Ulisse è Bond

26 febbraio 2016

Ulisse è Bond

di Paolo Fabbri

«I am become a name»

ALFRED TENNYSON, Ulysses

Il dizionario della storia è ricco in semiofori, attrattori di senso. Uno di questi abita da mezzo secolo una nicchia dell’immaginario collettivo; si presenta con volti diversi e il ritornello dello stesso nome: «Bond, James Bond». Fin dalla prima apparizione, letteraria, televisiva e cinematografica, sollevò nuvole d’inchiostro e continua oggi a moltiplicare i doppi click. Tra ricorsività filmiche e fasti delle ricorrenze – il 5 ottobre 2012 è stato il Global James Bond Day – il caso mediatico di allora si è trasformato in un durevole Effetto Bond (nel senso scientifico del termine, prima che si attribuissero i Nobel). Nell’archeologia del presente, Bond ha ormai il suo logo riconosciuto e consacrato: la forma e la firma. È diventato un tipo psico-sociale e dimostra l’inattualità della tesi di Nietzsche che il nostro tempo non avrebbe mitismo. Anche senza spendere la parola “mito”, come farebbe un barthesiano vintage, è sotto gli occhi di tutti che la fabulazione di 007 scorre inesausta sulle pagine e sugli schermi tra una nuvola di varianti, variazioni e varietà. Un feuilleton sincretico, tra il poliziesco e il romanzo “imperiale” inglese, una saga picaresca, la più durevole delle serie narrative in corso.

L’Effetto Bond suscita da sempre un’ermeneutica compulsiva e overdose interpretative. Che “c’era una svolta” dell’immaginario e fosse il caso di farne un caso, si accorse fin all’inizio degli anni Sessanta la sagacia di Umberto Eco, in un saggio memorabile che inaugurava le ricerche semiotiche di combinatoria narrativa (Eco 1976). Umberto, il memorioso, rilevava la struttura dei romanzi e dei racconti di Fleming; al di là del suo “romanticismo truculento, ma con stile”, ne isolava i valori in opposizione (Occidente vs. Comunismo etc.) e le loro 10 combinazioni; individuava poi i 3 personaggi (Bond, il Malvagio, la Donna) che realizzano in nove mosse successive le trasformazioni ideologiche e immaginarie. Liberata dalle impalcature sociologiche che impedivano l’accesso al testo, la saga Bond si riduceva a una tabella di situazioni ricorsive – viaggi, pasti, giochi, erotismo, torture – soggiacente alle variazioni di attori – “ruoli vicari ambigui” – e valori – l’ambiguità sessuale del Malvagio e i suoi mostruosi piani planetari – e, infine, alle loro mosse fondamentali e laterali.

Nei decenni e nonostante il successo letterario internazionale, Fleming è diventato un eteronimo, meglio, uno pseudonimo del Bond cinematografico. Permangono l’ordito narrativo e la distribuzione dei ruoli, mentre cambiano nel tempo gli investimenti di contenuto, gli stili discorsivi e i generi: dall’avventura al noir. Come il coltello proverbiale a cui si è cambiato il manico e la lama, sembra che il racconto di 007 persista e resista alla sostituzione dei molti attori che hanno impersonato il suo eroe e ai mutamenti fisiognomici e caratteriali. Come una calamita, il plot delle avventure della spia inglese, a partire dal pre-testo fleminghiano, ha attratto una costellazione di motivi – kitsch e ready made – di ogni genere. In particolare attraverso autocitazioni e autoparodie che hanno fidelizzato il riconoscimento d’una audience globalizzata. Come l’indimenticabile Casino Royale (1967) con David Niven come James Bond e Woody Allen sia come Jimmy Bond, nipote di 007, sia come Dr. Noah, capo della SMERSH.

È anche il caso dell’ultimo episodio, Skyfall, forse il migliore della saga, che fa ben vedere come la commutazione delle sequenze testuali e paratestuali – sigle, refrain – mantiene la coerenza e la coesione e non equivale affatto a una perdita informativa. Nuove proprietà emergono alla condizione di non riconoscere un dio unico nascosto nei dettagli, ma un piccolo pantheon politeista di allusioni e autocitazioni. In rete, tra clichés e ironie, la caccia è già aperta tra gli addicts della spia che amano. Lo sa meglio di ogni altro il regista inglese Sam Mendez e il nuovo sceneggiatore John Logan che ha collaborato per Skyfall con l’équipe precedente – Neal Purvis, Robert Wade – e prepara da solo i prossimi episodi. Mendez, dal 2000 Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico per meriti artistici, ha colto l’opportunità delle Olimpiadi londinesi, la cui ripresa planetaria era dedicata alla storia inglese, con una citazione tongue in cheek alla Regina d’Inghilterra come bond girl, paracadutista con borsetta. In un diverso registro, l’appassionata difesa da parte di 007 dell’altero – materno e spietato – personaggio di M, preposta alla difesa della patria istituzione, l’MI6, è del tutto omologabile.

Judi Dench, dopo sette film consecutivi, è per l’ultima volta comandante di Bond, il quale sconfiggerà il Malvagio, ma non saprà impedire la caduta della sua Maestà. Nessuna paura però: morta la regina, viva il re! È in pista Ralph Fiennes, alias Mallory, agente governativo e nuovo M. Sam Mendez, Oscar al suo primo film, possiede più del semplice mestiere: in altri tempi avrebbe firmato fecit et invenit, cioè Esecuzione e Invenzione. Già coinvolto nel film precedente, Quantum of solace, ne mantiene i ruoli, cambiandone il significato: è il caso di Q, l’armaiolo del Servizio Segreto, titolare di una panoplia di stravaganti e spesso comici gadget da combattimento, sostituito in Skyfall da un giovane nerd che crede più al computer che agli uomini e ha in dotazione soltanto pistole personalizzate e auricolari. Rottamando i reperti del passato, sostituendo i personaggi e modificandone i rapporti e le relazioni con gli oggetti tecnici – come l’insistita distruzione dell’Aston Martin DB5 – il regista cerca la nuova informazione necessaria per ovviare all’esaurimento della Al di là della ridondanza purista e della parodia, si aprono nuovi vani in quello che Lévi-Strauss chiamerebbe mythe à tiroirs: un mito a cassettoni, come le Veneri di Salvador Dalì.

Tra queste differenze che si somigliano, una ci punge per il suo “senso ottuso”, nell’accezione cognitiva e patetica che Barthes dava a questo termine. Bond incontra il nuovo Q, assai più giovane di lui, alla National Gallery di Londra, davanti al quadro prediletto dal pubblico inglese, The Fighting Temeraire tugged to her last berth to be broken, di J. M. W. Turner (1839). I connoisseurs ricordano, in Moonraker, il gioco di freccette con cui Bond bersagliava il quadro della nave Victory alla battaglia di Trafalgar, appeso nell’ufficio di M. Il senso politico ed esistenziale di Skyfall è esplicito: in un estremo tramonto, la Temeraria trionfatrice di Trafalgar, dai bellissimi legni, è condotta alla rottamazione da un fumoso rimorchiatore. Segno ineludibile della crisi dell’impero inglese sui mari, nonché della mutazione tecnica – quella termodinamica e ora informatica – e della crisi fisica e morale di Bond. Scompare infatti il gentiluomo inglese, viaggiatore esperto e seduttore raffinato, più abile nello humor delle repliche che nel grossolano impiego delle armi. Gli succede un killer tenace e violento, ma meno individualista, più leale alla propria istituzione. Alla sprezzatura un po’ dandy dei primi 007 succede, in Skyfall, una perdita di capacità operative, una spossatezza e noia di vivere, una depressione e difficoltà di ruolo. Dopo l’apparente uccisione con cui si apre il film, Bond dichiara in più occasioni la sua conoscenza della paura e della morte.

Skyfall è un film noir, nel genere e nei contenuti, che concede poco alla parodia e manifesta una costante retrosia del suo eroe. Non a caso dopo i primi rovesci, Bond procede a passo di gambero: recupera la vecchia Aston Martin e va alla riscossa back to the past, come risponde a Sua Maestà M. che gli chiede: «Dove andiamo?». Con amara nostalgia, l’agente segreto internazionale ritrova, in un prequel, la dimora scozzese di famiglia e le tombe dei genitori e un adiuvante che sembra un Sean Connery invecchiato, la tattica dell’assedio, la battaglia frontale e il sopravvento all’arma bianca. Un cupo ritorno alla Temeraria Gran Bretagna, prima della rottamazione? A questo punto possiamo riformulare le domande semi-secolari di Eco – è utile o futile l’interesse per Bond? è di destra o di sinistra? – e ritentare una risposta. Per il semiologo, il “manicheismo operativo” di Fleming, il suo antisovietismo, non era l’aspetto ideologicamente reazionario; questo risiedeva nei clichés letterari e nei luoghi comuni che “massaggiavano” la mentalità dei lettori.

Skyfall introduce oggi una diversa dimensione al racconto del Servizio Segreto e delle spie; fin da The 39 Steps di John Buchan (1915), un tema privilegiato, più dello stesso poliziesco, della cultura anglosassone. Come Len Deighton (The Ipcress File, 1962) e John Le Carré (A Perfect Spy, 1986), l’ultimo Bond è un esperimento mentale sulla metamorfosi della guerra; l’agente d’enunciazione del mutato ruolo tattico ed esistenziale dell’intelligence.

Dai primi successi di Bond, alcuni muri sono crollati e altri sono stati edificati. È cambiata soprattutto la cultura bellica nel mondo balcanizzato della globalizzazione. Guerre (paradossalmente) umanitarie a zero (propri) morti, combattute con tecniche hard gestite da micidiali tecnologie soft. Guerre ibride e tridimensionali – estraterritoriali ed extra-atmosferiche – e soprattutto asimmetriche (Fabbri, Montanari 2012). La RAM, cioè la Rivoluzione negli Affari Militari ha preso atto della fine del confronto duale – la grand strategy della lunga guerra fredda –, della sparizione del nemico parallelo e del moltiplicarsi di avversari in condizioni di disparità, impegnati imprevedibilmente in scontri a bassa intensità.

Vincere non è più trovare il centro di gravità del nemico, ma scongiurare la sconfitta o convincere di aver vinto: ribaltare narrativamente, con i media o la storiografia, i risultati sul campo. Una condizione post-eroica i cui stili strategici accrescono il valore dell’HUMINT, i servizi di Human Intelligence. Cambiano i connotati della spia, che combatte il cyber-terrorismo con le armi dei segni e del segreto, della sorpresa e dell’inganno. Skyfall realizza con il linguaggio raffinato del noir questa guerra di ombre nell’ombra (Black 2005).

Nel duello antiterroristico, fatto di durezza e sagacia, non è più d’attualità la lotta ottocentesca contro l’individuo (il Dr. NO di Goldfinger) o l’associazione (SPECTRE) che ricattano gli Stati per il controllo del mondo. L’avversario, di cui la spia deve spezzare i vincoli sociali provocandone il collasso morale e mentale, è interno e persino intimo (Bloom 1990). È il nodo centrale dell’intrigo di Skyfall, dove l’avversario è Raoul Silva (Javier Bardem), ex-membro dell’MI6, un omologo di Bond, a eccezione della omosessualità (ma l’outing di John Logan, lo sceneggiatore del film, promette sorprese all’insistita eterossesualità di 007, ai sospiri postcoitali delle bond girls). Duplicando la duplicità, il terrorista Silva si serve delle divise dei difensori dell’ordine pubblico e compie, a Londra, uno spettacolare attentato alla metropolitana. Ma il suo ultimo scopo è l’ambivalente relazione con Her Majesty, M. (Dewerpe 1994, Boltansky 2012).

È l’ultima acquisizione esistenziale dell’attore strategico: ogni intelligenza può diventare intelligenza con il nemico. Nel gioco mortale dei servizi, sistema immunitario degli Stati, prolifera l’anomalia delle risposte autoimmuni, dirette contro il proprio organismo. La globalizzazione impone l’immunodepressione, l’abbassamento delle difese davanti all’alterità da accogliere, ma al tempo stesso provoca infezioni ideologiche. L’ultimo film della saga Bond realizza una soluzione immaginaria a questo problema reale. Ritornare al passato, ritrovare un teatro delle operazioni e le sue armi, ricostruire lo scontro simmetrico grazie al vantaggio della difesa. La sconfitta del nemico si pagherà però con il suo successo, la morte di M, che 007 non riesce ad impedire.

Morta la regina, ma viva il re! Bond è fermamente back to the present. «Lascia che il cielo cada, quando si sbriciola / Noi staremo proprio qui a testa alta / O lo affronteremo assieme», canta Adele nella colonna sonora del film. E soprattutto, nel momento più politico della storia, nel corso dell’inchiesta ministeriale sulla inefficienza dell’MI6, M pronuncia alcuni versi vittoriani, talmente fuori contesto da focalizzare il loro intento simbolico. Versi tratti dall’Ulysses di A. Tennyson, rivolti ai marinai dell’eroe dantesco e che riaffermano, nella crisi e nella decadenza, la britannica ostinazione nel cercare un mondo diverso: «Anche se molto è stato già preso, molto ci aspetta; e anche se ora / Noi non siamo quella forza che nei vecchi giorni / Mosse terra e cielo, quel che noi siamo, siamo; / Un’eguale tempra di eroici cuori, / Logorati dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà / Di battersi, di cercare, di trovare, e di non cedere». E ancora: «Venite, amici miei, / Non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo».

Prestiamo orecchio e, volendo, diamo man forte. Intanto sventola l’Union Jack e Ulisse/Bond, riprende la navigazione: sono in corso due nuove avventure.

© 2015 -MIM EDIZIONI SRL

Tratto, per gentile concessione dell’autore e della casa editrice, da Bond, James Bond. Come e perché si rappresenta l’agente segreto più famoso del mondo, a cura di Alberto Abruzzese e Gian Piero Jacobelli, Mimesis edizioni, 2015.

 

Riferimenti bibliografici

Black, Jeremy, 2005, The Politics of James Bond: From Fleming’s Novels to the Big Screen, University of Nebraska Press, Lincoln NE.

Bloom, Clive, 1990, Spy Thrillers. From Buchan to Le Carré, Macmillan, London. Boltanski, Luc, 2012, Enigmes et complots, Gallimard, Paris.

Dewerpe, Alain, 1994, Espion. Une anthropologie historique du secret d’Etat contemporain, Gallimard, Paris.

Eco, Umberto, 1976, Il superuomo di massa, Bompiani, Milano.

Fabbri, Paolo, Montanari, Federico, 2012, Semio-guerra. Approfondimenti per una semiotica della strategia, in Bozzo, Luciano, a cura di, Studi di strategia, Egea-Bocconi, Milano.

L’autore

Paolo Fabbri insegna Semiotica presso la Scuola di giornalismo e il Master of arts della LUISS di Roma. È direttore del Centro Internazionale di Scienze Semiotiche (CiSS) dell’Università di Urbino e Presidente del Laboratorio Internazionale di Semiotica a Venezia (LISAV), Università Ca’ Foscari, Venezia. Dal 1992 al 1996 ha diretto l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi. Tra le sue pubblicazioni: La svolta semiotica (Laterza 1998), Elogio di Babele (Meltemi 2000), Segni del tempo (Meltemi 2004).

Categoria: Letture

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