Agenti segreti. I maestri della spy story inglese

22 ottobre 2015

Agenti segreti. Maestri della spy story inglese

di Paolo Bertinetti

Qualche settimana prima della cerimonia nel corso della quale nel 1998 la Facoltà di Lingue dell’Università di Torino conferì la laurea honoris causa a Salman Rushdie, che viveva in clandestinità a causa della sua condanna a morte proclamata dall’ayatollah Khomeini, incontrai in uno storico caffè torinese un funzionario di Scotland Yard per ragionare, insieme a un funzionario della Digos, sulle eventuali misure di sicurezza da adottare. Alla fine dell’incontro, davanti a una bella tazza di tè, l’uomo di Scotland Yard mi disse: «Non le sembra che John le Carré sia uno scrittore ben più bravo di Rushdie?». Risposi che erano entrambi due grandissimi romanzieri. Dissi così non per diplomazia, ma per convinzione. Davvero consideravo le Carré un grande scrittore. All’epoca ben pochi esperti di lettere inglesi e quasi nessun collega universitario italiano mi avrebbe dato ragione. Le Carré era un autore di libri di spionaggio. Bravo nel suo genere, ma non un grande romanziere.

Due anni fa, in occasione della pubblicazione dell’ultimo (per il momento) libro di le Carré, Una verità delicata, uno dei più autorevoli protagonisti della scena letteraria inglese, Ian McEwan, dichiarò che le Carré è il più importante romanziere inglese degli ultimi cinquant’anni. È ora di smetterla, precisò, di considerarlo come uno scrittore ‘di genere’ e di apprezzarne invece le straordinarie qualità di narratore che lo pongono al vertice della produzione letteraria contemporanea.

I racconti di spionaggio. Più di un ‘genere’

Il ‘genere’ libro di spionaggio, per la verità, merita una considerazione ben maggiore (proprio sul piano del valore artistico) di quanto non gli venga accordata. All’interno del genere c’è naturalmente un’ ampia quantità di libretti e libroni di semplice intrattenimento (questo però è anche vero di una quantità altrettanto ampia di romanzi che vanno per la maggiore); ma ci sono autori e singoli testi di indiscutibile valore.

Questo ho cercato di evidenziare nel mio volumetto Agenti segreti. I maestri della spy story inglese, che passa rapidamente in rassegna lo sviluppo del genere spionistico. Il libro parte dai primi autori di fine Ottocento, come Le Queux e Oppenheim, di enorme successo e di modestissimo valore; ma proprio agli inizi, nell’anno 1900, usciva Kim di Kipling, che, pur non essendo una spy story, per buona parte racconta una storia di spionaggio – e la stessa maturazione di Kim è dovuta in buona parte alla sua esperienza di agente segreto.

Agenti segreti. I maestri della spy story inglese prosegue poi con la presentazione degli autori che nei primi decenni del Novecento consolidarono il successo e le caratteristiche del genere: a partire da Erskine Childers per proseguire con John Buchan e Valentine Williams. Ma tra loro di nuovo si inserisce un grande capolavoro di un grande autore, L’agente segreto di Conrad, che, tra le altre cose, è molto importante perché nel libro il ‘mestiere’ di spia diventa, per l’appunto, un mestiere. L’agente segreto degli autori prima citati era invece un gentiluomo, un personaggio da belle époque (anche quando la belle époque era del tutto tramontata), un uomo elegante, raffinato, fascinoso (nonché salvatore della Patria).

Scrittori e spie

Nessuno di questi autori aveva fatto parte dei Servizi Segreti: al massimo avevano avuto qualche contatto, più o meno superficiale, con qualche persona dell’apparato di intelligence. Non è un caso che quando a scrivere un libro di spionaggio in senso stretto fu invece un autore, William Somerset Maugham, che era stato un agente segreto, il ritratto offerto dei Servizi e dei suoi uomini fosse del tutto diverso. Ashenden, questo il titolo del libro di Maugham, propone infatti un agente segreto che possiamo definire come un antieroe, il cui lavoro «era indubbiamente necessario e tuttavia non poteva dirsi altro che monotono».

Agenti segreti illustra poi l’opera degli autori che si muovono lungo la linea tracciata da Mugham: Eric Ambler e Graham Greene (che agente segreto lo era stato per qualche anno durante la guerra, ma che ancora 25 anni dopo era presente negli elenchi dei Servizi inglesi con la qualifica di ‘informatore’).

Greene è uno dei maggiori romanzieri inglesi del Novecento. E alcune delle sue opere maggiori sono libri di spionaggio: particolare attenzione ho dedicato all’irridente Il nostro agente all’Avana e al drammatico Il fattore umano, un capolavoro, quest’ultimo, di valore assoluto.

John Le Carré e i suoi ritratti (d’autore) dell’intelligence contemporanea

Di altri autori e di altre spy stories parla il libro, da Follett a Forsyth, da Deighton a Fleming. L’ultimo capitolo è però dedicato a le Carré, l’autore di alcuni dei più affascinanti libri di spionaggio degli ultimi sessant’anni, a partire da Chiamata per il morto, il suo primo lavoro, sino a quello più recente, Una verità delicata, passando attraverso thriller memorabili come La spia che venne dal freddo e La talpa.

La Guerra fredda costituì per quasi trent’anni il contesto dei suoi romanzi. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’URSS molti pensarono che le Carré non avrebbe più saputo che cosa e di che cosa scrivere. Non è stato così. La sua attenzione si è concentrata sull’Occidente e sulle sue malefatte: quelle dei colossi farmaceutici, delle banche truffaldine, della multinazionali più ‘spregiudicate’ (che magari coltivano, come nel Nostro traditore tipo, segreti legami con la mafia russa).

Nei suoi lavori le Carré ha saputo fornirci un formidabile ritratto del mondo contemporaneo, dipingendolo con i colori di un’indignazione morale che è stata definita dickensiana. Agenti segreti si chiude con l’elenco di trenta libri di spionaggio che non dovrebbero mancare nella nostra biblioteca. Sette di essi, quasi un quarto del totale, sono di le Carré. Forse potrebbero essere persino di più. Perché non ho dubbi, infatti, che, come diceva McEwan, l’ex-agente segreto le Carré sia uno dei maggiori romanzieri inglesi del nostro tempo.

 

L’autore

Paolo Bertinetti, professore di Letteratura inglese all’Università di Torino, si è occupato soprattutto del teatro inglese (dell’età elisabettiana, della Restaurazione e del Novecento), della narrativa di Graham Greene e dell’opera di Beckett (tutto il teatro, Einaudi 1994, e tutte le prose brevi, Einaudi 2010). Di recente ha pubblicato, per Einaudi English Literature. A Short History (2010) e  Il teatro inglese. Storia e capolavori (2013).
Per il nostro sito ha scritto anche Le Carré-Smiley: amore e odio ai tempi delle spie.

Categoria: Storie di spie

Su