Il dossier segreto del Consiglio di guerra francese su Mata Hari

22 marzo 2018
conservato negli Archivi militari nel Castello di Vincennes a Parigi

Mata Hari, il 13 febbraio 1917, giorno del suo arresto

di Maria Gabriella Pasqualini

Il dossier riguardante la ‘spia’ Mata Hari, conservato negli Archivi militari nel Castello di Vincennes a Parigi, [1] consta di un migliaio di documenti originati dalla polizia, dalla magistratura, da fonte militare, alcuni manoscritti, altri dattiloscritti; molte fotografie e corrispondenza personale. Comprende tutti gli atti relativi alla sorveglianza della sospettata, all’istruzione dei capi di accusa, alle testimonianze rese, al processo e al verdetto finale.

Fino a una ventina di anni fa, i faldoni di questo dossier erano secretati (in attesa dei 100 anni dalla sua morte), ma ne è stata permessa prima della scadenza del termine la completa consultazione dell’intero procedimento e la sua stampa. Un mito è stato ricondotto alla sua realtà.

Analizzando i documenti ne esce una triste vicenda di superficialità e affanni, soprattutto leggendo le lettere – si firmava sempre Mata Hari M.G. Zelle Mac Leod – disperate, angosciose, a volte banali, che la donna scrisse ai familiari, amici e al suo legale, dalla prigione di Saint-Lazare a Parigi; lettere che dimostrano come la fantasiosa ballerina si fosse trovata in un gioco più grande di lei, del quale aveva compreso poco e per il quale non aveva le carte adatte. E continuava in prigione a non comprendere le ragioni del suo arresto.

Per quali motivazioni fu giustiziata Mata Hari? Probabilmente anche per una pura e crudele ragion di stato, perché, dopo la battaglia di Verdun, e il fallimento dell’offensiva del generale Nivelle, occorreva spiegare come mai, tra l’altro, l’intelligence francese non avesse compreso le mosse del nemico, così da non impedire le perdite e i rovesci che l’esercito aveva subìto. Se non vi era riuscita, questo significava che il controspionaggio tedesco era stato più efficiente di quello francese. Quindi, era necessario offrire capri espiatori all’opinione pubblica che aveva iniziato a criticare ferocemente capi militari e autorità politiche, vista la disperata situazione sociale e economica della Francia, dopo anni di guerra. Forse, in altri tempi, avrebbe ricevuto una condanna all’ergastolo ma la sua notorietà era stata grande e si doveva rendere conto all’opinione pubblica.

In verità Dame MacLeod o la nommée Zelle Marguerite-Gertrude, com’è burocraticamente indicata nei documenti ufficiali, fece parte, per breve tempo, di una rete spionistica tedesca ma non aveva l’intelletto e lo spessore morale per convertirsi in un utile agente del controspionaggio e quelle minime informazioni che fu in grado di fornire erano, come notato da storici militari della Prima Guerra Mondiale; informazioni facilmente reperibili anche da fonti aperte.

La donna, nota agli Uffici di Polizia Giudiziaria, fu sorvegliata quotidianamente dal 18 giugno 1916 fino al 12 febbraio 1917, giorno dell’arresto. Nell’interessante rapporto dall’ispettore Curnier (della Direzione Generale della Polizia Giudiziaria, Prefettura di Polizia di Parigi), redatto il 10 aprile 1917 e trasmesso al Governo militare di Parigi, 3° Consiglio di Guerra, Mata Hari è indicata come una ballerina che aveva avuto negli anni precedenti un certo successo. Arrivata Parigi con poche risorse, si era dedicata alla galanterie (escort d’inizio secolo), oltre a far la modella per alcuni pittori: altro genere di occupazione che la fece catalogare, agli occhi della Polizia, tra le demi-mondaines. In quegli anni la ‘spia’ donna, nel sentire comune, poteva essere solo una prostituta o appunto una demi-mondaine, mai una donna di elevate virtù.

La Zelle spendeva, rileva l’ispettore, ma trovava sempre qualche amante, segreto o palese, disposto a saldare i suoi conti. Cambiava spesso dimora e spariva improvvisamente, soprattutto quando i creditori si affollavano alla porta. Ricompariva dopo qualche tempo scendendo in hotel fastosi come il Meurice o il Castiglione. Raccontava molte bugie sulla sua origine, millantando di essere intima della Corte Reale olandese. Erano le sue chimere.

I suoi movimenti erano stati seguiti con una certa assiduità fin dal 1905 e forse anche prima, quando aveva danzato all’Olympia, al Museo Guimet, alle Folies Bergéres o in case private. Era straniera, molto in vista nei migliori salotti della capitale; faceva debiti; si accompagnava spesso a ufficiali di nazionalità inglese, francese, russa, con relazioni promiscue: tra questi conobbe anche un capitano italiano, Mariani della CRI, che non frequentò molto. Vi erano ragioni sufficienti, soprattutto in tempo di guerra, per seguirne le attività.

La Zelle si spostava frequentemente tra la Spagna, la Francia e l’Olanda, dove era nata il 7 agosto 1876: altro motivo di sospetto. Faceva affermazioni che rendevano molto guardinghi gli inquirenti, dicendo alle donne di pulizia degli alberghi, alle manicure, alla domestica personale (come da testimonianze), che a Verdun erano morti più di 100.000 francesi (in realtà più di 750.00) e che la Francia non avrebbe mai recuperato i territori occupati. Questa era considerata propaganda disfattista: comportamento agli occhi della polizia molto nocivo e degno di sospetti.

Dal 18 giugno 1916, ogni giorno, il funzionario addetto alla sorveglianza faceva rapporti dettagliati dai quali si evince che la Zelle a Parigi si spostava continuamente da un negozio di scarpe a uno di biancheria intima dove faceva a debito consistenti ordinazioni, andando sovente dalla sarta. Dormiva sempre però nell’albergo nel quale viveva. Domandava prestiti alla cassa dello stesso. Consumava quasi tutti i pasti nel ristorante interno, salvo alcune serate esterne, in compagnia di qualche brillante militare, fin quando l’assiduo ufficiale del momento si rendeva conto della pericolosità finanziaria della bella signora o comprendeva che era una pericolosa millantatrice.

La sorveglianza iniziava normalmente alle 8 del mattino e terminava quando la sorvegliata rientrava di sera in albergo e apparentemente non ne usciva più, intorno alle 21.30/22.00.

Occorre dire che non doveva essere molto interessante per il sorvegliante del momento seguire Madame Zelle: boutique di scarpe e vestiti, gioiellieri, parrucchieri, taxi, acquisti presso l’elegante drogheria Fauchon, qualche passeggiata al Parc Monceau sempre in brillante compagnia. In un rapporto del 25 giugno 1916 il relatore, in mancanza di altre notizie, si spinge a descrivere in dettaglio, unica volta, l’abbigliamento della sorvegliata e così compare di fronte ai nostri occhi una bella donna, la nommée Mac Leod vestita di bianco con un grande nastro verde in vita, scarpe bianche e un ampio cappello bianco adornato di piume bianche. Quel giorno il sorvegliante non aveva saputo scrivere di più.

Non sempre gli ispettori di polizia preposti riuscivano a seguirla, anche per problemi al loro mezzo e il taxi della sorvegliata spariva nel traffico parigino, così com’era accaduto il 29 giugno 1916 quando i due sorveglianti furono costretti a rimanere appostati nei pressi del Grand hotel (dimora temporanea della Zelle), solo per riagganciare il soggetto e verificarne l’ora del rientro.

Peraltro Marguerite aveva compreso di essere continuamente seguita: la mattina del 15 gennaio 1917 (ormai vicina al suo arresto), aveva detto alla Reception «Vedete quel signore che è appena entrato? È l’uomo che mi sorveglia.» La frase fu riferita al poliziotto che interrogava ogni mattina il Capo ricevimento dell’albergo. Quel giorno, in particolare, la Zelle fece ordinare una carrozza, diede al portiere un indirizzo, dove diligentemente si recarono i poliziotti: ma lì nulla accadde perché la signora non si presentò. Aveva dato un indirizzo falso così che nessuno potesse seguirla. A quel punto i sospetti sull’olandese si consolidarono.

Il 10 febbraio 1917 i sospetti erano certezze: in un rapporto del Ministero della Guerra, V° Reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito, Section de Centralisation de Renseignements al Governatore militare di Parigi, con notizie provenienti da fonti ritenute sicure e affidabili, la Mac Leod è indicata quale agente appartenente al Centro di controspionaggio tedesco di Colonia con il numero H.21, il che era vero.

Infatti, già nel novembre 1915 il console Carl Cramer, responsabile del controspionaggio tedesco in Olanda, aveva fatto visita a Marguerite che si annoiava all’Aja, in più senza risorse, offrendole una buona cifra per fornire informazioni sulla Francia, dove, si riteneva, avesse importanti amici nell’alta società, tra i diplomatici e i militari. I tedeschi pensavano di aver fatto un’ottima scelta ma non sapevano che la donna aveva spesso millantato amicizie o relazioni amorose con personalità anche politiche.

Ovviamente la Zelle aveva accettato e fu inviata a fare un breve addestramento, dal 3 al 10 maggio 1916, da ‘agente segreto’ presso il Centro di Anversa retto da Fraulein Doktor, Elsbeth Schragmueller, che presto comprese la pericolosità di Marguerite. Non la riteneva in grado di assolvere la sua funzione per mancanza d’intelligenza, serietà d’intenti e costanza nell’assolvimento degli impegni presi e prudentemente non le rivelò nomi di altri agenti tedeschi in Spagna o in Francia, anzi a Madrid incaricò un’agente donna di sorvegliarla.

Dopo la sua affiliazione al Centro informativo tedesco di Colonia, la Mac Leod era tornata in Francia nel maggio 1916: avvisato dal controspionaggio inglese (che la teneva sotto stretto controllo), quello francese nella persona del capitano Ladoux (Stato Maggiore dell’Esercito, Secondo Reparto), la contattò e le propose, con successo, di fare l’agente doppio a favore della Francia, con una buona ricompensa e altri benefici. Ladoux dichiarò in seguito di averla ingaggiata con un tranello per avere le prove della sua ‘intelligenza’ con il nemico. Il Servizio francese fece in modo che la ballerina nei suoi viaggi dovesse passare per Madrid dove il controspionaggio francese era molto ben organizzato, per avere delle conferme ai sospetti suscitati. E le ebbero. L’addetto militare tedesco a Madrid, Arnold von Kalle, che aveva ricevuto alcune informazioni dalla Zelle a Madrid, ne aveva scritto al suo Stato Maggiore in un telegramma intercettato dai francesi: questo confermò che la Zelle era un agente tedesco, anche se di scarsissima levatura, considerate le insignificanti notizie fornite. In base però a altri documenti francesi del Secondo Reparto Esercito,[2] sembra che il Kalle avesse compreso il doppio gioco tentato dalla Zelle e ben sapendo che i francesi erano riusciti a violare quel suo codice nei telegrammi cifrati, lo usò proprio per ‘bruciare’ un inutile agente di controspionaggio, forse su ordine di Colonia.

Il 10 febbraio 1917 il Governo militare di Parigi iniziò la procedura che avrebbe portato, due giorni dopo, il capitano Bouchardon, del Servizio informativo militare francese, rapporteur (una specie di ufficiale di collegamento), presso il Consiglio di Guerra di Parigi, a ordinare la perquisizione di tutti i domicili conosciuti della donna. Lo stesso giorno si procedette, con ordine da lui firmato, all’arresto della Zelle, épouse divorcée de Mac Leod, dite Mata Hari, sujette hollandaise per essersi resa colpevole di espionnage, tentative, complicité, intelligences avec l’ennemi ai sensi degli articoli 2, 59 e seguenti, 76 e seguenti del Codice Civile; art. 20 e seguenti del Codice di giustizia militare e della Legge 18 aprile 1886.

Mata Hari fu arrestata nella camera 131 del Palace Hotel, al n. 103 degli Champs Elisées, come diligentemente annotato nel verbale d’arresto e incarcerata lo stesso giorno nella prigione di Saint-Lazare. Nei giorni seguenti, Marguerite fece la storia della sua vita, non nascondendo il nome e il cospicuo numero degli amanti molto ricchi che l’avevano mantenuta, inclusa una lunga relazione con un ufficiale tedesco, Alfred Kiepert, iniziata molto prima dello scoppio della guerra; relazione ritenuta uno dei maggiori indizi della colpevolezza della Zelle. Una vita apparentemente ‘glamour’ ma in ricerca costante e affannosa di vivere nel miglior modo possibile, con una sciocca ingenuità e superficialità che dimostrava la pochezza del suo intelletto e la sua scarsa maturità, nonostante stesse sfiorando la quarantina.

Nei giorni successivi furono analizzate le carte, gli oggetti, le compresse e i liquidi sequestrati tra i quali ve ne erano alcuni che avrebbero potuto divenire inchiostro simpatico se opportunamente diluiti e saputi utilizzare ma corrispondevano alle prestazioni terapeutiche di cui la prigioniera aveva bisogno. Non si poté stabilire quindi con certezza che erano elementi per ottenere inchiostro simpatico. La Zelle, peraltro, aveva ricevuto a Anversa una bottiglietta di quel liquido ma, non sapendo come usarlo, se ne era disfatta molto presto e comunque non ne era in possesso al momento della perquisizione. Le carte sequestrate non contenevano prove per le accuse rivolte.

Dal 16 marzo al 20 giugno 1917 furono ascoltate le persone che avevano incrociato la ballerina, in una sala da the, in un parco, a una cena o che le avevano lasciato un biglietto da visita. Nulla di particolarmente importante.

Chiusa la fase dell’istruttoria con rinvio a giudizio, il 24 luglio 1917, Mata Hari comparve di fronte al Consiglio di Guerra del Governo militare di Parigi, una civile, straniera e donna, per rispondere di otto capi d’imputazione per intelligenza con il nemico, a dire il vero generici: in sostanza la si accusava di aver incontrato questo o quell’ufficiale tedesco in Olanda, a Madrid, per consegnare informazioni riguardanti la politica interna, l’offensiva di primavera prevista dalle truppe francesi (niente più di quello che si prevedeva, scritto sui giornali), la scoperta da parte dei francesi del segreto dell’inchiostro simpatico tedesco, e la divulgazione del nome di un agente del controspionaggio inglese. Prove documentali, però, non ve ne erano. Il processo si svolse a porte chiuse per essere le sedute potenzialmente pericolose per l’ordine pubblico e il buoncostume e senza comunicati ufficiali.

Alla giuria militare furono posti otto quesiti sulla colpevolezza della detenuta. All’unanimità la risposta fu: sì, colpevole. Il 25 luglio 1917, a porte aperte, come previsto dalla legge, fu letto il giudizio finale: ritenuta colpevole di spionaggio a favore del nemico e condannata a morte. Il 22 agosto fu respinto il ricorso della donna. Il 14 ottobre 1917 fu emesso l’ordine di eseguire la sentenza il giorno successivo, alle 6.15 del mattino, al Campo di Tiro di Vincennes. Sentenza eseguita.

Come è stato notato da molti esperti, in realtà Mata Hari fu nulla più che una poco utile ‘informatrice’, fin troppo pagata per il suo scarso rendimento e pericolosa per la sua totale mancanza di professionalità. Non aveva avuto un serio addestramento da agente di controspionaggio e dai verbali dei suoi interrogatori risulta chiaro che non rispondeva alle domande pressanti di Bouchardon in maniera coerente e logica per stornare i sospetti sul suo conto: non era stata addestrata. Era furba ma non intelligente. Non aveva mai avuto serio interesse per il ‘mestiere’ che le era stato offerto: aveva bisogno di denaro che le permettesse di mantenere il suo stile di vita dispendioso e vivere, dopo la guerra, con l’unico uomo che avesse amato, il capitano de Massloff. Non aveva la stoffa dell’agente di controspionaggio.

Paradossalmente proprio la condanna a morte ne ha fatto per lungo tempo un mito come ‘spia’ donna nel primo conflitto mondiale mentre è stata vittima del momento in cui viveva, della pruderie d’inizi secolo e di due servizi segreti che non si sono fatti scrupolo di usarla.

Una vicenda triste, per nulla eroica. La fucilazione ne ha fatto un mito.

[1] Paris, Château de Vincennes, Service Historique de la défense – Terre, Affaire Mata Hari, dossier secret du Conseil de Guerre. Il dossier è stato stampato integralmente nel 2001, con prefazione di Patrick Pesnot, E’ditions italique, Parigi. E’ comunque possibile prendere visione dell’originale presso il citato Servizio Storico.

[2] Ibid, SHAT, 5N/329 e ss.

Categoria: Storie di spie

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