Il ‘traditore’ tra realtà e finzione. Da Kim Philby a La Talpa di le Carré

15 settembre 2016

talpa

di Paolo Bertinetti

[La prima parte di questo articolo è pubblicata in Dalla carta allo schermo. Metamorfosi e innovazione de La Talpa]

Il tradimento nel mondo dello spionaggio ha sempre affascinato giornalisti, scrittori e registi. Il confine tra realtà e finzione in questo ambito appare quasi sfumato, impercettibile.

La finzione. Il tradimento ‘maturo’ de La Talpa, l’uomo deluso dall’Occidente

Nel libro La Talpa di le Carré il traditore – la talpa, appunto – spiega, prima brevemente poi con più particolari, a George Smiley le ragioni della sua scelta, del perché aveva deciso di stare con l’URSS invece che con l’Occidente. All’inizio c’era stata più che altro la delusione, la sfiducia nei confronti dell’Inghilterra e degli Usa. Poi nel 1956, dopo la crisi di Suez e la debacle militare e diplomatica della Gran Bretagna, c’era stato il grande passo, la scelta di campo. Evidentemente i fatti di Ungheria, l’invasione e la repressione sovietica che avevano indotto migliaia di comunisti a lasciare il partito, per il neofita non significavano niente. Nel 1961, racconta la talpa, gli era stata data la cittadinanza sovietica e, nei dieci anni successivi, aveva ricevuto due medaglie, due alte onorificenze. Questo ci porta al 1971 circa, dopo la primavera di Praga. Ma la talpa ignora anche questa tragedia.

Le Carré era fermamente intenzionato a dare delle spiegazioni comprensibili della scelta di campo della talpa. Persino a giustificarlo, seppure con riserva, e a concedergli di aver agito, come lui stesso dice, per ragioni almeno in parte morali.

La realtà. Kim Philpby e il reclutamento giovanile. Dall’antifascismo alla Guerra fredda

Una decina di anni prima c’era stata la clamorosa fuga di Kim Philby, la talpa per eccellenza, l’amico e superiore gerarchico di Graham Greene, scappato appena in tempo dopo essere stato scoperto.

Ma quella di Philby è tutt’altra storia rispetto a quella della talpa di le Carré. Ufficialmente, la sua storia era la seguente: dopo essersi laureato a Cambridge negli anni Trenta, dove grande era la simpatia per l’URSS e il marxismo in antitesi al nazismo, andò in Spagna come giornalista durate la Guerra civile ed entrò nel Servizio segreto nel 1940.

In realtà era diventato comunista quando studiava a Cambridge (ma non si iscrisse mai al Partito) ed era poi stato reclutato dai Servizi segreti sovietici. Questo suo ruolo durante la guerra non era in conflitto con la sua appartenenza ai Servizi britannici. O almeno non fino al 1944, quando divenne il capo della sezione del controspionaggio incaricata di occuparsi dell’Unione Sovietica.

Nel 1951, due funzionari del Ministero degli Esteri che lavoravano per i Servizi sovietici, Guy Burgess a Donald Maclean fuggirono a Mosca poco prima di essere scoperti. A Philby, dato che era loro amico, fu chiesto di rassegnare le dimissioni. Di fatto era stato lui ad avvertirli, ma questo non era noto. Comunque, Philby tornò a fare il giornalista. Nel 1955 Harold Macmillan, il Ministro degli Esteri, dichiarò che nulla dimostrava che Philby avesse danneggiato gli interessi della Gran Bretagna. Fu quindi nuovamente ‘assunto’ dai Servizi britannici e l’anno seguente si trasferì a Beirut, ufficialmente come giornalista. Ma al tempo stesso lo ‘riassunsero’ anche i Servizi sovietici, per i quali continuò a lavorare indisturbato per anni. Fino al gennaio del 1963, quando fuggì a Mosca dopo avere saputo che un agente del KGB passato all’Occidente lo aveva smascherato.

Qualche mese dopo il governo britannico dichiarò ufficialmente che Philby era stato un agente dei russi. Fu uno shock; probabilmente ancora più che per l’uomo della strada per i membri dell’establishment, perché Philby, per nascita, per educazione, per vita pubblica, come dichiarò John le Carré, era al cento per cento uno di loro.

L’attualità (paradossale) del tradimento de ‘La Talpa’ tra idealismo e fallimento

La storia del tradimento della talpa di le Carré è diversa. È ‘spiegata’ con accuratezza, ben articolata nei suoi momenti successivi, ma ciò nonostante potrebbe sembrare poco convincente. Forse ancor più nel film, dove ovviamente non c’è spazio per il commento del narratore e per parte dei discorsi (bisogna tagliare!) con cui la talpa giustifica il suo tradimento.

È probabile che molti di coloro che lessero il libro di le Carré quando uscì, negli anni Settanta, interpretassero le dichiarazioni della talpa come il frutto di una sorta di follia quasi religiosa. È possibile invece che un lettore di oggi sia più disposto a credere alle motivazioni della talpa, interpretandole magari come l’esagerazione di un atteggiamento tutto sommato accettabile. Sembra infatti che per noi occidentali di questo tempo confuso non ci siano più cause in cui credere e per cui combattere.

Haydon, la talpa di le Carré, si sbagliava, perché il Paese straniero che aveva deciso di servire non aveva niente a che fare con la causa che dichiarava di rappresentare. Tuttavia era possibile che lui, come molti altri, non se ne rendesse conto. È per questa ragione che la sua spiegazione del tradimento, adesso che sono così lontane le drammatiche tensioni degli anni della Guerra Fredda e le tragiche circostanze che rivelavano la vera natura del regime sovietico, diventa quindi convincente. Ed è persino possibile che il lettore di oggi, pur non condividendo le sue ragioni, sia disposto a considerare il tradimento di Haydon come la conseguenza di un idealismo mal riposto. Soprattutto se è un lettore giovane, che probabilmente ha un’idea molto vaga di che cosa fossero l’Unione Sovietica e la contrapposizione tra URSS e mondo occidentale.

Recitare il tradimento. ‘La Talpa’ Colin Firth e la credibilità della sua ‘buona fede’

Questo discorso vale anche a proposito del film di Alfredson, che ha un vantaggio in più. Alfred Hitchcock spiegava che aveva dovuto eliminare ogni dubbio sull’innocenza del protagonista del suo film The Lodger (mentre nel testo su cui era basato il film i dubbi c’erano), perché la produzione aveva imposto per la parte un attore molto popolare e amato dal pubblico, Ivor Novello, che gli spettatori non potevano minimamente considerare come un colpevole. Allo stesso modo la produzione americana del film The Quiet American, che capovolgeva le posizioni presenti nel romanzo di Graham Greene su cui era basato, scelse come attore per la parte del quiet American (che nel libro è colpevole) l’attore Audie Murphy: era un pessimo attore, ma era famoso come il soldato americano che nella Seconda Guerra Mondiale aveva ricevuto più medaglie e decorazioni, e quindi venne scelto perché così il pubblico ‘sapeva’ sin dall’inizio del film che il suo personaggio non poteva essere colpevole.

L’attore che interpreta la parte di Bill Haydon in Tinker, Taylor, Soldier, Spy è Colin Firth, premio Oscar per Il discorso del Re, molto bravo, molto amato dal pubblico, che ha quasi sempre interpretato personaggi simpatici e positivi. Gli spettatori, come nei casi prima citati, sovrappongono lui al personaggio che interpreta. E per questa ragione, anche quando scoprono che lui è il traditore, sono disposti a credere almeno nella sincerità e verosimiglianza delle sue ragioni, alla buona fede che ha dettato il tradimento. La ragione fondamentale per cui, tuttavia, sono contenti che sia stato scoperto discende dal fatto che a smascherarlo è stato Smiley, il ‘nostro eroe’. Alla fin fine, bisogna pur decidere da che parte stare. E stiamo tutti dalla parte di Smiley.

L’autore
Paolo Bertinetti, professore di Letteratura inglese all’Università di Torino, si è occupato soprattutto del teatro inglese (dell’età elisabettiana, della Restaurazione e del Novecento), della narrativa di Graham Greene e dell’opera di Beckett (tutto il teatro, Einaudi 1994, e tutte le prose brevi, Einaudi 2010). Di recente ha pubblicato, English Literature. A Short History (2010) e Il teatro inglese. Storia e capolavori (2013). Appassionato di ‘storie di spie’, ha scritto anche Agenti segreti. I maestri della spy story inglese (2015).

Categoria: Storie di spie

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