L’intelligence nelle Università italiane. Tra studio e risorsa

26 gennaio 2016

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di Mario Caligiuri

Nel tempo delle sfide liquide rafforzare «un’alleanza strategica tra Sicurezza e Accademia» vuol dire tracciare le direttrici di una nuova Intelligence. Vicinanza alle imprese contro attacchi cyber e collaborazioni con il privato per una cultura della ‘sicurezza partecipata’ sono le chiavi di volta di un percorso che deve adeguare le capacità di risposta all’evoluzione delle minacce, rafforzando il ruolo dei Servizi di informazione quale presidio avanzato a tutela della democrazia, dei cittadini e, quindi, del sistema Paese.

Chiunque voglia analizzare il mondo attuale si trova davanti a scenari del tutto inediti, che rompono i paradigmi interpretativi del passato. Ci sono nuove domande che attendono risposte innovative, come ogni volta che si modificano le prospettive. Basti pensare al passato con la rivoluzione francese, la caduta del muro di Berlino o l’11 settembre.

La ‘società liquida’ (e le minacce alla sicurezza) nell’era di Internet

Oggi la rivoluzione è segnata soprattutto da internet ed è di non facile interpretazione, gestione e non ne conosciamo i limiti e, soprattutto, le conseguenze.

Quella che viene da più parti definita come società dell’informazione [Caligiuri, 2003] sembra in realtà la sua antitesi: la disinformazione, dove il paradosso si completa considerando che «la fonte di pericolo oggi, non è più l’ignoranza ma la conoscenza» [Beck, 2000, p. 255]. Secondo alcune interpretazioni, oggi viviamo nella «seconda modernità» [Beck, 2000, p. 255], dove non ci sono più riferimenti stabili, e in cui, «le istituzioni politiche, diventano amministratrici di uno sviluppo che non hanno pianificato, che non sono in grado di strutturare, ma che nondimeno, devono in qualche modo giustificare» [Beck, 2000, p. 363]. Più chiaro di così.

Per i cittadini e per le imprese, come per le istituzioni, diventa quindi essenziale saper interpretare la comunicazione. Ma se da un lato si moltiplicano le possibilità di accesso alla rete, dall’altro sembrano non esserci argini in grado di contenere l’alluvione di informazioni che quotidianamente ci travolge. Il problema quindi, si sposta. Non si può più affermare di non avere informazioni, come avveniva nel recente passato, al contrario, bisogna selezionarle velocemente e con grande attenzione, poiché sono spesso volutamente sbagliate e fuorvianti.

Chi riesce a evitare i messaggi inutili e a selezionare tempestivamente le informazioni rilevanti ha la possibilità di evitare manipolazioni commerciali ed elettorali, scegliendo razionalmente, informandosi efficacemente, elaborando un pensiero critico. E in questo le agenzie educative sono fondamentali. Ma non basta soltanto reperire le informazioni: occorre soprattutto sapere come utilizzarle e in modo nuovo. Non a caso, Zygmunt Baumann individua la possibile chiave del successo, nella società in cui viviamo, nella ridefinizione della conoscenza tradizionale.

L’intelligence e il ruolo del cittadino in risposta ai mutamenti dell’informazione e della conoscenza

Secondo Baumann prevale non chi conosce di più, ma chi – dopo aver utilizzato un’informazione – la dimentica più rapidamente perché così ha la possibilità di non avere schemi mentali che condizionano analisi. Dunque assistiamo a un rovesciamento di prospettiva che sposta l’obiettivo dalla conoscenza acquisita alla capacità di cancellare ciò che si conosce, come se fosse un vero e proprio fattore deviante. Ma occorre avere raffinate capacità per discernere. L’intelligence dunque diventa un metodo (probabilmente tra i pochi, se non, per alcuni aspetti, l’unico) di raccolta e gestione delle informazioni, uno strumento fondamentale per fornire elementi utili per assumere decisioni, finora adoperato non solo dagli Stati nazionali ma anche dalle imprese.

Pertanto, il metodo dell’intelligence appare sempre più come indispensabile per decidere, in un contesto in continuo mutamento, dove occorre tenere presenti le modifiche degli scenari globali e distinguere tra la moltitudine di fonti informative che investono, soprattutto, i massimi livelli decisionali. Ma non solo. Il metodo dell’intelligence, fondamentale per i decisori pubblici, deve coinvolgere soprattutto i singoli cittadini. Il ruolo di questi ultimi, infatti, è decisamente cambiato dopo l’11 settembre del 2001 e l’espansione del fondamentalismo islamico rafforzato dalle primavere arabe. E questo sia per assumere le scelte più idonee per le proprie vite che per collaborare con le istituzioni in difesa dell’interesse e nazionale.

Quando l’umanità ha visto sorgere nuove minacce, che hanno portato a una guerra combattuta contro un nemico invisibile e contemporaneamente senza territorio, ma presente potenzialmente ovunque, gli Stati sono costretti a fare appello a ogni cittadino per assicurare la sicurezza e il benessere nazionali. Questa scelta obbligata cambia il rapporto tra gli operatori d’intelligence e gli utilizzatori delle informazioni, trasformando il cittadino da semplice informato in informatore e sostituendo il concetto di analisi distribuita delle informazioni con quello di produzione distribuita.

Il trattamento delle informazioni diventa base della conoscenza, permettendo di comprendere il presente e le sue tendenze, Prevedendo e provvedendo al futuro, l’intelligence rappresenta un’arma indispensabile per affrontare la battaglia del 21° secolo che è identificata con la conoscenza. Infatti la natura dell’intelligence è la previsione, in un mondo completamente trasformato dove il sapere non consiste più nella conoscenza del passato ma nelle reali capacità di prevedere l’avvenire.

Università italiane e sicurezza partecipata: verso una multidisciplinarità ‘spinta’

Anche in Italia, dunque, occorre accrescere la cultura dell’intelligence e della ‘sicurezza partecipata’. Per farlo esiste solo una strada graduale, lenta ma indispensabile, che coinvolga in pieno le università, che in Occidente sono state luoghi privilegiati dell’elaborazione del pensiero e che oggi sono chiamate a nuovi compiti per definire nuove categorie mentali necessarie per interpretare una realtà che si trasforma continuamente e che non si può più comprendere con i concetti del passato.

Nei Paesi di tradizione anglosassone, dove l’intelligence moderna è nata culturalmente, il legame con le università è inscindibile: «Il SIS (Secret Intelligence Service) britannico fu creato nel 1573 da Sir Francis Walsingham, ministro della regina Elisabetta I […]. Si dice che il ministro reclutasse i suoi agenti tra i più brillanti studenti di Oxford e Cambridge» [Martini, 1999, p. 11]. Ancora oggi, in queste Nazioni l’intelligence viene studiata come disciplina accademica e le agenzie utilizzano gli atenei per selezionare i migliori laureati e laureandi. Ciò per individuare competenze che consentano di migliorare il funzionamento delle agenzie, analizzare in profondità i fenomeni, prevenire gli scenari futuri.

Negli ultimi tempi in Italia si stanno muovendo i primi passi, con assunzioni di giovani laureati e incontri negli atenei, iniziativa che contribuisce a diradare le ombre, anche di natura culturale, che tradizionalmente vengono riferite al mondo dell’intelligence. Se le università e le agenzie d’intelligence italiane imboccassero in modo sistematico e permanente questa strada, consentirebbero al Paese di fare un indiscutibile salto di qualità anche nell’analisi dell’intelligence governativa, fornendo tra l’altro una banca dati delle massime competenze scientifiche esistenti sul mercato. È sempre più importante che il decisore pubblico sia messo in contatto nel più breve tempo possibile con esperti che possano fornire subito le informazioni necessarie a effettuare la scelta migliore.

Favorire l’avvicinamento del miglior capitale umano presente sul mercato migliorerebbe la capacità d’analisi dell’intelligence governativa, evitandone i fallimenti, rappresentati ormai nell’immaginario collettivo dal crollo delle torri gemelle e dalle sparatorie in una Parigi attonita.

Il rapporto tra Intelligence e Università sarebbe, peraltro, fondato su una mutua collaborazione. Il mondo accademico permetterebbe all’intelligence di avere, attraverso ricerche condotte in maniera il più possibile trasparente, una più accurata scientificità dell’analisi, attraverso l’impiego di esperti di diverse discipline e con metodi differenti. Mentre l’intelligence, non trascurando nella sua analisi nessun ambito delle scienze umane, si porrebbe come il loro punto di incontro, evidenziando la sua natura di multidisciplinarietà. Anche in questo caso, le ripercussioni sarebbero notevoli. Ridare significato alle scienze umane, oggi erroneamente considerate come cimiteri e icone di ‘saperi’ sorpassati, etichettate come amplificatori di conoscenze spesso teoriche e difficilmente spendibili in un mercato del lavoro orientato alla pratica.

L’Intelligence è una materia complessa, all’interno della quale non convergono solo la storia, la sociologia, la psicologia, ma anche la statistica, la giurisprudenza, l’economia, le relazioni internazionali, oltre che le scienze politiche, dell’informazione, dell’educazione e dell’organizzazione e via dicendo. Fenomeni come l’ampliamento del concetto di sicurezza, lo sviluppo tecnologico, la necessità della previsione e le trasformazioni del potere, le emergenze planetarie del terrorismo, della criminalità e del clima rendono l’intelligence più fondamentale che mai.

Porsi come punto di incontro delle scienze umane è un ruolo ambito da molti. Quando nel 1929 Marc Bloch fonda gli Annales ritiene che la storia debba essere il punto d’incontro di tutte le scienze umane. Allo stesso modo, in ambito pedagogico, Giuseppe Spadafora e Larry A. Hickman sostengono che l’educazione possa rappresentare la sintesi di più scienze al servizio dell’uomo, applicate alla situazione specifica.

L’Intelligence può quindi rappresentare nel XXI secolo un punto d’incontro delle scienze umane? È una provocazione, un’ambizione, un’intenzione perché l’intelligence, essendo basata sulla conoscenza e interessando la vita delle persone e delle istituzioni, deve sviluppare la capacità di comprendere le informazioni che rappresentano la radice della consapevolezza individuale e il presupposto della democrazia collettiva.

Può, quindi, rappresentare un’area di studio che, se opportunamente riempita di contenuti, potrebbe essere destinata ad essere sempre più importante e feconda.

L’esperienza dell’Università della Calabria e il futuro (universitario e di ricerca) dell’Intelligence

Nel corso degli anni l’Università della Calabria si è posta nel panorama nazionale come un’avanguardia, essendo stato il primo ateneo pubblico italiano ad aver organizzato un Master in intelligence, con il prezioso apporto di Francesco Cossiga. Dalla positiva esperienza del Master è sorto, all’interno dello stesso Ateneo, il Centro di Documentazione Scientifica sull’Intelligence e una collana editoriale con Rubbettino che finora ha prodotto sei volumi, con altri già in preparazione.

In tale contesto, una funzione di primo piano per la diffusione di un’Intelligence diffusa’, assume la Scuola di formazione del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica. Un ruolo di ‘regista’ tra mondo dell’intelligence nazionale rete di atenei, scuole, centri di ricerca, agenzie di formazione e buone pratiche di aziende, nella definizione di strategie indispensabili, quali la promozione della sicurezza cibernetica, che sarà sempre più decisiva. E che proprio per questa richiederà capacità sempre più elevate di analisi e di human intelligence.

Inquadrata come punto d’incontro delle scienze umane e posta in uno scenario più ampio del semplice utilizzo dei ‘servizi segreti’ finalizzati solo alla difesa militare di un territorio, l’Intelligence si potrebbe oggi identificare quale strumento fondamentale per la crescita democratica e lo sviluppo economico degli Stati.

L’Intelligence è un metodo di selezione dell’informazione indispensabile nella ‘società della disinformazione’. È un metodo per tutti. E potrebbe essere utile (se non indispensabile) riconoscere l’intelligence come materia di studio nelle università italiane.

 

L’autore

Mario Caligiuri è professore straordinario all’Università della Calabria dove è Direttore del Master in Intelligence e Coordinatore del Centro Studi sull’Intelligence. Ha insegnato e insegna nelle alte scuole delle forze di polizia e dei servizi. Ha curato, tra gli altri, i testi Intelligence e scienze umane (Rubbettino editore), Intelligence. Spie e segreti in un mondo aperto di Robert D. Steele, Abecedario di Francesco Cossiga, Intelligence e ‘ndrangheta. è anche autore di lntelligence: un problema di comunicazione istituzionale? e Università e intelligence. Un punto di vista italiano.

 

Riferimenti bibliografici

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M. CALIGIURI, La società della disinformazione. Una questione pedagogica, in La comunicazione formativa tra teorizzazione e applicazione, a cura di V. Burzi, Anicia, Roma 2012

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John Dewey’s Educational Phylosophy in International Perspective. A Democracy for the Twenty-First Century, a cura di G. Spadafora e L.A. Hickman, Southern Illinois University Press, Carbondale 2009

Il rapporto della CIA. Come sarà il mondo nel 2020?, a cura di A. Adler, Gremese, Roma 2009. La stesura del rapporto risale al 2005

Intelligence e scienze umane. Una disciplina accademica per il XXI secolo, a cura di M. Caligiuri, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016

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