La palestra delle spie

19 ottobre 2017

di Gabriele Proto

Scene di film, modi di dire, immagini e metafore prese in prestito dal mondo degli scacchi sono spesso utilizzate quando si parla di spionaggio. Film dove agenti segreti danno scaccomatto prima di passare all’azione come in 007: dalla Russia con amore. Espressioni come tenere in scacco, subire uno scacco, scacchiere internazionale, scaccomatto. Vignette d’epoca che ritraggono Napoleone mentre muove i suoi pezzi su una scacchiera; e poi ancora romanzi con agenti d’influenza che giocano a scacchi con un computer, come ne Il montaggio di Volkoff. Campioni di scacchi, come Kasparov e Fischer, sospettati di essere spie. Sono solo alcuni esempi per fornire un’idea della vastità dei richiami al mondo degli scacchi che rivelano similitudini e analogie tra il gioco e il mondo dell’intelligence.

Ad accomunare i due ambiti, apparentemente tanto distanti tra loro, sono, da una parte, le conoscenze e le abilità necessarie e, dall’altra, l’importanza di un corretto utilizzo di strategia e tattica.

La scacchiera. Metafora di vita e intelligence

La capacità di riflessione, così come viene applicata agli scacchi, allena l’individuo a comprendere una situazione complessa con un rapido colpo d’occhio, e a pianificare – e utilizzare correttamente – il tempo, lo spazio e il materiale a propria disposizione. La visione d’insieme permette di comprendere le capacità di ogni pezzo sul tavolo e costringe a cambiare continuamente l’organizzazione delle risorse, a sviluppare un certo equilibrio progettuale con capacità di decision making e problem solving che orientano costantemente a uno scopo. Nel gioco degli scacchi facoltà mentali quali la memoria, la logica, la concentrazione, che possono essere affinate attraverso esperienza e allenamento, sono molto più efficaci rispetto ad altre capacità quali forza, agonismo, passione, ecc. Si può arrivare ad affermare che emozione e impulsività possano far perdere una competizione già in partenza. Tutti elementi – a livello di nozione e comportamento – che dovrebbero far parte del bagaglio proprio di qualsiasi operatore di intelligence.

La capacità di prevedere gli eventi, una delle caratteristiche del processo di intelligence, viene poi a essere sviluppata grazie alle regole degli scacchi, che sviluppano una certa attitudine a pensare le possibili mosse prima dell’avversario. In un contesto di regole di movimento ben definite, infatti, le innumerevoli combinazioni dovute alle varie posizioni dei pezzi, contribuiscono allo sviluppo di una certa flessibilità mentale, quella intelligenza fluida che si adatta facilmente a nuove sfide e che permette di ampliare le connessioni tra i propri pezzi e contemporaneamente bloccare quelle dell’avversario. Il successo di ogni mossa non può essere affidato a fortuna o imprevisto e, a meno di un errore dell’avversario, la sfida si vince o si perde per meriti propri. Quando poi si è soli davanti a situazioni avverse ognuno si misura con le proprie forze mentali e si abitua a proiettare nel futuro le conseguenze delle proprie scelte, assumendosene le responsabilità.

Gli scacchi insegnano anche la capacità di entrare in relazione con l’avversario, decifrandone silenzi e comportamenti. Quando si è in empatia, infatti, si possono cogliere elementi per intercettare il suo piano, conoscere le sue conoscenze tattiche e orientarlo, così, verso mosse obbligate e perdenti.

Apertura, sviluppo pezzi e arrocco. Attacco, strategia e difesa. Negli scacchi come nell’intelligence

Nonostante sia rimasta un ambito a carattere prevalentemente ludico, in quanto estraneo a ogni proposito pratico, il gioco degli scacchi, per le prestazioni intellettuali che richiede, è ritenuto il più nobile dei giochi, anzi se ne è sviluppata una vera e propria scienza di cui gli italiani nel 1500 sono stati maestri.

Come in ogni lavoro sul campo dove il fine è raccogliere informazioni che consentano il controllo e i maggiori margini di manovra, negli scacchi l’apertura di partita è finalizzata alla conquista del centro della scacchiera, il dominio del quale consente di avere il controllo maggiore sulle mosse dell’avversario, anche quando non esercitato con un’occupazione diretta delle caselle. Avere ‘campo libero’ è un indubbio valore aggiunto e sin dall’apertura occorre decidere quale funzione precisa assegnare a ognuna delle proprie forze per la strategia di offesa. Occorre poi impedire all’avversario di fare lo stesso, neutralizzandone le mosse, come in un’azione di controspionaggio.

Silenzio e tempo sono parametri importanti ma, soprattutto, è importante la pazienza, quella del ragno che tesse la propria tela e attende che la preda cada in trappola. Una mossa a doppio vantaggio – miglioramento della posizione del proprio pezzo e danno all’avversario – può creare un beneficio in ottica temporale ponendo, nel contempo, lo sfidante che non sappia reagire con prontezza e razionalità, in una posizione di debolezza che può durare sino alla fine del gioco. Tuttavia, anche trovarsi in una situazione di difesa significa sviluppare quella capacità di astrazione, ovverosia di semplificazione, adatta a spogliare il problema dagli aspetti temporanei e contingenti e a selezionare i dati più utili da un complesso di informazioni.

Le tattiche di gara sono ovviamente mantenute segrete e spesso dissimulate. Le pedine sul campo non sono a conoscenza degli obiettivi della loro missione, e una longa manus le manovra e le sacrifica per lo scaccomatto finale. Tra le strategie di conduzione di una partita esistono anche tranelli e diversivi, elementi sempre presenti anche nelle spy-story e nelle narrazioni storiche delle attività di intelligence. Fra trappole e imboscate, quando è in gioco il destino di un’intera comunità e la situazione non offre altre possibilità, le operazioni di intelligence rappresentano l’ultimo baluardo per chi rimane sul campo a difesa degli interessi nazionali. Come accade in quella strana mossa scacchistica che è l’arrocco, nella quale il re viene coperto dalla torre tenuta fino a quel momento protetta. Perché come sul campo di battaglia, la torre che tu difendi è la stessa che ti difende. Una norma il cui spirito, ancora oggi, troviamo nel logo turrito dell’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE) ove campeggia il motto ‘Intellego ac tueor’, ossia ‘comprendo e difendo’.

L’autore

Gabriele Proto, laureato con lode in Ingegneria meccanica e in Filosofia, lavora come analista di processi industriali e si occupa di produzione presso la multinazionale americana Owens-Illinois. Per la sua crescita professionale nell’elaborazione di modelli statistici predittivi ha approfondito metodologie d’intelligence e biografie di famosi personaggi storici. Da questo percorso nasce la sua passione per la narrativa di spionaggio.

Categoria: Storie di spie

Su