere autorizzata". Oppure ancora: "L'uomo di intelligence ontologicamente non è democratico, perché la sua stessa funzione non lo è".

Nel pieno rispetto delle opinioni altrui, che è un valore di libertà, è comunque legittimo chiedersi su quali principi e ricerche scientifiche si fondino affermazioni così impegnative e suscettibili di incidere negativamente su istituzioni fondamentali, e lo dice la legge, per la difesa della Repubblica. E se, come spero, tali presupposti di studio e di ricerca esistono, mi chiedo ancora in quale ampio contesto di dibattito scientifico siano stati confrontati e verificati.

Di converso, mi è recentemente capitato di leggere lo scritto di un esperto di intelligence francese, Eric Denécé, direttore del Centro di ricerche sull'intelligence in Francia.

Denécè scrive:"da oltre 20 anni, da quando studio l'intelligence, sento parlare persone ad essa estranee dell'autonomizzazione dei Servizi e della loro influenza, o persino di manipolazione dei politici. In Francia, come nella maggior parte dei Paesi, ciò confina con la pura fantasia. Nelle democrazie, piaccia o no ai teorici della cospirazione, i Servizi di intelligence e sicurezza non sono centri di potere e non hanno loro politiche."

Dunque, al di là della legittima domanda di chi sia nel vero, appare comunque evidente la necessità di pervenire ad una cultura condivisa dell'intelligence, che poggi su basi scientifiche certe e che sgombri il campo da luoghi comuni e da pregiudizi legati al passato e certamente non funzionali a quegli standard di efficienza e di credibilità, cui una moderna intelligence deve necessariamente ispirarsi per accettare e vincere le sfide future della sicurezza.

Il mondo accademico non potrà esimersi dall'essere in prima fila in questa difficile attività di studio e di ricerca. E non potrà non esserlo nella misura in cui il fabbisogno informativo supera e trascende ormai da tempo le mere esigenze di carattere pubblico ed istituzionale.

Ancora una volta, per sottolineare il nostro ritardo, faccio ricorso all'esempio della Francia, a sua volta, peraltro, in affanno rispetto al mondo anglosassone.

In Francia, fino ad una ventina di anni fa, la situazione era per molti aspetti simile alla nostra ma, all'inizio degli anni Novanta, l'interazione tra intelligence e mondo accademico è venuta sviluppandosi in termini sempre più incisivi, anche in ragione del fatto che gli attori economici avvertirono con sempre maggior forza la necessità di integrare l'intelligence nel processo produttivo e imprenditoriale.

Il processo di apertura della formazione universitaria francese alle discipline di intelligence è proseguito nel tempo lungo diversi filoni, ha conosciuto rallentamenti ed accelerazioni, ma non si è mai fermato, fino ad arrivare - ed è notizia di pochi giorni fa - all'annuncio della creazione di una vera e propria Accademia per specialisti dell'intelligence.

La decisione si inquadra nell'ambito della riforma delle istituzioni della sicurezza nazionale voluta dal Presidente Sarkozy e tende evidentemente a dare il giusto ruolo al sistema informativo, per adeguare gli strumenti di difesa alle nuove sfide della sicurezza secondo standard scientifici predefiniti che diano la giusta valenza al settore dell'intelligence e ne rafforzi potenzialità e credibilità.

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Viene quindi da chiedersi: e noi?

Noi in attuazione del dettato normativo abbiamo intanto avviato il progetto della comunicazione istituzionale.

Il primo passo è stato l'apertura del sito web, i cui obiettivi iniziali sono semplici ma essenziali: spiegare la riforma e far conoscere i tratti salienti del "Nuovo sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica"; dare servizi e connettività; fornire informazioni e documentazione sulle attività istituzionali del sistema; mettere a disposizione materiali di studio sulle tematiche dell'intelligence. È stato un primo avvio. A seguire abbiamo utilizzato il sito per lanciare la prima raccolta di curricula on line al fine di creare un link ancora più diretto con i cittadini ed aprire a tutti un mondo che forse come principale pecca ha avuto fino ad oggi il difetto della autoreferenzialità. Sono arrivati oltre settemila curricula, riceviamo moltissimi messaggi di posta elettronica, dai quali capiamo che esiste un grande interesse per gli organismi di informazione, ma soprattutto che tale interesse nasce da motivazioni profonde, e non solo dall'ansia di trovare un'occupazione. Abbiamo così constatato che lavorare per la sicurezza della collettività nazionale è percepito da molte persone - giovani e meno giovani - come un valore in sé, fortemente dirimente rispetto ad altre possibilità occupazionali.

È un primo segnale concreto che la possibilità di costruire una rapporto nuovo tra società civile e intelligence esiste, ci sono volontà, professionalità, intelligenze pronte ad applicarsi per garantire la sicurezza nazionale. E se non potranno farlo lavorando direttamente nei nostri organismi, potranno magari avere la stessa opportunità operando in altri contesti, aziendali, accademici, culturali. Perché le motivazioni che abbiamo constatato in molti dei messaggi giunti alla redazione del nostro sito sono talmente forti da far davvero pensare che permarranno a lungo in chi li ha scritti.

Mi sono intrattenuto su questi concetti e su questa tematica perché sono fermamente convinto che un approccio culturale chiaro e ben definito sia la precondizione necessaria perché si possa davvero costruire e far funzionare al meglio il "sistema della sicurezza nazionale". Come ha recentemente sottolineato il Sottosegretario Letta, delegato dal Presidente del Consiglio alla funzione di sovrintendere alle attività informative, la nozione di "sistema" costituisce la chiave interpretativa fondamentale per la piena riuscita del nostro lavoro, perché riuscire a far sistema significa far diminuire la separatezza tra i diversi apparati e tra questi nel loro complesso ed il sistema-Paese nel cui ambito operiamo - cito ancora il dottor Letta - "per il conseguimento del fine comune, che coincide con la stessa "salus rei publicae". Come tutto ciò possa avvenire senza una comune cultura della sicurezza, lo lascio giudicare a voi.

Cultura della sicurezza e comunicazione istituzionale sono dunque i due principali strumenti che la legge di riforma ci indica per compiere una operazione di grande respiro istituzionale: la riduzione della separatezza del sistema intelligence ovunque ciò sia possibile ed il superamento della vecchia cultura del sospetto. In fondo, se ben guardiamo, la nostra vera e più importante partita è proprio qui, realizzare il "salto" o il "cambio" tra queste due culture, tra questi due modi contrapposti di vivere il rapporto tra organismi di informazione per la sicurezza e la comunità nazionale. Il successo della riforma si misurerà soprattutto su questo terreno. Ma molto conterà anche il rapporto tra intelligence e decisori politici.

Se guardiamo da questo punto di vista agli assetti istituzionali definiti dalla nuova legge, ci accorgiamo immediatamente di tre innovazioni fondamentali. La prima è senz'altro l'accentramento nel Presidente del Consiglio dei ministri dell'intera responsabilità politica delle attività di informazione per la sicurezza. Ne consegue che, come avviene nella maggior parte delle democrazie occidentali, i vertici del sistema di intelligence rispondono direttamente ed esclusivamente al capo dell'Esecutivo e non più, come accadeva nel precedente sistema, a singoli ministri. Il nuovo assetto è più lineare, permette una più chiara individuazione delle responsabilità e, in definitiva, non può che favorire un miglior rapporto tra i responsabili del sistema delle informazioni per la sicurezza ed i responsabili politici. Funzionale a questa nuova impostazione è il secondo elemento di novità, vale a dire il rafforzamento del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica - il CISR - che coadiuva il Presidente del Consiglio nella direzione degli apparati della sicurezza nazionale.

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In questa sede collegiale può infatti realizzarsi al massimo livello quel coordinamento delle esigenze informative che rappresenta la prima condizione per una informazione di qualità ed effettivamente rispondente alle esigenze dei massimi responsabili dell'Esecutivo. Se ricordiamo anche che il Comitato delibera "sugli indirizzi e sulle finalità generali della politica della sicurezza" non facciamo fatica a convincerci che proprio qui si gioca, in larga misura, la partita del rapporto tra intelligence e classe politica. Per dirla con le parole più chiare e semplici possibili, nel CISR i ministri legittimati ad attingere direttamente alle informazioni per la sicurezza possono concordare cosa chiedere alle agenzie informative e in quale forma chiederla, così come possono condividere le valutazioni sui prodotti informativi ottenuti. E' questo un confronto di fondamentale importanza, dal quale il nostro apparato di intelligence può trarre continue occasioni di verifica e miglioramento dei propri contributi conoscitivi al vertice dell'Esecutivo, sia per quanto riguarda i contenuti, sia per quanto riguarda le forme di esposizione. Per certi aspetti, il CISR potrebbe essere definito un vero e proprio laboratorio d'élite della cultura della sicurezza. La terza innovazione è costituita dal significativo potenziamento dei poteri parlamentari di controllo, oggi affidati al rinnovato COPASIR, un organismo bicamerale composto da cinque deputati e cinque senatori e presieduto obbligatoriamente da un esponente dell'opposizione.

Il COPASIR non è solamente un fondamentale perno di equilibrio dell'intero sistema, ma anche lo strumento che più di ogni altro può garantire il superamento della vecchia cultura della separatezza e, nel contempo, il mantenimento degli irrinunciabili standard di riservatezza. Il lavoro di controllo è già cominciato e, se posso rubare una battuta agli economisti, mai come in questo caso possiamo dire che da quelli che si presentavano come vincoli stanno nascendo importanti opportunità di miglioramento del nostro lavoro. Ciò conferma di un dato di fondo del quale sono assolutamente convinto: il controllo sulle attività di informazione per la sicurezza nazionale deve essere innanzitutto politico, quale è appunto, nella più alta accezione possibile, quello parlamentare. Lo richiede la natura degli interessi in gioco - che possono coincidere con la stessa sopravvivenza della comunità nazionale come comunità libera e sovrana - e lo richiede la natura delle eventuali misure sanzionatorie, anch'esse inevitabilmente di natura politica, come previsto sia dalla vecchia legge n. 801 del 1977, sia dalla recente riforma. In sintesi, mi sento di poter dire che questi tre elementi di novità concorrono a creare le condizioni per un migliore rapporto tra responsabili del sistema delle informazioni per la sicurezza e decisori politici. Un rapporto migliore perché più chiaro, più lineare, meglio articolato nella scansione delle responsabilità, dei poteri di indirizzo, di quelli di controllo e delle dinamiche operative dell'intelligence, anche se, forse, su quest'ultimo terreno qualche passo in avanti potrebbe ancora essere mosso.

In conclusione voglio dirvi che grazie alla riforma oggi abbiamo tutti gli strumenti per affrontare la difficile navigazione dell'intelligence nel terzo millennio. Molto sta naturalmente in noi, responsabili e operatori del sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, molto è affidato alla nostra capacità di accettare i cambiamenti imposti dai tempi, di aprirci per quanto possibile al rapporto con le élites del Paese, di riconoscerci e farci riconoscere come un sistema nel sistema, il sistema delle informazioni per la sicurezza della Repubblica come parte viva e integrante del sistema-Italia. Per questo fine dobbiamo lavorare tutti insieme avendo ben chiaro l'obbiettivo di un rapporto leale, trasparente e di reciproca attenzione con la leadership politica, rapporto nel quale riconosciamo la condizione basilare per una vera efficacia della nostra attività informativa per la sicurezza della Repubblica. In questa prospettiva dobbiamo essere tutti fortemente impegnati ed è perciò che oggi provo una particolare soddisfazione nel salutare ed augurare buon lavoro ad un gruppo di studiosi che potranno essere motivati compagni di viaggio lungo le strade dell'impegno al servizio della sicurezza nazionale. Grazie.

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Riferimenti

  • Legge 124/2007
  • Testo della lezione del Direttore generale del DIS
    pdf (59 kb)

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