Da Sun Tzu a Machiavelli, viaggio alle radici del ‘potere invisibile’

24 febbraio 2015

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di Enrica Corradini

Nell’immaginario collettivo, la storia dei servizi segreti è sempre stata avvolta nel mistero ed è disseminata di episodi, complotti, vicende internazionali e personaggi ambigui che agendo nella clandestinità hanno condizionato il corso degli eventi, senza assurgere agli onori della storia. Data questa premessa, per i non addetti ai lavori è legittimo chiedersi come nascono le attività segrete, con quali finalità, in quale epoca storica, in quale ambito geografico e quali siano state le cause che ne hanno determinato la comparsa.

Si scoprirà così che la storia dei servizi segreti è antica quanto l’uomo, che il mestiere di spia si sottrae alle categorie di spazio e tempo perché è esistito ovunque e da sempre e che la gestione delle informazioni ha giocato un ruolo di primaria importanza nella formazione degli Stati modernamente intesi.

Tralasciando la lunga parentesi preistorica, è legittimo ipotizzare che solo nel momento in cui nascono i primi agglomerati sociali (nelle diverse forme strutturate di tribù, villaggi, centri urbani, città-stato), si faccia ricorso ad azioni rudimentali di intelligence ad opera di singoli individui incaricati di raccogliere quante più informazioni possibili sulle popolazioni stanziate in prossimità dei propri confini.

Lo spionaggio nasce inizialmente con una duplice funzione: di difesa, per garantire sicurezza alla popolazione, stabilità alle istituzioni politiche ed equilibrio tra le popolazioni confinanti; di attacco, come supporto alla guerra, che non si vince solo sul campo di battaglia con la forza delle armi e la superiorità delle truppe ma si prepara con la conoscenza del nemico, del suo equipaggiamento militare, perfino del terreno in cui avverrà lo scontro. Ogni informazione, opportunamente valutata, può rivelarsi di estrema utilità al punto da determinare l’esito di un conflitto.

Il più antico elaboratore della teoria dell’intelligence fu nel VI sec. a.C. il generale cinese Sun Tzu, autore di un trattato di strategia militare, L’Arte della guerra, che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per gli storici e gli appassionati della materia. Sun Tzu fu il primo a capire l’importanza di conoscere i segreti dell’avversario per indebolirlo e colpirne gli obiettivi sensibili; per questo la raccolta delle informazioni non dev’essere il frutto di una improvvisazione estemporanea ma il compito di un’attenta pianificazione militare. “Ciò che viene definito con ‘capacità di previsione’ non può essere il risultato di confronti con avvenimenti esteriori e neppure il risultato di calcoli. Deve essere acquisito da uomini che conoscono bene la situazione del nemico”.

Da Sun Tzu in poi la storia antica abbonda di esempi, personaggi ed eventi che confermano l’utilizzo di forze d’intelligence. Nel 4000 a.C., sappiamo di un servizio informativo in uso nelle città-stato sumeriche per raccogliere notizie sulle città limitrofe e garantire l’equilibrio dell’assetto politico-territoriale. Due secoli dopo, in Egitto, la battaglia fra l’impero dei Faraoni e quello Ittita per la conquista della città di Qadesh oltre a un esercizio militare fu soprattutto un gioco di spie che vide in azione gli informatori di Ramsete II (impegnati a individuare l’esatta posizione dell’esercito avversario) e il controspionaggio ittita, infiltrato nelle linee nemiche allo scopo di depistare i vertici militari egiziani.

Sempre restando nel Vicino Oriente, apprendiamo dall’Antico Testamento di un popolo, i Filistei che, stanziatisi in Palestina, rappresentavano una terribile minaccia per gli Israeliti. È opinione diffusa che nella lunga guerra che contrappose i due popoli, gli Ebrei abbiano fatto ampio uso di spie grazie alle quali, venuti a conoscenza di importanti segreti militari, riuscirono a sconfiggere l’esercito filisteo che, per la sua indiscussa superiorità militare, avrebbe diversamente avuto la meglio sul Regno israelitico.

Per rilevare un cambiamento significativo, o per meglio dire una istituzionalizzazione del mestiere di spia, dobbiamo spostarci geograficamente dal vicino Oriente alla Roma imperiale: è qui infatti che l’azione dell’intelligence non è più solo appannaggio di singoli individui al soldo di chi comanda, ed è qui che nascono le prime strutture deputate alla raccolta delle informazioni.

In età augustea la Guardia Pretoriana era il reparto militare responsabile dell’incolumità dell’imperatore, oltre che di missioni speciali in ambito pubblico e privato. Ne facevano parte gli speculatores, responsabili della sicurezza interna, e gli exploratores che avevano il compito di studiare le abitudini dei nemici e di garantire la sicurezza esterna. Per arrivare all’istituzionalizzazione di una vera e propria “spia professionista”, bisognerà aspettare l’ultimo periodo della storia romana, a cavallo tra il I e il III secolo dopo Cristo. Già voluti da Adriano per vigilare sulla corte imperiale, sotto il regno di Domiziano i frumentarii, corpi speciali dell’esercito, furono ufficialmente addetti alla raccolta di informazioni: una sorta di polizia segreta con il delicato compito di sorvegliare sulla sicurezza delle istituzioni, al comando del princeps peregrinorum che riferiva direttamente all’Imperatore. Sotto il regno di Diocleziano, i frumentarii caddero in disgrazia e l’antico sistema di intelligence rivelò la sua inadeguatezza. I confini dell’impero erano così vasti che garantire la sicurezza del suo territorio, minacciato dalla pressione dei popoli barbarici, divenne la principale delle priorità. In questa cornice si colloca la riforma dell’esercito attuata da Diocleziano e la riorganizzazione del sistema di sicurezza di Roma.

I frumentarii furono sostituiti dagli agentes in rebus (agenti in missione) aventi funzioni di controllo, raccolta e trasmissione delle informazioni. Sostanzialmente gli ‘agentes’ erano spie, informatori, messaggeri fidati dell’imperatore con il compito di vigliare sulla sicurezza interna e di fungere da collegamento tra il centro e le province, riferendo su qualsiasi elemento essi ritenessero di portata eversiva. Il loro addestramento fu demandato alla schola agentum in rebus, un’autentica scuola di formazione molto rigida e severa che garantiva privilegi e prestigio ai più meritevoli. Inizialmente aperta a tutti, solo in un secondo momento vennero fissati nella nascita libera e in un’integerrima condotta di vita i requisiti indispensabili per l’accesso all’istituzione. Con la caduta dell’Impero Romano, questo Dipartimento dell’Amministrazione Imperiale venne meno e passerà molto tempo prima di tornare allo spionaggio in grande stile.

Un ruolo di spicco giocherà nel Medioevo (e culminerà nel XVI secolo) la Repubblica di Venezia che, posta sotto la costante minaccia di potenze straniere, fece largo uso di spie qualificate senza disdegnare ogni mezzo lecito e illecito (omicidi, complotti, ricatti), pur di tutelare la propria sicurezza. Lo stesso Consiglio dei Dieci, suo massimo organo di governo, era nato proprio con la funzione di vigilare e reprimere ogni minaccia alla sicurezza dello stato, e si avvaleva delle informazioni fornite dagli Spioni (gli informatori del Consiglio) e delle denunce anonime custodite nelle Bocche di Leone, contenitori sparsi per la città dove i veneziani depositavano informazioni altamente riservate destinate al vaglio dei magistrati. A partire dal 1539 entrarono a far parte del Consiglio dei Dieci i 3 Inquisitori, magistrati incaricati di sorvegliare sulla tutela del segreto di Stato. Dotati di un potere illimitato nell’esercizio di una “giustizia segreta”, le loro sentenze erano inappellabili e prevedevano, tra l’altro, l’annegamento notturno nella laguna veneta per tutti gli eversori e i condannati.

Siamo in pieno Rinascimento, il secolo di Machiavelli, padre della politica moderna. Per la prima volta nella storia, in netta contrapposizione alla concezione medievale che interpretava la storia come il dispiegarsi di una volontà divina e fondava l’azione politica su presupposti etici e spirituali, Machiavelli descrive invece una gestione della politica svincolata dalla religione e dalla morale; il Principe, incarnazione di questo ideale, deve essere dotato di tutte le possibili virtù, ma se i tempi lo richiedono, deve poter adottare anche comportamenti moralmente negativi e ricorrere all’astuzia e alla violenza, pur di mantenere saldo il controllo del Principato. Nascono così i concetti della Ragion di Stato, ovvero l’insieme degli obiettivi supremi – primo fra tutti la sicurezza nazionale – che uno Stato deve tutelare sopra ogni cosa, e di Segreto di Stato, che in quanto tale va difeso da organi di controllo nati specificatamente per assolvere a tale delicato incarico.

La definizione del concetto di Segreto di Stato in particolare ci ricorda il ruolo di analista di intelligence che Machiavelli ebbe nel corso della sua carriera politica (peraltro trascurato dalla storiografia moderna, ma non per questo meno interessante), come ha riportato Matteo Faini nelle pagine di questo stesso sito: “Proprio come chi costruisce gli argini di un fiume, esso deve saper indicare dove e quando si verificheranno i pericoli, consentendo ai decisori politici di correre ai ripari prima che sia troppo tardi. Per svolgere questa sua funzione l’analista d’intelligence deve conoscere gli uomini e le loro passioni, deve provare passione per la politica senza lasciare che le proprie passioni politiche minino l’oggettività della sua analisi e deve infine avere il coraggio di formulare giudizi precisi, anche se mai certi, che consentano ai decisori politici di prendere le decisioni migliori nell’interesse nazionale”. (www.sicurezzanazionale.gov.it, Categoria: Approfondimenti, 13 gennaio 2014).

Dopo Machiavelli, la politica non sarà più la stessa e raggiungerà punte di estrema specializzazione. La gestione della res publica, liberata definitivamente dai condizionamenti della morale e della religione, obbedirà d’ora in poi a leggi laiche volte alla difesa, alla conservazione a all’espansione dello Stato. Nella trattatistica di questo periodo e dei secoli seguenti, l’analisi politica si concentra più che mai sul concetto di Ragion di Stato, sulle necessità intrinseche all’agire politico e sulla tutela assoluta dell’interesse degli organismi statali. In questo clima di riflessione e di analisi della politica intesa come categoria culturale, anche i servizi di intelligence si consolideranno come vere e proprie istituzioni permanenti e parti integranti di ogni apparato statale, forti del lavoro di esperti professionisti impegnati stabilmente nella raccolta e nell’elaborazione delle informazioni, nella tutela dell’interesse supremo della sicurezza della nazione.

Categoria: Storia d'intelligence

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