Tradimenti e traditori del Novecento (e oltre)

29 maggio 2017

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di Paolo Bertinetti

Il saggio di Marcello Flores Il secolo dei tradimenti. Da Mata Hari a Snowden. 1914-2014 (Edizioni Il Mulino, 2017) ha il pregio di combinare una documentazione storica accurata con un’esemplare scorrevolezza di scrittura, capace di catturare il lettore anche non specialista e di condurlo nelle segrete vicende che fanno dire all’autore che il Novecento (cui si uniscono i primi 14 anni del XXI secolo) è stato il secolo dei tradimenti per eccellenza.

Non che il tradimento, di individui e di governi, non sia stata una caratteristica diffusa anche nei secoli precedenti. Ma si direbbe che nel Novecento (forse anche perché si dispone di una maggiore possibilità di indagare e di documentare) il tradimento sia stato una delle categorie chiave della Storia. Una categoria usata a volte a sproposito, come nel caso del ‘tradimento’ dell’Italia per l’entrata in guerra nel 1915. O come quello con cui l’Impero Ottomano (e, tuttora, la Turchia) spiegava il genocidio degli Armeni giustificandolo con l’accusa che la popolazione armena si sarebbe armata contro il governo e avrebbe così favorito un’invasione russa dell’Anatolia orientale.

Dei traditori e delle spie, veri e supposti tali, della Prima guerra mondiale il personaggio più noto è sicuramente Mata Hari, fucilata perché faceva comodo dimostrare come una pericolosa spia fosse stata brillantemente individuata. Anche se pericolosa non era, e forse neppure spia in senso proprio. Com’è ovvio Flores dedica il dovuto spazio alla famosissima danzatrice/traditrice. Ma nelle pagine precedenti ricorda un’altra ‘traditrice’ ormai quasi dimenticata, l’inglese Edith Clavel, direttrice dell’École Belge d’Infirmières Diplomées a Bruxelles, che nel Belgio occupato dall’esercito tedesco aiutò soldati inglesi e francesi feriti a raggiungere l’Inghilterra sfuggendo all’internamento in Germania. «Il mio scopo», dichiarò nel processo in cui veniva accusata di avere aiutato il nemico e danneggiato la Germania, «non era di aiutare il vostro nemico, ma di aiutare questi uomini che avevano chiesto il mio aiuto per raggiungere il confine». E quindi traditrice di chi? Di che cosa?

Il secondo capitolo del saggio è dedicato ai tradimenti degli anni Venti, con quelli di Mussolini, Lenin e Hitler, e si chiude con le pagine dedicate al tradimento degli intellettuali, cioè al tema dell’impegno (e della lealtà e fedeltà a chi e a quali princìpi) che questi affrontarono in saggi e congressi sotto il ricatto dell’Unione Sovietica. A quale fosse il ‘tradimento’ nella Russia di Stalin e nella guerra civile spagnola, Flores dedica pagine illuminanti, in particolare quando espone i caratteri di quella che definisce «l’ossessione del tradimento». Così come illuminanti sono le pagine dedicate ai tradimenti degli anni che precedono e accompagnano la Seconda guerra mondiale e che presentano il caso forse più clamoroso, quello dell’impegno radiofonico del britannico William Joyce a favore della Germania nazista.

Nel capitolo dedicato ai tradimenti della Guerra fredda spicca naturalmente il caso Kim Philby, maestro del doppio gioco a favore dei russi. Qui siamo su un terreno più familiare, in cui è più facile capire i termini del tradimento. E tuttavia vengono in mente le parole di un personaggio de Il fattore umano di Graham Greene, che scrisse la prefazione al libro di memorie di Philby, che era stato il suo superiore nei Servizi segreti inglesi. La donna del protagonista, che fa il doppio gioco a favore dei russi, gli dice che lui non ha mai tradito perché è sempre stato fedele alla sua vera patria, cioè a lei e al figlio.

A quale patria è fedele Snowden? Il quale Snowden, fa notare Flores, non può tecnicamente essere accusato di tradimento, come invece chiesero alcuni deputati e senatori statunitensi, secondo i principi di legge vigenti negli Stati Uniti. Infatti gli USA non sono in guerra e Snowden non ha trasmesso documenti al nemico. È piuttosto un whistleblower che ha reso pubblici documenti riservati. Considerarlo traditore non tiene conto del fatto che «il terreno della comunicazione, grazie a una rivoluzione tecnologica che ha reso interconnessi tutti gli angoli della terra», è ormai un terreno sovranazionale. Se non c’è uno stato da tradire, come può esserci tradimento? Non c’è però qui una vera e propria risposta. Il caso Snowden, infatti, appartiene ai nostri giorni ed è possibile rinviare ogni giudizio.

L’autore
Paolo Bertinetti, professore di Letteratura inglese all’Università di Torino, si è occupato soprattutto del teatro inglese (dell’età elisabettiana, della Restaurazione e del Novecento), della narrativa di Graham Greene e dell’opera di Beckett (tutto il teatro, Einaudi 1994, e tutte le prose brevi, Einaudi 2010). Di recente ha pubblicato, per Einaudi English Literature. A Short History (2010) e Il teatro inglese. Storia e capolavori (2013).

Categoria: Letture

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