La ‘Belle Époque’ di Mata Hari, donna fragile e spia sfortunata

19 novembre 2015

Mata Hari

di Giuseppe Scaraffia

Nel 1949 il procuratore André Mornet, che l’aveva fatta condannare a morte, dichiarò in una trasmissione radio che le prove contro Mata Hari, fucilata nel 1917: «Non sarebbero bastate neppure per frustare un gatto».

Il passare degli anni, lo scoppio della prima guerra mondiale e alcuni insuccessi spinsero quella che allora era una celebrità mondiale a cercare altre rendite nel campo pericoloso dello spionaggio. Maldestra e distratta, Mata Hari tentò di fare il doppio gioco tra i servizi segreti tedeschi e quelli francesi. Svolazzava inquieta come una farfalla impazzita tra le nazioni. A Londra per cercare di sveltire il rilascio del passaporto che la Francia era riluttante a concederle, era andata a letto, contemporaneamente, con due giovani funzionari francese. Uno di loro era il futuro Louis-Ferdinand Céline. Poco pratica dello spionaggio, si limitava a riferire notizie già note, mentre un nugolo di agenti la seguiva passo a passo. La sua eccentrica parabola durò finché non venne scaricata dallo spionaggio tedesco che la tradì fornendole un cifrario già noto ai francesi.

Il simbolo (da condannare) della Belle Époque

Arrestata, il suo processo diventò il palcoscenico su cui il nuovo secolo giudicava e giustiziava la Belle Époque. La femme fatale era il capro espiatorio ideale a cui addebitare le sconfitte e le stragi della guerra. Gli elementi a suo carico erano ridicoli e inconsistenti. Al massimo si era trattato di tentativi di estorcere il denaro ai vari servizi segreti, millantando conoscenze e prestazioni inesistenti. Tuttavia Mata Hari seppe approfittarne, tramutando il tribunale e la sua esecuzione in un ultimo spettacolo quasi perfetto.

Pochi erano più adatti di lei a incarnare quell’epoca. Pochi sapevano che l’esotica danzatrice ricoperta di gioielli riprodotta su infinite cartoline, scatole di biscotti e pacchetti di sigarette era una creazione di una ragazza olandese, Margaretha Geertruida Zelle, nata nel 1876. Già ansiosa di avventura, aveva sposato per evadere dalla famiglia, il capitano Rudolph Mac Leod di vent’anni più anziano di lei, in licenza sanitaria dopo un’esperienza nelle colonie indonesiane.

È proprio a Giava, che la giovane olandese aveva iniziato a farsi chiamare Mata Hari, occhio dell’alba e cioè sole. Ed è sempre lì che assisté alle danze rituali su cui avrebbe modellato la sua carriera, mentre il suo matrimonio andava in pezzi.

La femme fatale che voleva essere amata

A Parigi gli inizi furono faticosi. I pittori per cui posava rimanevano delusi dalle scarse dimensioni del seno e spesso fu costretta a prostituirsi. Ebbe molta più fortuna quando decise di esibirsi come danzatrice esotica. Senza lasciarsi intimidire dalla sua ignoranza e dalla sua impreparazione, cominciò a presentarsi come lady Mac Leod, figlia di un lord e di una sacerdotessa indiana. Iniziata ai misteri della danza sacra in un tempio di Shiva, aveva sofferto tra le mani del marito, un perfido ufficiale britannico.

La storia variava di volta in volta, aggiungendo, cambiando o eliminando aneddoti e personaggi. L’alta società era rimasta colpita da quella donna alta e sottile con gli occhi vivi e ardenti sotto la massa di capelli scuri. Un testimone evoca la sua linea superba e il suo portamento nobile, semplice e pieno di personalità. Era l’incarnazione delle femme fatale che gremivano i quadri e i romanzi dell’epoca, era la Salomè seminuda e ingioiellata di Gustave Moreau. «Fatemi ballare la grande danza davanti a Erode, vi darò una sensazione che nessuno ha ancora provato e che nessuna danzatrice è riuscita a dare. Sono l’unica in grado di esprimere una simile idea di seduzione». Voleva essere amata, ma non sapeva ancora che, come diceva Wilde: «Ognuno uccide la cosa che ama».

L’autore

Giuseppe Scaraffia, scrittore e docente universitario italiano. Si è occupato dei grandi miti ottocenteschi della seduzione, dalla figura della femme fatale al bel tenebroso. Collabora al supplemento letterario del Il Sole 24 ore e al magazine del Corriere della Sera, Sette. Ha pubblicato 14 saggi e due romanzi. Ha curato le edizioni italiane di oltre 20 opere di vari autori stranieri, da Proust a Mérimée, da Stendhal a Maupassant.

Categoria: Storie di spie

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