Università e studi sull’intelligence

29 ottobre 2013

Università e studi sull'intelligenceIntervenendo il 13 settembre 2013 al convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica (SISP) nell’ambito del panel dedicato all’intelligence il Senatore Marco Minniti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, ha affermato che “le università costituiscono un riferimento importante per una moderna intelligence” e che “in una democrazia l’intelligence ha bisogno delle competenze, dell’apertura mentale e del profilo culturale del mondo delle università”.

Dalla fine della guerra fredda i cambiamenti avvenuti nel sistema internazionale hanno spinto molti sistemi di intelligence nazionali ad avviare importanti processi di riforma allo scopo di assicurare flessibilità ed efficacia nell’azione informativa a supporto del processo decisionale.

Nei Paesi democratici un elemento importante di questo processo è stata l’apertura, graduale ma continua, verso il mondo delle università e della ricerca secondo un nuovo “paradigma dell’intelligence”[1] nell’ambito del quale la capacità delle università di produrre conoscenza viene considerata dai Servizi di intelligence un asset strategico[2] irrinunciabile e insostituibile.

L’outreach accademico

In particolare, nel corso degli ultimi dieci anni la collaborazione tra mondo accademico e agenzie di intelligence si è fatta più stretta al punto che alcune comunità di intelligence (soprattutto nel mondo anglosassone, ma non solo) hanno formalizzato veri e propri programmi di “outreach accademico”[3] ovvero forme di interrelazione strutturata e non episodica tra analisti, da un lato, e docenti e ricercatori, dall’altro[4].

Scrive Gregory Treverton, direttore del Center for Global Risk and Security della Rand Corporation: “Because of the unbounded and high profile nature of transnational threats, intelligence must wade through a sea of information that contrasts sharply with the much more limited information that was available on closed societies such as the Soviet Union. And much of the information is, at best, of uncertain reliability. Given that most of the torrent of information is not secret, intelligence services not only can but need to reach out to outsiders to process or validate information[5].

Nel 2005, parlando a una conferenza internazionale organizzata a Washington dal Bureau of Intelligence and Research del Dipartimento di Stato, Robert Hutchings, allora direttore del National Intelligence Council, ha affermato che “the threats and issues we now face are dispersed and global, and they grow out of complex cultural roots. This means that both the breadth and depth of our coverage have to be correspondingly greater. On these and many other issues we must look outside government to find the expertise on which we must draw”[6].

Date la complessità e l’ampiezza delle attuali sfide alla sicurezza nazionale nonché l’incremento delle c.d. fonti aperte le expertise accademiche, se messe opportunamente a sistema, possono contribuire ad aggiungere valore ai processi e ai prodotti analitici dei Servizi di informazione. Il mondo accademico e della ricerca può, quindi, efficacemente supportare le intelligence nazionali nei loro sforzi di comprensione e di lettura del dinamiche strategiche.

Ricerca accademica e intelligence

In Improving Intelligence Analysis – Bridging the Gap between Scholarship and Practice[7] Stephen Marrin, già analista della CIA e attualmente professore associato di analisi di intelligence, ha esaminato in profondità le dinamiche del rapporto tra ricerca accademica e agenzie di informazione statunitensi giungendo alla conclusione che la ricerca può svolgere un ruolo primario nel migliorare le analisi dell’intelligence e nel far progredire la professione dell’analista. Gli studi sull’intelligence, infatti, sono in grado di fornire ai professionisti del settore la materia prima per imparare dalle esperienze passate a perfezionare le prestazioni future.

Così come avviene per altre professioni anche per quella dell’analista di intelligence la ricerca accademica può costituire quell’infrastruttura di conoscenza teorica che, studiando come operano i Servizi, come viene effettuata l’analisi, come e dove si manifestano le vulnerabilità, migliora la pratica della professione. Una conoscenza, quindi, che non è affatto scollegata dalla prassi ma, al contrario, è costruita sullo studio approfondito delle esperienze passate ed è rilevante, utile e “actionable”.

La teoria dell’intelligence, soprattutto in ambito anglosassone, non è stata sviluppata – afferma Marrin – in una torre d’avorio accademica, separata dalla pratica. Molta della letteratura esistente, a esempio, si basa sulle lezioni apprese nel corso della loro carriera da professionisti che sono poi diventati docenti o ricercatori e il cui obiettivo non è quello di creare mere astrazioni teoriche ma piuttosto di concettualizzare la funzione dell’intelligence al fine di migliorarne la prassi.

In altre parole, la letteratura sull’intelligence ha livelli di astrazione minimi e, a differenza di altre discipline, è più vicina alla pratica che alla teoria. Essa, quindi, deve essere considerata, particolarmente dall’analista di intelligence, come un meccanismo, più o meno formalizzato, per la trasmissione scritta e l’apprendimento della conoscenza professionale.

Secondo il docente americano un’attenta disamina della letteratura internazionale, infatti, può permettere al professionista di accedere a una considerevole quantità di informazioni utili per la propria attività compresi, a esempio, i criteri e la metrica per la valutazione della qualità delle analisi, le best practices sui metodi e sulle tecniche analitiche, le procedure per la creazione di team analitici efficienti, le linee guida sui percorsi da seguire per accrescere il bagaglio culturale degli analisti.

Gli studi sull’intelligence

Esistono differenti tipi di analisti che coprono differenti aree di specializzazione e operano in differenti contesti istituzionali. In tal senso – afferma Marrin – ciascun analista ha necessità di sviluppare competenze differenti in base al proprio settore di analisi (es. terrorismo, criminalità organizzata, relazioni internazionali, aree geopolitiche, studi strategici, ecc.) ma tutti gli analisti, a prescindere dai propri diversi settori di impiego, hanno necessità di acquisire adeguate conoscenze sui processi e sull’organizzazione dell’intelligence, sulle tecniche e sulle metodologie analitiche. In sintesi, sull’intelligence stessa.

Tale tipo di conoscenza – che riguarda, essenzialmente, come le informazioni vengono raccolte, processate, analizzate, distribuite e utilizzate – può essere adeguatamente sviluppata solo dal mondo della ricerca accademica in una virtuosa interazione tra università e agenzie di intelligence. Queste ultime, difatti, prive del supporto metodologico delle scienze sociali, non possono essere in grado di svilupparla compiutamente in modo autonomo.

Scrive Marrin: “The most important part of doing intelligence analysis is getting the job done, and getting the job done does not involve documenting what one is doing while getting the job done, or building the kind of infrastructure necessary to learn from what one has documented. […] The problem for intelligence practitioners is that focusing on getting the job done without corresponding help from scholars prevents them from being able to learn from what they have done before”[8].

Come abbiamo evidenziato in precedenza, una parte consistente della letteratura del settore è stata creata proprio da professionisti dell’analisi allo scopo specifico di trasmettere ai colleghi le proprie esperienze. Anche tale corpus, però, necessita di ricercatori accademici, altamente specializzati, in grado di analizzarlo in profondità e sistematizzarlo estraendone elementi di teoria applicata.

È, peraltro, la natura stessa dell’analisi di intelligence, in parte intuito (arte) e in parte metodo scientifico (scienza)[9], che permette e, anzi, incoraggia la ricerca applicata. Si pensi, solo per fare un esempio, alle tecniche analitiche e ai processi cognitivi correlati e agli ampi margini di miglioramento che ne deriverebbero qualora le differenti metodologie di analisi fossero testate, analizzate e comparate con criterio scientifico al fine di valutarne accuratezza e affidabilità.

In conclusione, una stabile relazione tra università, ricerca e intelligence può essere proficua non solo in quanto permette alle agenzie di acquisire know-how strategico sui propri target ed expertise da incorporare e mettere a sistema. La ricerca accademica sull’intelligence permette anche di migliorare il funzionamento stesso delle organizzazioni di sicurezza nazionale e costituisce uno step indispensabile per una completa professionalizzazione della figura dell’analista di intelligence.

Inoltre, la produzione con rigore accademico e la pubblica diffusione di conoscenza riguardo ai meccanismi di funzionamento dei Servizi di intelligence fornisce ai cittadini i giusti (e infungibili) strumenti culturali per interpretare correttamente le complesse attività della propria intelligence valutandone, ove possibile, efficienza e efficacia.



[1]
W.J. Lahneman, Keeping U.S. Intelligence Effective: the Need for a Revolution in Intelligence Affairs, Scarecrow Press, 2011.

[2] R. Arcos, Academics as Strategic Stakeholders of Intelligence Organizations: A View from Spain, in  «International Journal of Intelligence and CounterIntelligence», 26/2 (2013). Secondo l’autore, docente di Scienze della comunicazione e ricercatore nel settore dell’intelligence, il mondo accademico può essere considerato un vero e proprio “stakeholder strategico” per i Servizi di intelligence.

[3] Nella direttiva ICD n. 205 del 16 luglio 2008 “Analytic Outreach”<http://www.ncix.gov/publications/policy/docs/ICD_205-Analytic_Outreach.pdf> (ultima consultazione 2013-10-07) il Direttore dell’intelligence americana definiva  l’outreach analitico come “[…] the open, overt, and deliberate act of an IC analyst engaging with an individual outside the IC to explore ideas and alternate perspectives, gain new insights, generate new knowledge, or obtain new information. It is conducted in accordance with fiscal, procurement, security, counterintelligence, operational and other laws, regulations, policies and procedures applicable to the IC and the analysts’ individual organizations.”
Per un elenco delle possibili forme di collaborazione si veda: Gregory Treverton, Approaches to Outreach for Intelligence, Center for Asymmetric Threat Studies, 2009, pp. 11-18 <http://www.fhs.se/Documents/Externwebben/nyheter/2009/approaches-to-outreach-for-intelligence.pdf> (ultima consultazione 2013-10-07).

[4] Per maggiori informazioni sui programmi di outreach implementati dalla comunità di intelligence statunitense si veda: K. Roberts, Better Analysis through Networking: Expanding Outreach in an Era of Global Challenges, paper presentato all’International Studies Association Convention nel marzo del 2005.

[5] G. Treverton, Approaches to Outreach cit., p. 8.

[6] K. Roberts, Better Analysis through cit., p. 5.

[7]  S. Marrin, Improving Intelligence Analysis: Bridging the Gap between Scholarship and Practice, Routledge, 2011.

[8]  Ibidem, pp. 147-148.

[9] Per un approfondimento sul dibattito riguardante la natura dell’analisi di intelligence oltre ai capitoli 3 e 4 del libro in esame si vedano anche: J. Richards, The Art & Science of Intelligence Analysis, Oxford University Press, 2010; R. D. Folker Jr., Intelligence Analysis in Theater Joint Intelligence Centers: an Experiment in Applying Structure Methods,  Joint Military Intelligence College, Occasional Paper 7;  R. Johnston, Developing a Taxonomy of Intelligence Analysis Variables, in «Studies in Intelligence», 47/3 (2003).

 

Categoria: Sicurezza in-formazione

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