Girolamo Grimani, spia doppia e tripla

15 dicembre 2016

bocca di leone veneziana

di Paolo Preto

Questa incredibile vicenda, a tratti anticipatrice degli odierni romanzi e film di spionaggio, va in scena tra Venezia e Napoli, nei primi decenni del 1600. Il duca di Ossuna, viceré spagnolo di Napoli, ha mire espansionistiche a danno dei Veneziani nel mare Adriatico, e progetta congiure e sabotaggi. Lo spalleggia nelle sue ‘macchinazioni’ l’ambasciatore spagnolo a Venezia, il marchese di Bedmar. Di quest’ultimo si dice abbia addirittura ordito una micidiale ‘congiura’ (colpo di Stato) per rovesciare la Repubblica. Si dice, perché in realtà la famosa ‘congiura’ del 1618, tempestivamente sventata dai Veneziani (Bedmar richiamato, decine di spie giustiziate) è ancora avvolta nel mistero.

Forse è stata una diabolica ‘provocazione’ degli Inquisitori di Stato, titolari dei servizi segreti veneziani per liberarsi di un ambasciatore scomodo e nel contempo schiantare politicamente (una sorta di epurazione) il partito filospagnolo tra la nobiltà. Certo è che in questi anni a Venezia si combatte una gigantesca e intricata guerra di spie.

Lo spionaggio spagnolo, il controspionaggio veneziano e la figura (intrigante) di Grimani

Articolato e ben introdotto persino ai vertici della Repubblica, lo spionaggio spagnolo mette a segno colpi clamorosi ma non sfugge alle tempestive reazioni del controspionaggio veneziano. Le spie più famose degli spagnoli – i nobili Angelo Badoer e Grimani – sono colpite da spettacolari processi per tradimento. Altre sono arrestate e fatte sparire con il veleno o l’annegamento notturno. I cittadini sono chiamati a collaborare alla caccia alle spie con una pioggia di denunce segrete (orbe) nelle bocche di leone.

Girolamo Grimani, nobile influente, è ‘agganciato’ da Bedmar per rivelare i segreti del governo. Il suo fascicolo processuale è andato perduto (o fatto sparire?), ma la citazione a comparire (15 settembre 1617) parla esplicitamente di «prattica e trattamento tenuti con persona forestiera», forse quell’Alessandro Spinosa, spia spagnola, che sette giorni dopo è strozzato e appeso con un piede alla forca. Bandito dal Consiglio dei dieci, fugge da Venezia e passa a Napoli al servizio degli spagnoli. Già il giorno dopo gli agenti veneziani ne informano a Venezia gli Inquisitori. Da questo momento per 13 lunghi anni si dipana una serie di colpi di scena, intrighi, rovesciamento delle parti.

Grimani e il doppio-triplo gioco. Tra la ricerca del perdono veneziano e l’abbraccio spagnolo

Spia doppia, poi tripla, sospeso tra la nostalgia di Venezia, il rancore per l’ignominiosa accusa di tradimento e la disperata necessità di sopravvivenza, insieme ad angosce per la propria vita. Grimani disegna uno scenario da spionaggio d’altri tempi. Già il 12-24 ottobre 1617 gli Inquisitori offrono 1.000 ducati a due banditi veneziani, «bravi, risoluti, desiderosi di repatriare» e con «San Marco in petto», disposti ad ucciderlo. La moglie da Venezia lo avvisa e d’ora in poi deve muoversi con cautela.

A corto di denaro, prende contatto con il residente (ambasciatore) veneziano e chiede il perdono. Rifiutato, si getta di nuovo tra le braccia degli spagnoli e consegna il disegno di un galeone veneziano e piani per attacchi militari contro Venezia. Fallito un tentativo di farsi raggiungere dalla famiglia tramite una spia doppia, ritenta la carta del perdono. In risposta il residente progetta di farlo assassinare durante un viaggio tra «boschi, montagna et luoghi solitarii» delle Marche, ma il sicario prima incassa 300 ducati e poi rinuncia.

Senza soldi, braccato dai sicari, disperato, riprende i contatti con gli Inquisitori. Di nuovo pentito promette di svelare «negocio pregiudicialissimo» (ma non dice quale) per Venezia, e consegnare il segreto del «fuoco greco» e ancora una volta di un nuovo modello di galeone. Gli Inquisitori gli danno un po’ di corda, forse per meglio sorprenderlo ma nel frattempo intercettano la sua corrispondenza con la famiglia e arruolano nuove spie a Napoli per ucciderlo. Alcuni sicari siciliani si offrono di ammazzarlo ma dubitano di poter esibire la sua testa (consueto modo per provare un assassinio). Un altro promette di farlo sparire in modo tale «che mai più si troverebbe».

Ormai ridotto in miseria si lancia in ripetuti voltafaccia tra spagnoli e veneziani. Propone un piano per sollevare i nobili poveri di Venezia contro l’oligarchia, incontra segretamente il residente nel monastero di Santa Chiara. Riproclama la sua innocenza e richiesta di perdono, collabora con le spie veneziane a Napoli, poi però le denuncia agli spagnoli. Dopo qualche anno di silenzio lo ritroviamo nel luglio 1623 arrestato e torturato come spia doppia – a questo punto direi tripla – dei Turchi. Liberato tenta di riaccreditarsi con qualche soffiata sulla congiura di Bedmar, ancora in carcere, ancora collaboratore dello spionaggio spagnolo in Dalmazia. Di nuovo carcere e tentativi di contatti a Venezia.

L’ultimo colpo di scena: la sua incredibile (e misteriosa) scomparsa

Tra l’aprile e settembre 1630 l’ultimo incredibile colpo di scena. Ormai ben introdotto tra le spie spagnole (è amico personale del loro comandante) collabora direttamente anche con gli Inquisitori. Da perfetta spia doppia assicura che Venezia ha davvero bisogno «de huomeni ecelenti» come lui nella professione di spia. In cambio vorrebbe almeno un avvicinamento ai confini della patria, in vista dell’agognato ritorno.

Dal 10 settembre 1630 su Girolamo Grimani cala il silenzio: morte improvvisa? Forse «levato di questa vita» (da notare l’eufemismo delle fonti veneziane) dal veleno di un agente inquisitoriale.

 

Riferimenti

Paolo Preto, I servizi segreti di Venezia, Il Saggiatore, Milano 2016, pp. 82-84

L’autore

Paolo Preto è professore emerito di Storia moderna all’università di Padova. Tra i suoi saggi: Venezia e i turchi (Viella, 2013), Epidemia, paura e politica nell’Italia moderna (Laterza, 1987), Persona per hora secreta (Il Saggiatore, 2003).

Categoria: Storie di spie

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