Dalla carta allo schermo. Metamorfosi e innovazione de La Talpa

9 settembre 2016

la talpa

di Paolo Bertinetti

C’è talpa e talpa. C’è la talpa del libro di le Carré. C’è la talpa della versione televisiva basata sul libro, quella con Alec Guinness nella parte di George Smile. E c’è la talpa della versione cinematografica, quella del film diretto da Tomas Alfredson presentato a Venezia con buon successo di critica, ma che in Italia non ha avuto grande successo di pubblico.

È impossibile parlare del film senza ricordare che, per moltissimi lettori di le Carré, George Smiley è Alec Guinness, che in una formidabile prova d’attore aveva dato un volto, uno stile, un modo di essere, una realtà fisica concreta al personaggio che si aggirava tra le pagine del libro. Un personaggio cui Alec Guinness offriva le sembianze quasi di una figura paterna. Smiley, ha detto le Carré in un’intervista recente, aveva proprio questa caratteristica. In un certo modo era il padre che gli sarebbe piaciuto avere.

E nel comunicato stampa a proposito del film di Alfredson, in cui lodava senza riserve l’interpretazione di Gary Oldman, aveva detto un’altra cosa curiosa e assai interessante: se di notte avesse incontrato per strada Smiley/Alec Guinness la sua reazione istintiva sarebbe stata quello di proteggerlo; se avesse incontrato Smiley/Gary Oldman la sua reazione sarebbe stata di scappare a gambe levate.

La sfida di Alfredson: re-inventare George Smiley e raccontare i ‘veri’ Servizi

Il regista del film, nel momento stesso in cui incominciò a lavorare al progetto, sapeva benissimo di avere di fronte questo problema. Problema enorme, che si affiancava a quello di dover concentrare in circa 100 minuti quello che la televisione, partendo da più di 350 pagine di libro, aveva raccontato in molte puntate.

Il problema era quello di sempre, quello che si ripropone quando si porta una storia dalla pagina al grande schermo. Alec Guinness o non Alec Guinness. TV o non TV. Quello del trasferimento da un linguaggio, da un codice linguistico, a un altro.

In questo caso si può dire che, il film, tagliando, cambiando qua e là luoghi e ambienti, aggiungendo qualche scena che nel libro non c’è, corrisponde pienamente allo spirito del romanzo.

Un’altra questione era legata al tempo trascorso dalla pubblicazione del libro. La talpa, infatti, è stato pubblicato nel 1974. Grandissimo era il successo dei film di James Bond, in cui trionfava l’idea che spionaggio volesse dire glamour, azione mozzafiato, splendide ragazze e lusso, marchingegni sofisticati e affascinanti avventure, possibilmente in luoghi esotici.

Sin dall’inizio i libri di le Carré offrono un quadro totalmente diverso della realtà del mondo dei Servizi Segreti britannici, presentati in modo criticamente rispettoso, non con l’ironia di Graham Greene, ma visti come una macchina per contrastare il totalitarismo sovietico. Una macchina efficace, nonostante i suoi errori e i suoi limiti ‘culturali’, nonostante le logiche burocratiche e le meschinità dei suoi uomini.

Il punto decisivo è proprio quest’ultimo. Gli agenti dei Servizi Segreti non hanno niente in comune con James Bond (se non per il fatto che rischiano la vita). Sono persone eccezionali per autocontrollo, capacità di segretezza, acutezza di osservazione. Ma sono persone normali, o meglio, funzionari normali per quanto riguarda le dinamiche che sovrintendono i loro rapporti, le loro ambizioni e le loro rivalità di carriera.

La potenza evocativa dell’immagine. Ricostruire l’atmosfera ‘segreta’ della Guerra fredda

Tutto questo è reso nel film in modo perfetto. E non solo e non tanto per le parole della sceneggiatura e per l’interpretazione degli attori, ma per ciò che costituisce il vero linguaggio del film. E cioè per l’immagine, per lo scenario visuale.

Dominano i grigi e i beiges, le sfumature di marrone, in stretti corridoi, in stanze soffocanti anche quando non sono anguste, in spazi pieni di fumo, il fumo delle sigarette che crea una sorta di pellicola che avvolge personaggi e scene. Quest’atmosfera melanconica, insalubre, impiegatizia nel senso più sconfortante del termine, parla silenziosamente per i personaggi che in essa si muovono. Ce ne comunica le difficoltà e le miserie private e la burocratica crudeltà della dimensione istituzionale del loro lavoro. Possiamo dire, paradossalmente, che è l’atmosfera a costituire il ‘personaggio’ che comunica allo spettatore uno dei temi centrali del libro di le Carré sia dal punto di vista narrativo, sia dal punto di vista ideologico.

Molto spesso – e questo è curioso in un film che deve eliminare migliaia delle parole che riempiono le 350 pagine del libro da cui è tratto – sono le immagini senza parole a raccontarci i momenti cruciali della vicenda. Come nella scena della festa in cui George scopre il tradimento della moglie. Oppure nel breve flashback verso il finale che ci fa capire la verità sulla talpa.

Ci sono momenti che nel libro non troviamo, come la scena iniziale con l’uccisione casuale in un bar di Budapest di una donna che allatta il bambino, vittima innocente della guerra tra spie nella guerra fredda. Ci sono invece aspetti del libro che nel film non possono avere spazio, come la figura del ragazzino della scuola privata che conosciamo all’inizio del romanzo, un personaggio secondario di straordinaria vivezza, a cavallo tra romanzo dickensiano, libro di avventure per ragazzi e racconto di Graham Greene. Ma è inevitabile che quel personaggio resti nella pagina scritta oltre che, naturalmente, nella nostra immaginazione di lettori.

La ricostruzione d’ambiente. Raccontare una società ‘reale’ che non esiste più

Il film è stato molto apprezzato e lodato anche per la sua ricostruzione d’ambiente. Della cui accuratezza e veridicità può parlare per esperienza solo chi ha più di 50 anni. Ma c’è un particolare che vale la pena sottolineare. Non riguarda i telefoni, le apparecchiature, i vestiti, le auto, le pettinature e gli arredi di un tempo ormai scomparso e ricreati magistralmente. Si tratta delle immagini di un grande ufficio pieno di dattilografe, il tipo di typing pool di cui parla Wright Mills nel suo saggio sui colletti bianchi. Quel tipo di organizzazione del lavoro, quel tipo di occupazione femminile e quel tipo stesso di lavoro ovviamente non esistono più.

A proposito dell’atteggiamento nei confronti della donna, c’è da dire che il film è molto più ‘corretto’ del romanzo. Lo ha detto lo stesso le Carré. Ma, a parte la sua ‘interpretazione autentica’, è indubbio come nel film ci sia una sottile (ma non per questo meno evidente) sottolineatura dell’ambiguità della sessualità maschile, c’è una posizione decisamente diversa riguardo al tradimento, sia per quanto riguarda Smiley, sia per quanto riguarda la comunità maschilista dei suoi colleghi.

Per la verità il merito non va tanto al regista e agli sceneggiatori del film, ma al fatto che dall’uscita del libro erano passati quasi quarant’anni. Come diceva quel tale, The times they are a-changin’.

[La seconda parte di questo articolo è pubblicata in Il ‘traditore’ tra realtà e finzione. Da Kim Philby a La Talpa di le Carré]

 

L’autore
Paolo Bertinetti, professore di Letteratura inglese all’Università di Torino, si è occupato soprattutto del teatro inglese (dell’età elisabettiana, della Restaurazione e del Novecento), della narrativa di Graham Greene e dell’opera di Beckett (tutto il teatro, Einaudi 1994, e tutte le prose brevi, Einaudi 2010). Di recente ha pubblicato, English Literature. A Short History (2010) e Il teatro inglese. Storia e capolavori (2013). Appassionato di ‘storie di spie’, ha scritto anche Agenti segreti. I maestri della spy story inglese (2015)

Categoria: Storie di spie

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