Agente 007 tra finzione e realtà

18 dicembre 2015

Dusko-Popov-Agent-Tricycle

di Gabriele Proto

Tutti sanno che la saga cinematografica dedicata all’agente 007 è ispirata ai romanzi di Ian Fleming, giornalista che partecipò attivamente ai servizi di Intelligence inglese durante la seconda guerra mondiale. Non tutti sanno, però, che il suo personaggio, James Bond, sarebbe ispirato a un agente segreto, realmente esistito, di nome Duško Popov, in attività durante la seconda guerra mondiale.

Fleming lo conobbe a Lisbona ed ebbe anche modo di seguirlo negli spostamenti. Duško Popov era un agente doppio. Lavorava ufficialmente per l’Abwehr, la struttura di spionaggio messa in piedi dai tedeschi, ma in realtà forniva informazioni e lavorava in segreto per l’M16, l’agenzia di spionaggio inglese.

Nel 1974 Popov pubblicò le sue memorie in un libro intitolato Spia contro spia. Il titolo richiama l’obiettivo del controspionaggio: combattere gli agenti nemici non solo scoprendoli o arrestandoli – perché gli agenti scoperti normalmente vengono sempre rimpiazzati – ma attraverso l’attività di agenti doppiogiochisti. La regola, in questi casi, è che se si vuol davvero distruggere una squadra, il modo migliore è entrarne a far parte. In quegli anni era opinione condivisa in quegli ambienti che per vincere la seconda guerra mondiale fosse necessario vincere la battaglia dello spionaggio.

La lettura del libro di Popov ci introduce a quelle che erano le tecniche utilizzate dagli allora servizi d’intelligence. Nulla di confrontabile ovviamente con le attuali metodologie. Tuttavia anch’esse erano caratterizzate dallo stesso spirito di riservatezza e circospezione.

Inchiostro simpatico, microfoni per intercettazioni (lui stesso scoprì di esserne stato vittima), codici e stratagemmi da impiegare per le comunicazioni, parole d’ordine e risposte da dare per il riconoscimento, cambi di residenza continui, macchine fotografiche – i tedeschi ne avevano messo a punto una, chiamata Mikropunkt, che consentiva di ridurre un’intera pagina in una pellicola dalle dimensioni di un puntino – ma anche semplici capelli apposti come sigilli per verificare l’apertura incontrollata di valigie.

‘Tecnologie’ non sempre semplici da utilizzare. Popov racconta, per esempio, di fotografie con donne in primo piano, per nascondere il vero obiettivo che la foto doveva immortalare. I codici per il riconoscimento dovevano cambiare continuamente. Gli spostamenti non dovevano dare nell’occhio e avvenire in solitudine.

Ma anche la memoria gioca un ruolo chiave nella vita di un agente segreto soprattutto se doppiogiochista. Interi documenti, comprese le virgole, venivano memorizzati, con il rischio che dopo qualche settimana potessero cadere nell’oblio. La memorizzazione aveva anche un’altra faccia della medaglia. I maggiori pericoli si correvano durante gli interrogatori subiti, nei quali ogni parola veniva passata al vaglio. Popov racconta di essere stato sottoposto per quattro giorni consecutivi a un interrogatorio di terzo grado, e il rischio di cadere in contraddizione per un doppiogiochista era elevato così come la possibilità di fornire informazioni quando posto sotto pressione.

Possedendo una notevole memoria fotografica, per non caderne vittima in caso d’interrogatorio, Popov evitava di perlustrare totalmente una postazione in cui i tedeschi lo inviavano in missione. Si fermava, dunque, prima dell’ultimo gradino per non avere la visione totale della zona perlustrata, così da non memorizzare dettagli importanti delle postazioni inglesi che avrebbe potuto fornire ai tedeschi se sottoposto a un interrogatorio. Si accordava, quindi, con gli esperti inglesi su ciò che avrebbe potuto verosimilmente relazionare. Popov racconta che una volta, per evitare di fissare nel ricordo parti importanti di una falsa base aerea costruita ad arte dagli inglesi, si fosse chiuso in un bar nei paraggi, una volta giunto in prossimità della zona. Tutte le storie raccontate negli interrogatori dovevano poi essere ripassate il giorno dopo per poterle tenere bene a mente e non cadere, a distanza di tempo, in contraddizione.

Popov racconta che durante gli interrogatori si ricorreva anche al siero della verità, il tiopental sodico con azione ipnotica che, una volta iniettato in vena, annientava la volontà della persona. Egli stesso si auto sottopose alla somministrazione del tiopental per misurarne gli effetti e dimostrò di avere una certa dose di autocontrollo. Gli interrogatori furono molto istruttivi. Popov ne imparò le tecniche e gli obiettivi per poi sfruttarli a sua volta. Dalle domande si poteva anche capire l’importanza che avevano le informazioni richieste. In queste circostanze Popov imparò la ‘tecnica dell’elefante bianco’, ossia come sottrarsi a domande imbarazzanti introducendo dal nulla un argomento di ingigantita importanza, appunto l’elefante bianco, tale da distogliere l’attenzione da ciò che non si vuol rivelare.

In questi colloqui venivano anche introdotti piani civetta che avevano il compito di distogliere l’attenzione dai reali obiettivi, come fa la civetta che nella caccia ai piccoli volatili attira la preda occhieggiando e sbattendo le ali, catturandone così l’attenzione. Oppure come avviene nella caccia alla lepre quando si lanciano dei segnali per ingannare la preda.

La vita di un agente segreto

Popov nacque nel 1912 e crebbe nella cosmopolita città di Dubrovnik in Jugoslavia in una famiglia benestante. Si laureò in giurisprudenza a Friburgo, in Germania. Conosceva l’inglese e il francese ed essendo un legale, aveva frequenti contatti con uomini d’affari inglesi. Appartenendo ad una famiglia abbiente con parentele influenti, si occupava anche di consulenze finanziarie e commerciali per le banche e il mondo finanziario jugoslavo. Tutto questo gli permise di avere molte relazioni interpersonali dalle quali acquisire le necessarie informazioni.

La seconda guerra mondiale era iniziata da qualche mese, la Germania non aveva ancora attaccato la Francia e l’Italia non era ancora entrata in guerra, quando un suo amico dell’Università di Friburgo, agli inizi del 1940, gli propose di entrare a far parte dell’Abwehr. Popov accettò ma subito dopo contattò gli inglesi. Erano ancora vive in lui le memorie dell’interrogatorio cui la Gestapo lo aveva sottoposto per giorni dopo essere stato segnalato per atteggiamenti poco ortodossi. Tra le sue goliardate c’era anche l’aver commentato, dopo una sfilata femminile nazista, che le ragazze avrebbero poi puzzato. Aveva due nomi in codice: Ivan per i tedeschi e Tricycle per gli inglesi. Un nome quest’ultimo, che può essere definito “descrittivo”, perché era a capo di una squadra di due agenti, di cui uno era donna.

Popov era un uomo di talento che amava il rischio, le sfide d’intelligenza e il pericolo. Non era un moralista ma un uomo senza scrupoli, anche se a suo modo onesto. Non giudicava gli altri quando nelle loro scelte era in gioco la loro pelle. Lungimirante e intelligente, più che dalle analisi dei fatti si faceva guidare dalle sue intuizioni e dal suo istinto di conservazione.

Era entrato nei servizi segreti a meno di trent’anni, più che altro per ambizione e spirito di avventura. Una volta coinvolto, però, trovò nuove e più stimolanti ragioni per restare all’interno della guerra di spionaggio. Non si fece scrupolo di scendere a patti con la menzogna o l’inganno, ad agire contro la legge e ad uccidere. Un uomo, quindi, che nel gioco era disposto a tutto. In quanto agente doppio era però più vulnerabile, bisognoso perciò di maggiore protezione e di coraggio dovendosi infiltrare e rischiare la testa nelle fauci del leone.

Questo aumentava la dipendenza da chi lo manovrava e la fragilità della propria esistenza. La protezione richiede assertività e obbedienza agli ordini, era questa una qualità che Popov dovette imparare in fretta e con difficoltà perché molto spesso, infatti, gli agenti non sono a conoscenza del disegno globale delle loro missioni. Nonostante fosse padrone delle proprie emozioni, Popov accusò i sintomi di una malattia professionale: il delirium tremens. Lui stesso racconta che mentre assisteva a un cinegiornale, alla visione delle forze armate tedesche, prese istantaneamente coscienza della reale potenza dell’entità cui si stava contrapponendo e questo gli provocò un trauma i cui postumi di ansia si portò dietro per tutta la vita. La sensazione del pericolo, in alcuni periodi, lo costringeva a ingerire pillole per dormire e benzedrina quando bisognava restare vigili.

Con le donne aveva un rapporto libero: aveva fama di essere un vero playboy. Sapeva riservarsi spazi per le donne, ma spesso le utilizzava come copertura, come avvenne con l’attrice francese Simone Simon, la quale, una volta diventata sua intima, a un certo punto cominciò a sospettare di lui. Queste evasioni però ridussero le sue finanze fino a indebitarlo. Viveva nel lusso e quello dei soldi può essere un problema serio soprattutto per un agente segreto che lavora in territorio nemico, mettendo a repentaglio la sua vita. Lo stesso valeva per gli agenti che viaggiavano con troppi soldi in tasca. Dalla registrazione dei numeri di serie delle banconote, già allora, si potevano estrapolare informazioni importanti sulla provenienza del denaro e dell’agente.

Nell’attività di spionaggio un piccolo errore può costare caro. Capitò anche a lui quando, a causa di una semplice associazione mentale, fornì ai tedeschi il nome sbagliato di un impresario di copertura che doveva favorire un giro di soldi. Confuse Glass, che in inglese significa vetro, con Sand che significa sabbia, che è invece un componente del vetro. Per evitare di far scoprire il bluff dovette intimare all’impresario di cambiare le targhette sulle porte e di presentarsi al telefono come signor Sand.

Non solo la memoria ma anche la fiducia nelle altre persone può giocare un brutto tiro. Quando, agli inizi della sua carriera, Popov decise di farsi accompagnare nei suoi spostamenti dal maggiordomo di famiglia, che gli faceva da autista, non si accorse che lo stesso era stato ingaggiato dai tedeschi perché li relazionasse circa tutti i suoi appuntamenti e spostamenti. Un agente suo amico gli aprì gli occhi e lo mise al corrente della verità. A quel punto Popov ingaggiò due sicari e organizzò l’assassinio dell’autista, facendolo apparire come un incidente.

Aveva un concetto ambiguo di amicizia. Si sentiva dalla stessa parte dei suoi colleghi, ma non rivelava mai tutto di sé. Non era contrario al tradimento pur di raggiungere l’obiettivo. Esuberante e mai troppo serio, evitava però anche compagnie troppo posate, atteggiamenti, questi, che attirarono le critiche dell’allora capo del servizio segreto inglese.

Il coinvolgimento degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale

Nel dicembre del 1941 gli Stati Uniti, dopo l’attacco a Pearl Harbor, entrano in guerra contro le potenze dell’asse. Data la sua apprezzata efficienza, ad agosto Popov era stato inviato negli Stati Uniti per creare una rete di spie per conto dell’Abwehr, in quanto quella esistente facente capo ad un’associazione americana filonazista era sotto stretto controllo dell’FBI.

Ma l’obiettivo era anche tener fuori l’America dal conflitto. Il ruolo richiestogli dagli inglesi era, invece, quello di non far pervenire notizie della partenza delle navi mercantili che approvvigionavano l’Inghilterra, facile preda dei sottomarini U-Boot durante la battaglia dell’atlantico.

Popov continuò a utilizzare la copertura di uomo d’affari anche negli Stati Uniti. La sua ambizione lo portò a viaggiare per tutto il nuovo continente ancora una volta in compagnia di una bellissima modella, Terry Brown, con la quale diceva di essere sposato. Stavolta però stava per essere tradito dalla sua condotta libertina. Agenti dell’FBI, dai quali era seguito, lo stavano arrestando su una spiaggia di Miami per trasgressione del Mann Act, una legge in vigore dal 1910 che vietava atti immorali, anche se consenzienti, al di fuori della famiglia. Fu costretto, quindi, a lasciare la ragazza immediatamente.

Ma i rapporti con i servizi segreti degli Stati Uniti furono pessimi e pieni di sospetti reciproci per motivi ben più profondi. Hoover, il direttore dell’FBI non era stato informato della doppia missione di Popov e lo credeva amico dei tedeschi. Popov racconta di averli avvisati dell’imminente attacco giapponese a Pearl Harbor ma di non essere stato ascoltato. Eppure aveva ricevuto informazioni a riguardo, confermate anche da una visita l’anno precedente di esperti giapponesi a Taranto, dopo il bombardamento del porto da parte degli alleati. I giapponesi, evidentemente, vi erano giunti per fare un sopralluogo e valutare le conseguenze che si subiscono dopo un attacco aereo a una base navale.

Il dopoguerra

Quando la guerra finisce nel maggio del ‘45 la Germania divenne territorio senza controllo dove ormai schegge impazzite attuavano delitti e ritorsioni. Popov, quindi, cerca notizie dell’amico che lo aveva iniziato ai servizi segreti. Già ai tempi dell’Università lo aveva aiutato ad uscire dal controllo che la Gestapo aveva sulle sue goliardate e durante la guerra si era preso cura dei genitori di Popov e di suo fratello Ivo, anch’esso in contatto con i servizi segreti inglesi. Quando scopre che è stato assassinato dai servizi segreti interni tedeschi, l’SD, perché sapeva troppo, preso dalla sete di vendetta si mise alla ricerca dell’assassino per tutta la Germania: alla sua vista Popov fu preso da un impeto di rabbia e violenza ma né ai lettori né al figlio più tardi ha mai confessato quel delitto…

Dubrovnik, Friburgo, Berlino, Roma, Londra, Lisbona e poi ancora New York sono solo alcune delle tappe del lungo girovagare di Popov, incrociando soprattutto altre spie. Frequentò in particolare Estoril, una località marittima vicino Lisbona nota per il Casino Royale, che durante la seconda guerra mondiale divenne crocevia di spie, in quanto il Portogallo era un paese neutrale. Casino Royale è proprio il titolo di uno dei racconti di Fleming e di un episodio della serie cinematografica di 007.

Tuttavia è lo stesso Popov a informarci che la vita di un agente segreto può assomigliare anche a quella di un burocrate: attese lunghissime e infrequenti azioni, relazioni da preparare in cui vi appaiono sempre le stesse informazioni, le stesse domande e le stesse risposte cui dedicare anche giornate intere. Routine, insomma, che può diventare insopportabile. Inoltre può essere deprimente per un agente segreto non conoscere i risultati o l’effettivo valore delle informazioni fornite.

La fine della guerra. L’agente Popov ritorna ‘civile’

Finita la guerra, Popov ottenne la cittadinanza britannica e nel 1947 ricevette la medaglia dell’Ordine dell’Impero Britannico per aver fornito informazioni utili circa l’attacco alla Francia e sull’insufficienza di truppe da parte della Germania per invadere l’Inghilterra.

Nella sua vita civile gestì affari commerciali proponendosi come finanziatore internazionale, un’attività che svolse, non senza un alone di mistero, in tutto il mondo fino al Sudafrica.

Si sposò, per la seconda volta, con Jill, una bionda svedese di trent’anni più giovane che sembrava uscita dai provini per le Bond girl, ed ebbe tre figli.

I panni di spia non si smettono neanche in pensione. E Popov lascia intendere di averli reindossati più di una volta nel dopoguerra. Morì nel 1981 vicino Cannes, in Costa Azzurra. Tra le sue foto molte lo ritraggono in compagnia di donne.

 

Riferimenti

Molti dei fatti raccontati da Popov sono stati confermati dal testo di John Cecil Masterman The Double-Cross System, pubblicato nel 1973 in italiano dalla Rizzoli col titolo Il doppio gioco della spia in cui sono state descritte anche le attività svolte da Popov.

Nel 2005 il giornalista inglese Russell Miller pubblica Codename Tricycle: The true story of the Second World War’s most extraordinary double agent, la vera storia di Duško Popov raccontata alla luce di nuovi documenti reperiti presso gli archivi di Londra e Washington.

Da 2011 una pagina Facebook tiene viva la memoria di Popov pubblicando molte foto anche private <https://www.facebook.com/DusanPopov.JamesBond/timeline>.

La RAI nel 2012 gli ha dedicato una puntata del programma La storia siamo noi <http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-61934202-5aed-4ba1-a8c4-5930af073544.html> .

La casa cinematografica Double-O ha annunciato per il 2015 la prossima uscita del film Every medal is two sided sulla vita di questo agente segreto doppio. L’annuncio e il trailer sono già disponibili online <https://www.facebook.com/007inspiration?fref=ts>.

 

L’autore

Gabriele Proto, laureato con lode in Ingegneria meccanica e in Filosofia, lavora come analista di processi industriali e si occupa di produzione presso la multinazionale americana Owens-Illinois. Per la sua crescita professionale nell’elaborazione di modelli statistici predittivi ha approfondito metodologie d’intelligence e biografie di famosi personaggi storici. Da questo percorso nasce la sua passione per la narrativa di spionaggio.

Categoria: Storie di spie

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