Il furto del Rapporto Pacatte

14 agosto 2013

di Maria Gabriella Pasqualini
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La storia delle operazioni di intelligence è piena di episodi gravi di disattenzione, alcuni con tragici epiloghi. Raccontiamo una pagina poco conosciuta della storia dell’OSS, l’agenzia americana di spionaggio che operò anche in Europa durante il secondo conflitto mondiale, contro il nazifascismo. Una storia che non ebbe per miracolo conseguenze tragiche, ma che non muta il valore del lavoro effettuato dagli anglo-americani nella liberazione dell’Europa.

Il 9 gennaio 1945, alle ore 10 nella Sede Centrale dell’OSS a Parigi, al n. 79 degli eleganti Champs Elysées, si riunì una commissione militare d’inchiesta composta da tre ufficiali anglo-americani, due maggiori e un capitano, che dovevano indagare e fissare le responsabilità per la perdita di un importante documento governativo, il Rapporto Pacatte, nel quale erano state illustrate le attività dell’OSS in Italia, dal novembre 1942 all’aprile 1944.

Perché gli Uffici dell’OSS andarono in tilt? Perché William Donovan, che dirigeva l’OSS, aveva impartito l’ordine di istituire una commissione d’inchiesta pochi giorni dopo la scomparsa del documento? Quali elementi “sensibili” conteneva il Rapporto? Era “solamente” una sintesi del lavoro fatto in Italia dalla Quinta Armata, in particolare dallo Special Detachment – G-2 (Intelligence) o forse dava indicazioni molto più dettagliate su progetti e persone? Sì, vi erano sufficienti elementi per mettere in pericolo l’azione dell’OSS in Italia e in Europa e la vita di alcuni agenti. Quali e quanti erano i punti salienti che si temeva potessero venire in mano del nemico?

In effetti, erano stati dati i nomi di ufficiali OSS in servizio oltremare anche se di alcuni solo gli “alias”. Vi erano anche i nomi di numerosi collaboratori italiani dell’OSS e la loro collocazione territoriale, i nomi di quegli agenti OSS che avrebbero dovuto essere impegnati in azioni successive. Tra di essi vi era anche il “civile” Peter Tompkins, noto a molti lettori italiani per i suoi numerosi volumi di memorie sull’intelligence a Roma dal settembre-ottobre 1943. Era stata svelata anche la circostanza che, presso l’Ufficio OSS situato a Caserta dopo lo sbarco in Sicilia, era conservato l’elenco completo degli agenti con fotografie e altri dettagli interessanti per il nemico. Nel Rapporto vi erano allegati anche alcuni organigrammi dell’organizzazione OSS in Europa.

Non era tutto. Nel prezioso documento si accennava alla compromissione della Santa Sede nella Resistenza romana, confermando che alcuni messaggi OSS ai patrioti e alle “bande” erano stati ricevuti attraverso una radio vaticana tramite un operatore “corrotto”, favorevole agli alleati. Altra notizia ghiotta per il nemico: l’Ufficio inglese per i prigionieri di guerra controllava una speciale tipografia, della quale era indicato anche il recapito, per la produzione di documenti falsi, inclusi i buoni per le razioni alimentari. Erano altresì indicate con precisione le basi dell’inglese SOE lungo l’Adriatico. Era specificato che gli inglesi ottenevano informazioni da un certo “Signor Quarone”, (cioè Pietro Quaroni, in quel momento ambasciatore italiano a Mosca, ma già ministro plenipotenziario in Afghanistan e probabile responsabile dell’intelligence italiana a Kabul fino al maggio 1944). Veniva rivelato il modo usato per introdurre radio clandestine in territorio occupato dai nazi fascisti: venivano nascoste in carri che trasportavano concimi animali al riparo da ogni possibile controllo per evidenti motivi.

Chi era André L. Pacatte? Un importante membro operativo dell’OSS in Europa, brillante ufficiale francese originario della Corsica dove aveva vissuto a lungo e che conosceva bene, integrato nel Secret IntelligenceItalian Section, inviato sul teatro operativo europeo alla fine del 1942, per un progetto d’invasione di quella isola, che non fu poi attuato. Aveva viaggiato costantemente fra Tunisi, Biserta e Algeri, partecipando allo sbarco alleato in Sicilia e rimanendo poi sul suolo italiano con vari impegnativi e rischiosi compiti. Nel settembre del 1944, rientrato a Washington, era stato nuovamente inviato in Europa per un’altra missione. Nel suo viaggio aveva portato con sé alcuni documenti tra i quali il suo Rapporto, che voleva aggiornare con ulteriori dettagli sulle operazioni ma questo scomparve a Parigi.

In realtà, arrivato alla Centrale OSS in Lussemburgo e dovendosi recare al fronte a Nancy, il bravo ufficiale aveva messo doverosamente in salvo il documento nella cassaforte di un collega, Stacey Lloyd. Rientrato, non aveva trovato Lloyd né qualcuno che potesse accedere alla cassaforte ed era ripartito per gli States con la richiesta di averlo indietro il più presto possibile.

E questo fu il problema. Lloyd e il suo giovane collaboratore, il sottotenente Yerkes, inviati in missione a Parigi, pensando di agevolare il rientro del documento a Washington, decisero di portarlo con loro nel viaggio.

Lloyd e Yerkes arrivarono nella capitale francese il 10 novembre alle sette di sera: non solo il Rapporto ma anche altri documenti amministrativi, insieme agli effetti personali di Yerkes, furono custoditi nella val-pak (una speciale valigia pieghevole usata dagli ufficiali per viaggiare con gli aerei militari), stivata nel retro della jeep che era stata messa a loro disposizione. Si era fatto tardi e i due ufficiali, prima di ritirarsi nei loro alloggi, si avviarono verso il ristorante-mensa dell’OSS, il Doucet al n. 4 di Rue Marboeuf, per la cena.

Parigi val bene una cena… così lasciarono il mezzo di fronte al locale, chiedendo a un sergente che custodiva un’altra jeep lì parcheggiata, di dare un’occhiata alla loro, mentre all’interno del locale trovavano il modo di assicurarne il controllo durante la loro assenza. Il gestore della mensa presentò un civile francese, Edouard Legrand che arrivò in divisa, anche se era solo un impiegato civile dell’OSS. I due ufficiali, sentendosi rassicurati, diedero le istruzioni per la sorveglianza del veicolo e gustarono la loro cena, ma alla fine vi fu l’amaro non propriamente digestivo: all’uscita dovettero constatare che dalla jeep proprio quella val-pack era scomparsa, insieme a colui che doveva custodire il veicolo, mentre nulla era stato toccato degli altri effetti personali lasciati incustoditi. Ne seguì un comprensibile momento di panico.

L’autista di un’altra jeep parcheggiata nei pressi fu interrogato. Costui sostenne di non aver notato persone che avessero preso qualcosa dal veicolo di Lloyd, ma di aver visto il francese incaricato della custodia avviarsi lentamente verso un caffè vicino, insieme a suoi amici che lo avevano raggiunto.

Nonostante affannose ricerche, il civile non fu ritrovato e nemmeno la valigia. Fu chiara quasi subito la gravità della questione. Ancora prima della istituzione della commissione d’inchiesta, il 2677  Headquarters Regiment, reparto operativo presso l’Allied Forces Headquarters, aveva analizzato i pericoli insiti nelle pagine del Rapporto, una volta caduto in mani nemiche.

In cosa consisteva esattamente il documento? Era suddiviso in nove capitoletti che trattavano 1) la fase Nord africana; 2) la progettazione dell’invasione in Sicilia; 3) l’invasione; 4) la fase successiva all’invasione; 5) gli agenti; 6) l’organizzazione; 7) il personale operativo; 8) i collegamenti e 9) alcune considerazioni di Pacatte sul lavoro svolto e sulle prospettive future. Il Rapporto, articolato in 28 nutrite cartelle, apriva altresì un interessante dettagliato spaccato sull’attività di un membro operativo dell’OSS nel periodo complesso dello sbarco in Italia e della liberazione dell’Italia del Sud, dando eventualmente al nemico l’idea corretta di un modus operandi.

L’ufficiale responsabile della Sicurezza del Teatro Mediterraneo, il colonnello Parry Jr. fu molto deciso nel rappresentare tutti i pericoli che la negligenza di Pacatte poteva comportare per una serie di agenti operativi, sicché chiese una punizione esemplare – la corte marziale – per l’ufficiale di ordine francese e per chiunque fosse stato coinvolto nella perdita del documento. Altri uffici interrogati al riguardo si scambiarono rapidamente pareri sulla situazione che sembrava a tutti essere di una gravità senza pari, ritenendo che potesse disarticolare l’intera organizzazione in Italia e nel teatro nordafricano. Il nervosismo che correva in quei giorni era ampiamente giustificato. La richiesta di corte marziale fu confermata da tutti.

Il documento era sparito il 10 novembre. Washington aveva avuto notizia del furto solamente dieci giorni dopo perché a Parigi gli uffici competenti, in un primo tempo, non avevano voluto “allarmare” la Direzione dell’OSS. Resisi conto della delicatezza della questione, erano stati costretti a dare comunque la notizia. Di conseguenza fu varata la commissione d’inchiesta che interrogò Lloyd, Yerkes e altri testimoni dei fatti, anche se nessuno poté dare dettagli su come era avvenuto il furto con destrezza di una valigia contenente apparentemente solo effetti personali dell’ufficiale Yerkes. Proprio quella, non l’altra di Lloyd, pur in bella vista nel retro della jeep.

I verbali dell’interrogatorio dei due ufficiali coinvolti a Parigi (Pacatte fu interrogato a Washington), rimasti negli archivi, indicano quanto veramente vi fosse stata colpevole superficialità nel loro comportamento, per non ricordare quella del maggiore Pacatte che non era stato autorizzato a portare con sé il documento. Non era un corriere ufficiale, non aveva chiesto alcuna autorizzazione al riguardo e soprattutto ben sapeva che, essendo un agente operativo, gli era proibito portare con sé carte riservate, classificate, segrete per evitare problemi se fosse caduto in mano al nemico.

Lloyd fu il primo a essere chiamato a testimoniare e a riferire verbalmente alla commissione fornendo ogni possibile dettaglio riguardante la spinosa questione. Così pian piano iniziò a delinearsi una verità di disarmante banalità, pur trattandosi del furto di un importante documento d’intelligence in tempo di guerra. Dopo il dettagliato racconto dei fatti, gli fu chiesto se sulla busta che le conteneva vi fosse una indicazione sulla riservatezza di quelle carte e Lloyd rispose negativamente. Illuminante ripercorrere l’interrogatorio.

L’inquirente incalzò: “(…) ma Lei era a conoscenza del contenuto del documento?” Lloyd rispose: “Pacatte mi aveva detto che il Rapporto riguardava le sue attività in Europa e poi sapevo quale fosse il ruolo di Pacatte in Europa…”

I: “Lei ritiene che aver dato un ordine corretto ad un collaboratore di mettere documenti importanti in una valigia di effetti personali, da lasciare nel retro di una jeep in strada?”

L: “No certo, non credo che documenti segreti debbano essere lasciati in una jeep ma non sapevo che erano stati lasciati nel veicolo e il tenente Yerkes non sapeva che i documenti erano segreti.”

I: “Lei ha detto al custode della macchina che vi erano documenti segreti nella valigia?”

L: “No perché non sapevo che erano nella valigia.”

Dopo altre domande, l’inquirente arrivò al punto:

I: “Nel passato senza dubbio Lei ha avuto in mano documenti segreti. Come li custodiva?”

L: “Li custodivo sempre in una mia valigetta 24h.”

I: “Lei conosce senza dubbio il regolamento riguardante la conservazione e la sicurezza di documenti militari segreti.”

L: “Sì.”

I: ”E allora perché non ha tolto il Rapporto dalla valigia e non lo ha portato con sé al ristorante?”

L: “Non sapevo fosse nella valigia.”

L’interrogatorio proseguì con l’inquirente che voleva dimostrare la colpevole superficialità di Lloyd, il quale da parte sua continuava a ripetere di non aver saputo che il documento fosse nella valigia di Yerkes, ammettendo però di aver dato ordine al collaboratore di portare il documento a Parigi, ben sapendo cosa fosse scritto nel Rapporto.

Fu poi la volta del tenente Yerkes, il quale ricostruì, come il suo superiore, le circostanze del furto e dovette ammettere, anche lui, che, nonostante sulla busta contenente il documento non vi fosse scritto nulla, era ben consapevole di chi fosse Pacatte e soprattutto di aver letto alcune parti del Rapporto a Washington.

I: “Sa se il documento era classificato o non?”

Y: “Non lo so. Non credo che avrei potuto comprendere se era classificato o non, perché non ho mai visto l’intero documento anche se ne ho letto poche pagine a Washington…”

I: “Ma Lei come avrebbe considerato questo tipo di materiale?”

Y: ”Segreto…ma pensavo che fosse una copia di un vecchio documento ormai non più attuale…e quindi…”

I: “E allora se pensava che potesse essere segreto perché lo ha messo nella sua valigia insieme alle uniformi, ai calzini… etc…”

Y: ”Perché ho pensato che sarebbe stato più sicuro mettere la valigetta 24h che lo conteneva nella mia valigia personale piuttosto che lasciarla separata e in vista nella jeep mentre saremmo stati al ristorante…”

I: “Fu Lei o il colonnello Lloyd a dare istruzioni circa la custodia della jeep?”

Y: “Il colonnello.”

I: “Lei però sapeva che nella valigia erano conservati documenti segreti. Ritiene che dare istruzioni a qualcuno di custodire un veicolo sia il modo migliore per salvaguardare documenti segreti?”

Y: “No, Signore. Penso che avrei dovuto tenere i documenti con me.”

I: “Normalmente come custodisce documenti di questo tipo?”

Y: “In una valigetta 24h che tengo sempre con me…quando non posso metterli in cassaforte.”

I: “Conosce le istruzioni per la conservazione e la sicurezza dei documenti militari?”

Y: ”Sì.”

Altre domande furono poste in un contraddittorio tra l’inquirente, i due ufficiali e gli altri testimoni tra cui il gestore del ristorante Doucet. In sostanza non riuscirono a scagionarsi e non avrebbero potuto farlo. La loro superficialità, a dir poco, era stata eclatante.

Finiti i lavori con rapidità, lo stesso 9 gennaio nel tardo pomeriggio, la commissione stabilì che, considerati i fatti e le testimonianze, ambedue gli ufficiali Lloyd e Yerkes erano colpevoli della sparizione del documento, per non aver rispettato le regole sulla sicurezza dei documenti militari. Un comportamento aggravato dal fatto che ambedue si erano resi conto che fosse un documento classificato anche se non vi era nessuna annotazione al riguardo. Quindi la commissione raccomandò che fossero prese le necessarie punizioni disciplinari nei confronti dei due ufficiali, lasciando alle superiori autorità le decisioni concernenti Pacatte.

L’8 febbraio 1945 fu ritirata la richiesta di sottoporre il maggiore Pacatte alla corte marziale, perché l’indagine condotta a Parigi aveva verificato che la perdita del documento non era imputabile direttamente all’ufficiale di origine francese.

Esperiti tutti gli interrogatori e prese le decisioni del caso, il 1° marzo 1945, su istruzioni di Donovan, al maggiore Pacatte, reo di tanta leggerezza, fu “somministrata” una nota di biasimo orale per il suo comportamento, basato sui seguenti argomenti: la reprimenda era imputata non tanto per la perdita del documento, ma piuttosto per la violazione dei principi generali di sicurezza; inoltre, la missione del maggiore non comportava che avesse portato con sé l’intero documento; che la perdita dello stesso danneggiava potenzialmente delle persone impegnate nelle missioni in Europa, se scoperte dal nemico. Pacatte fu anche informato che questo biasimo non sarebbe stato registrato nella sua cartella personale.

Lloyd e Yerkes ebbero lo stesso trattamento: una nota di biasimo. Nessuno andò sotto corte marziale.

Non fu mai scoperto chi avesse rubato la val-pack, ma apparentemente non vi furono conseguenze dirette su agenti e ufficiali. Chi effettuò il furto era forse solo un normale ladruncolo che non seppe mai quale serio guaio avesse combinato! La guerra stava finendo. Il “caso” resta un esempio di colpevoli superficialità, soprattutto in periodo bellico, ma purtroppo non è rimasto l’unico nella storia dell’intelligence moderna.

Articolo ripreso da: http://www.horsemoonpost.com/2013/04/29/ii-guerra-mondiale-il-furto-del-rapporto-pacatte-a-parigi-nel-novembre-1944-un-episodio-di-grave-disattenzione-delloss-in-europa

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Categoria: Storia d'intelligence

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