Cesare Amé. Il generale che venne dalla gavetta

10 ottobre 2016

Cesare Ame

di Gabriele Bagnoli

Quando si parla del SIM, il Servizio Informazioni Militare che operò nel corso del secondo conflitto mondiale fino all’8 settembre 1943, si tende spesso a collegarlo alla figura del suo capo indiscusso durante la guerra, colui che lo strutturò, primo in Italia, come un moderno servizio di intelligence: il generale Cesare Amé.

Uomo di grande intelligenza e acume, Cesare Amé nasce nel piccolo comune di Cumiana, alle porte di Torino, il 18 novembre 1892. Arruolatosi nel 1912 nel Regio Esercito, partecipa con il grado di sottotenente alle operazioni militari durante la guerra in Libia. Promosso al grado di tenente poco prima dell’entrata in guerra nel maggio 1915, viene inviato al fronte sul Col di Lana. Promosso, a settembre dello stesso anno, al grado di capitano, viene destinato allo Stato Maggiore della 25a Divisione come ufficiale di collegamento, nella zona del Carso. Durante il conflitto viene decorato con una medaglia d’argento e due di bronzo al Valor militare per le azioni compiute durante i combattimenti sulle alture di Flondar (agosto 1917), sul Carso (ottobre-novembre 1917) e lungo il fiume Piave (giugno 1918), «spronando – come si legge nella motivazione della medaglia di bronzo – durante gli aspri combattimenti contro le forze austro-ungariche, i propri uomini e riportando sempre prezioso contributo di notizie in modo da facilitare l’orientamento e l’azione del comando».

La cosa che più colpisce di Amé è che, come scrive Carlo De Risio nella premessa alle memorie del generale, «venisse dalla gavetta»[1]. La sua intelligenza, il suo analizzare le cose e i fatti senza retorica e senza schierarsi, la sua capacità di restare fuori dalle varie ‘fazioni’ all’interno delle Forze Armate, attirarono, nel periodo compreso tra il 1921 e il 1926, l’attenzione del colonnello Attilio Vigevano. È proprio quest’ultimo che, da capo del neonato SIM – sorto il 15 ottobre 1925 dalle ceneri del Servizio Informazioni dello Stato Maggiore Generale –, lo inviò in missione nel Nord Africa francese affinché stilasse una precisa e attenta relazione di quell’area.

La struttura del SIM alla viglia dell’entrata in guerra e i progetti di Amé

Da questo momento in poi, in Amé comincia a farsi strada l’idea che alla base di un buon servizio informazioni vi debba essere continuità nella direzione, piani a lungo e a medio termine, una buona rete spionistica di agenti sul campo e uomini in grado di analizzare le informazioni con attenta meticolosità e senza farsi condizionare da ideologie o timori.

Basti pensare che dal 1925 al settembre 1940, quando la direzione venne assunta da Cesare Amé, si erano alternati ben nove capi che, a eccezione di Mario Roatta (in carica dal febbraio 1934 all’agosto 1939), durarono al massimo poco più di due anni.

Per Cesare Amé, come egli stesso ricorda in Guerra segreta in Italia. 1940-1943, era impossibile, per una nazione come l’Italia che ambiva a giocare un ruolo di primo piano nello scenario europeo, non avere una linea ben definita per quanto riguardava l’intelligence. Per tale ragione, secondo Amé, il SIM doveva dotarsi di centri all’estero – che all’epoca non esistevano – in grado di raccogliere sul campo quante più informazioni possibili per condurre operazioni militari.

Nelle sue memorie, egli ricorda come «un enorme vuoto esisteva al di là delle frontiere dell’Albania, verso la Jugoslavia e verso la Grecia, dove venne subito diretto ogni sforzo per colmare la lacuna»[2].

Il Servizio Informazioni, all’inizio del 1940, si componeva di tre sezioni principali con compiti che andavano via via definendosi con chiarezza. Una Sezione Offensiva, con il compito di raccogliere sul campo le informazioni, di sviluppare una rete funzionante nei vari centri all’estero e di stabilire sicuri collegamenti con l’Italia. Una Sezione Situazione, che aveva il compito principale di valutare e sfruttare tutte le informazioni raccolte e trasmesse in Italia. Una Sezione Difensiva, che avrebbe curato il controspionaggio interno, allo scopo di prevenire azioni di sabotaggio e fermare l’azione spionistica del nemico. Accanto a queste tre sezioni, esistevano altre strutture subordinate che fornivano il supporto tecnico e logistico, come la sicurezza delle linee radiotelegrafiche, la decifrazione dei codici nemici e la protezione dei propri, lo sviluppo di fotoriproduzioni e la predisposizione di cartografie per le operazioni, lo studio e la preparazione di forme occulte di scrittura con particolari tipologie di inchiostri e carte. Queste erano la Sezione Tecnica, Crittografica, Fototipografica e Chimica.

La scalata del Generale Amé ai vertici del SIM e dell’intelligence italiana

Ai primi di gennaio del 1940, Cesare Amé viene nominato Vice Capo del SIM, per assumerne la direzione il 20 settembre dello stesso anno, subentrando al Generale Giacomo Carboni.

Quando cominciarono a soffiare i primi venti di guerra anche per l’Italia, il SIM intraprese un’attenta azione di raccolta e valorizzazione delle informazioni, sia nei confronti della vicina Francia sia dell’Inghilterra, prestando particolare attenzione allo scacchiere alpino, mediterraneo e del Nord Africa. Gli agenti in loco segnalavano, infatti, un consistente afflusso di rinforzi in arrivo lungo le Alpi e il confine italo-francese, ma anche il sopraggiungere in Egitto di contingenti del Commonwealth britannico e di truppe australiane, neozelandesi, canadesi e indiane.

Contemporaneamente il SIM forniva, al Capo del Governo, Benito Mussolini, al Re Vittorio Emanuele III e ai vari ministri una lucida, quanto chiara e attenta analisi sulle forze italiane e sulla preparazione militare. I rapporti, preparati da Amé, mettevano in luce tutte le ansie e i timori di fronte a un conflitto di durata incerta. Per di più, nonostante le migliori e più rosee aspettative degli Ammiragli della Regia Marina, il controllo del Mar Mediterraneo e la protezione ai convogli mercantili appariva tutt’altro che facile e priva di incognite.

Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia regnava un’ulteriore confusione, quella dell’intelligence. Al SIM si affiancavano il Servizio Informazioni Segrete (SIS) della Regia Marina e il Servizio Informazioni Aeronautica (SIA) che spesso mal si coordinavano tra di loro, mettendo a rischio intere operazioni. Ai tre servizi (SIM, SIS e SIA) si aggiungeva il Centro di Controspionaggio Militare e Servizi Speciali (CCMSS), separato dal SIM e dipendente dal Ministero della Guerra. All’inizio del 1941 questo fu abolito e assorbito all’interno del SIM, che vedeva così rinforzata la propria Sezione Difensiva.

Capitava, secondo le parole di Amé, che «agenti dell’un servizio fossero segnalati dall’altro come sospetti, che organi dell’uno arrestassero agenti dell’altro interferendo in azioni importanti e delicate»[3]. A complicare ancora di più l’operato del SIM arrivò anche l’OVRA, la polizia politica creata da Benito Mussolini. Come ricorda Marcantonio Bragadin, «doveva operare solo nel campo politico e a fini politici, ma in pratica l’OVRA si era intromessa anche nel campo delle forze armate, con ulteriori inconvenienti per i servizi militari»[4].

L’evoluzione del SIM a conflitto in corso. L’azione di Amé

Di fronte a questo stato di cose, il Generale Amé diede disposizioni per un rafforzamento del Servizio per quanto concerneva la sua rete estera. Se, al momento dell’entrata in guerra, nel giugno 1940, i centri erano soltanto cinque, già a dicembre erano diventati 28, per arrivare a essere quasi il doppio appena cinque mesi dopo[5].

Fu soltanto grazie all’intuito di Amé e dei suoi uomini che – ancora prima della decisione di Mussolini di attaccare la Grecia – furono attivati, nei Balcani, centri i cui agenti offrirono un prezioso contributo informativo sull’attività del nemico, dai piani di mobilitazione alle attività di richiamo dei riservisti, dagli schieramenti alla frontiera all’organizzazione di opere fortificate sui confini.

Con le operazioni belliche in corso gli uomini di Amé continuarono nella loro opera di raccolta e valorizzazione delle informazioni, avvalendosi anche di ‘colpi di fortuna’. A Shangai, un agente italiano infiltratosi in ambienti britannici, riuscì a sapere con largo anticipo di future operazioni contro le forze italiane condotte dai greci. Tali informazioni, all’inizio, vennero prese e analizzate con grandissimi dubbi, soprattutto a causa della distanza dal luogo in cui si svolgevano gli eventi. Soltanto con un attento incrocio di dati e altre informative provenienti da altri centri esteri fu possibile provare la fondatezza di quanto scoperto ‘dall’altra parte del mondo’. Purtroppo, però, «nessuno dei capi del nostro Esercito considerò seriamente quelle determinanti informazioni: per cui l’offensiva greca provocò duri effetti e gravi perdite al nostro schieramento»[6].

I successi del SIM di Amé. La Sezione Prelevamento di Manfredi Talamo e il caso Black Code

Appare, dunque, chiaramente quanto delicata fosse l’azione degli uomini di Amé che con scaltrezza riuscirono in diversi colpi di mano. In questo ambito degno di nota fu l’operato di una particolare sezione, la P (Prelevamento), guidata da un esperto ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, il maggiore Manfredi Talamo.

Assieme ad altri due militari, e due agenti infiltratisi all’interno dell’Ambasciata americana di Roma come semplici uscieri, riuscì a impossessarsi nel settembre 1941 del Black Code, una serie di tabelle cifranti e decifranti in dotazione agli addetti militari statunitensi. Tale azione si rivelò di importanza senza precedenti. Non credendo di dover cambiare i codici cifranti nel momento dell’entrata in guerra, il Dipartimento della Difesa di Washington commise un gravissimo errore, acuito ancora di più dal fatto che il colonnello Norman Fiske, addetto militare di Washington, lasciò in ufficio le chiavi della cassaforte dove erano custoditi.

Ma ciò che fece il gioco del Servizio Informazioni furono gli utilizzi fatti del Black Code. Il Colonnello Franck Bonner Fellers, ufficiale americano «ben introdotto nel comando britannico del Medio Oriente e nel comando dell’Ottava Armata»[7], trasmetteva dal comando britannico in Africa Settentrionale utilizzando proprio quei codici. Così le truppe dell’Asse del feldmaresciallo Erwin Rommel riuscirono a riportare numerose vittorie sul nemico. Grazie all’azione di Manfredi Talamo e dei suoi uomini l’Afrika Korps riuscì ad avanzare fino ad El Alamein, enormemente agevolata dall’intercettazione e dalla decifratura dei dispacci trasmessi. Soltanto il 10 luglio 1942 gli Alleati si resero conto che le loro trasmissioni erano quotidianamente intercettate e decifrate. Durante un’azione offensiva della 9a Divisione australiana, una sezione intercettazioni dell’Afrika Korps che aveva con sé parte del Black Code cadde in mano nemica.

Manfredi Talamo e i suoi uomini continuarono a operare per conto del SIM riuscendo, nell’estate 1942, a scoprire che l’addetto culturale tedesco presso l’Ambasciata a Roma, Kurt Sauer, era in realtà un agente doppiogiochista. La cosa non piacque alle autorità tedesche e a Herbert Kappler, ufficiale delle SS, il quale chiese espressamente agli uomini della Sezione P di mantenere il più stretto riserbo sull’intera faccenda per non intaccare il prestigio tedesco. Nella rete caddero anche un ingegnere milanese e una spia finlandese che operava per conto di Mosca. Ma il fastidio provato durante vicenda dell’arresto del funzionario tedesco – nel corso della quale gli agenti italiani del SIM sopperirono a una chiara inefficienza dei servizi segreti tedeschi e delle SS in particolare – non venne mai dimenticato da Kappler. E il 24 marzo 1944 il nome di Manfredi Talamo venne inserito tra coloro che sarebbero stati fucilati alle Fosse Ardeatine[8].

Il sogno di Amé: verso un unico, grande, Servizio

Il Servizio stava subendo una profonda ristrutturazione. Se fino a quel momento era stato una ramificazione dell’Esercito, il 10 giugno 1941 passava alle dirette dipendenze del Comando Supremo, prevalendo gerarchicamente su SIS e SIA.

Stava avviandosi quel processo cui Amé ambiva da tempo. Una unificazione di tutti i servizi in una grande intelligence che operasse con comunità di intenti, scambiandosi pareri e informative. Purtroppo però, nessuno fu in grado di stabilire autorità e precise attribuzioni affinché avvenisse un vero coordinamento. Anzi il 1 novembre 1941 nasceva il SIE (Servizio Informazioni Esercito) che lasciava solo sulla carta l’intento unitario del Capo del SIM e portava i servizi di informazione da tre a quattro, rendendo ancora più difficoltosa una collaborazione tra di essi.

Fu soltanto il 10 ottobre 1942 che, per esplicito ordine di Mussolini, avveniva la tanto sperata unione dei servizi. Tutta l’attività di controspionaggio veniva accentrata sotto la direzione e la responsabilità del Capo del SIM, e sezioni analoghe di SIS e SIA venivano abolite. Ma ormai erano passati ventotto mesi dall’inizio della guerra e qualsiasi forma di collaborazione, unità di intenti e di vedute giungevano troppo tardi, essendosi cominciata a delineare la lenta disfatta delle forze italiane e tedesche.

L’incontro Amé-Canaris a Venezia e il punto di svolta della guerra

Nella notte tra l’8 e il 9 luglio 1943 ebbe inizio l’Operazione Husky. I paracadutisti, lanciati nell’entroterra siciliano attorno a Gela, avrebbero dovuto occupare e presidiare gli snodi stradali, gli incroci e le vie di comunicazione così da impedire alle forze dell’Asse di sopraggiungere e contrattaccare le forze da sbarco.

Nelle parole di Amé «il Servizio Informazioni italiano, raccolte in un nuovo, aggiornato ed efficace quadro le risultanze informative in suo possesso, compilava e comunicava ai primi di luglio la definitiva situazione delle forze terrestri, aeree e dei mezzi da sbarco alleati nel bacino del Mediterraneo centro-occidentale»[9].

Il 2 agosto, dopo la caduta di Mussolini, il generale Amé e l’ammiraglio Wilhelm Canaris – a comando dell’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco, dal 1935 al 1944 – si incontrarono a Venezia. Nel suo libro di memorie Guerra segreta in Italia, Amé ricorda quell’incontro, fornendo anche una dettagliata analisi dei rapporti che intercorsero tra i due servizi.

Scopo della visita dell’ammiraglio era raccogliere quante più informazioni possibili sulla situazione italiana all’indomani della defenestrazione di Benito Mussolini. Amé, durante un lungo colloquio, ribadì la volontà italiana di continuare la guerra a fianco dell’alleato tedesco e di non trattare separatamente un’uscita dal conflitto con gli anglo-americani.

Le strane proposte di armistizio e la destituzione di Amé

Il 5 agosto il Servizio Informazioni riceveva una inaspettata comunicazione, proveniente da un proprio agente in servizio a Nalut, enclave della Tripolitania in Libia. Il messaggio non proveniva dall’agente italiano – il sergente maggiore Sfilio, nel frattempo scoperto e catturato ai primi di agosto del 1943 – ma dallo Stato Maggiore britannico di Bengasi. Nel primo testo trasmesso si domandava se le autorità politico-militari italiane erano interessate a entrare in contatto con quelle alleate per attivare primi colloqui esplorativi per la cessazione delle ostilità.

Il rischio era quello di incorrere nelle intercettazioni delle reti tedesche. Assumendosene tutte le responsabilità, il 12 agosto il Generale Amé dava ordine ai suoi uomini di cessare qualsiasi trasmissione con l’avversario, visto anche l’apparente disinteresse per l’intera vicenda da parte del Governo, degli esponenti della Monarchia e delle Forze Armate.

Il 18 agosto Cesare Amé, che non aveva più la fiducia dei vertici del Paese a causa del suo atteggiamento e dell’incontro con Canaris, venne destituito dalla sua carica e sostituito con il generale Giacomo Carboni. Quest’ultimo, «mantiene pochi elementi del vecchio gruppo dirigente: Fettarappa viene scelto per tenere i contatti con gli anglo-americani nel delicato periodo che va dal 20 agosto al 3 settembre 1943, a ragione delle varie radio rivoltate che controlla»[10].

8 settembre 1943: il SIM resta solo

Paralizzato nei suoi compiti, impossibilitato a fornire una chiara visione delle forze tedesche ormai presenti sul territorio nazionale, inascoltato nelle sue informative diramate a tutti gli organismi politici e militari, il SIM fu nuovamente tenuto all’oscuro delle trattative già in corso per la pace separata con gli Alleati e la firma di un possibile armistizio. Destinato a ricoprire l’incarico di capo centro del SIM a Lubiana, Cesare Amé giocò in anticipo sulle possibili trattative segrete tra il Governo di Pietro Badoglio e gli Alleati. Egli decise di equipaggiare, all’insaputa di chiunque altro, un suo agente di fiducia, il maresciallo Vittorio D’Argento, di un cifrario e di una stazione ricetrasmittente a Lisbona, città nella quale sarebbero avvenuti gli incontri preparatori all’armistizio.

Questo collegamento si sarebbe potuto rivelare assai prezioso. Nelle sue memorie Cesare Amé ricorda come «le trattative di armistizio erano state in crisi per circa otto giorni preziosi e decisivi perché il nostro incaricato a Lisbona era rimasto privo del collegamento con Roma, ignorando che un altro era predisposto sul luogo. Se non fosse stato all’oscuro di tutto, il SIM avrebbe senz’altro messo a disposizione il provvidenziale mezzo di comunicazione con tanta previdenza organizzato»[11].

A Lisbona erano presenti, oltre agli uomini del SIM, il cui capo centro era il Capitano Timperi, anche agenti del SIS della Regia Marina, con una rete che più volte si rivelò efficiente e ben rodata. Capo centro del SIS a Lisbona era il capitano di corvetta Aldo Marino Cippico, che aveva la sua sede, più o meno segreta, nel luogo in cui era stato allocato l’addetto navale italiano, il capitano di vascello Umberto Cugia di Sant’Orsola. In quei giorni concitati, quasi contemporaneamente all’invio del Generale Castellano, prese contatto con gli alleati anche il capitano di vascello Mario Vespa, incaricato di sondare le intenzioni degli anglo-americani circa le future sorti che sarebbero state riservate alla flotta italiana.

Del ‘caos’ delle missioni presenti a Lisbona, tra inviati del Governo, agenti del SIM e del SIS, ne ha parlato in maniera esaustiva Carlo De Risio. L’autore sostiene che la segretezza imposta nei colloqui con gli Alleati, soprattutto tra gli inviati all’oscuro di altre missioni esplorative, «compromise una più lineare e politicamente redditizia missione del generale Castellano»[12]. Il silenzio di quest’ultimo costrinse il maresciallo Pietro Badoglio a inviare il generale Giacomo Zanussi, tanto che «Castellano conobbe il testo dell’armistizio corto; Zanussi quello dell’armistizio lungo, ma l’uno ignorò, fino alla firma dell’armistizio, i termini della missione dell’altro»[13].

Tutta questa confusione si sarebbe, forse, potuta evitare se l’agente del SIM, il maresciallo D’Argenti, fosse stato messo nella condizione di poter comunicare con Roma, proprio grazie al cifrario ermetico di cui era stato dotato dal generale Cesare Amé in precedenza. Ancora una volta il SIM era inascoltato, messo all’oscuro e da parte. Di lì a poco, il generale Giuseppe Castellano avrebbe firmato il 3 settembre 1943 a Cassibile, alle porte di Siracusa, l’armistizio che avrebbe posto fine alla belligeranza tra l’Italia e le potenze alleate. Il documento venne reso noto da Dwight Eisenhower cinque giorni dopo – il 5 settembre – alle 18.30 dalla stazione radio di Algeri e, poco dopo, dallo stesso maresciallo Pietro Badoglio dai microfoni dell’EIAR.

La fine della guerra e l’eredità del SIM

Terminata la guerra, cosa restò del Servizio Informazioni Militare, dei suoi uomini e del generale Cesare Amé? Soprattutto l’aver creato, nella storia d’Italia, una prima intelligence radicata e strutturata che si prefiggeva compiti e scopi precisi.

Spesso accusati ingiustamente di non aver raccolto quante più informazioni possibili sull’attività del nemico e di aver così reso possibili le pesanti sconfitte italiane, gli uomini del SIM quasi mai si videro conferite onorificenze e ringraziamenti per le vittorie sul campo che pure erano loro riconducibili.

Parafrasando il titolo del libro sui servizi segreti italiani di Andrea Vento, gli uomini di Amé, soffrirono e gioirono in silenzio delle sconfitte e delle vittorie, dietro le quinte della macchina da presa della politica, delle sciabole lucenti dei generali e delle parate roboanti sui Fori Imperiali.

 

[1]C. AMÉ, Guerra segreta in Italia. 1940-1943, Edizioni Bietti, Milano, 2011

[2]Amé, Guerra segreta in Italia. 1940-1943, cit.

[3]Amé, Guerra segreta in Italia. 1940-1943, cit.

[4]M. BRAGADIN, Lo spionaggio nella Seconda Guerra Mondiale, in «Storia Illustrata», n. 144, 1969, p. 28.

[5]Amé, Guerra segreta in Italia. 1940-1943, cit.

[6]BRAGADIN, Lo spionaggio nella Seconda Guerra Mondiale, in «Storia Illustrata», n. 144, 1969, p. 37

[7]C. DE RISIO, Come il SIM sottrasse il cifrario americano, in «Informazioni della Difesa», n. 1, 2011.

[8] Un’azione similare a quella della Sezione P di Manfredi Talamo fu compiuta dagli uomini del SIS della Regia Marina che, su ordine del capo del servizio, Ammiraglio Alberto Lais, impiegarono uomini dell’Arma dei Carabinieri, guidati dal Tenente Giuseppe Scordino, penetrando nei locali dell’Ambasciata francese a Roma, sita al piano terra di Palazzo Farnese. A partire dalla fine del 1937, pertanto, e fino alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, le casseforti dell’attaché militare furono sistematicamente aperte e riprodotti i documenti segreti custoditi al loro interno, tra cui cifrari, documenti e rapporti informativi. L’intera operazione, denominata Rigoletto, nome in codice con cui al SIS indicavano proprio l’addetto militare francese, il Capitano di Vascello De La Fond, fu resa possibile anche grazie alla collaborazione del portiere dell’Ambasciata francese, un certo Boccabella, e alla cameriera dell’attaché, la signoria Corbaz.

[9]Amé, Guerra segreta in Italia. 1940-1943, cit.

[10]A. VENTO, In silenzio gioite e soffrite, Il Saggiatore, Milano, 2014

[11]Amé, Guerra segreta in Italia. 1940-1943, cit.

[12]C. DE RISIO, Tutti gli uomini del SIM, in «Storia Illustrata», n. 271, 1980, p. 32

[13]DE RISIO, Tutti gli uomini del SIM, cit.

 

Bibliografia essenziale

C. Amé, Guerra segreta in Italia 1940-1943, Edizioni Bietti, Milano, 2010, pp. 106-107

M. Bragadin, Lo spionaggio nella Seconda Guerra Mondiale, in «Storia Illustrata», n. 144, novembre 1969

G. De Antonellis, I sabotaggi che il fascismo non svelò, in «Storia Illustrata», n. 225, agosto 1976

C. De Risio, Tutti gli uomini del SIM, in«Storia Illustrata», n. 271, giugno 1980

C. De Risio, Come il SIM sottrasse il cifrario americano, in «Informazioni della Difesa», n. 1/2011

M. Franzinelli, Guerra di spie. I servizi segreti fascisti, nazisti e alleati, Mondadori, Milano 2015

G. Rugardi, Storie di chi si è dato coraggio. Le Medaglie d’Oro al Valor Militare dell’intelligence, ed. Ministero della Difesa, Roma 2008

Stato Maggiore della Difesa, SIFAR, Il Servizio Informazioni Militare italiano dalla sua costituzione alla fine della seconda guerra mondiale, Roma 1957

A. Vento, In silenzio gioite e soffrite. Storia dei servizi segreti italiani dal Risorgimento alla Guerra Fredda, Il Saggiatore, Milano 2014

 

L’autore

Gabriele Bagnoli, militare volontario nella Marina Militare, è laureato in Studi Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche ‘Cesare Alfieri’ presso l’Università di Firenze. La sua tesi in storia militare ha analizzato il contributo offerto dalla Guardia di Finanza nel corso del secondo conflitto mondiale.

Categoria: Storie di spie

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