Tiro al piccione. L’autobiografia (poco segreta) di le Carrè

23 settembre 2016

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di Paolo Bertinetti

Un anno dopo la pubblicazione della sua biografia autorizzata, John le Carré ha dato alla stampe la sua autobiografia, intitolata The Pigeon Tunnel, pubblicata in Gran Bretagna all’inizio di settembre e pochi giorni dopo in Italia con il titolo di Tiro al piccione.

Un libro affascinante, ricco di ironia che però, per quanto riguarda l’attività di agente segreto di le Carré nulla aggiunge a ciò che ‘imprecisamente’ è già stato detto da altri. E non lo aggiunge per due ragioni. Primo, per lealtà verso i Servizi segreti per i quali ha lavorato. Secondo, perché aveva garantito a coloro che avevano collaborato con lui che la promessa di riservatezza sarebbe valsa per sempre.

Il titolo dell’autobiografia deriva da una traumatica esperienza infantile di le Carré quando, a Montecarlo, il padre lo aveva portato a una postazione di tiro al piccione vicino al Casinò. I piccioni venivano immessi in una specie di piccolo tunnel, alla fine del quale si levavano in volo per essere colpiti dai tiratori. Quelli che non venivano centrati tornavano alla base. E di nuovo venivano immessi nel tunnel. «Giudichi il lettore – scrive le Carré – qual è la morale della faccenda». Difficile non pensare che le Carré avesse in mente la sorte degli agenti segreti che, tornati alla base dopo avere rischiato la vita, venivano rimandati in missione a rischiarla di nuovo.

Dall’infanzia con un padre violento alla scrittura in Cornovaglia passando per il Secret Intelligence Service

Tiro al piccione è il romanzo della vita di le Carré, dall’infanzia fino al momento in cui scrive le sue memorie nella sua casa in Cornovaglia, armato di carta e penna data la sua allergia agli strumenti ‘tecnologici’ di scrittura. «Amo scrivere – dice le Carré – in treno, nei caffè, e, se a Londra, su una panchina di Hampstead Heath». E scrive benissimo, da grande romanziere, come almeno una parte della critica si è finalmente decisa a riconoscere.

Il padre di le Carré era un truffatore, un affascinante imbroglione che con la malavita aveva avuto a che fare solo tangenzialmente, come anche con la galera. Ogni tanto lo picchiava, ma non spesso e ‘senza convinzione’. In compenso picchiava sistematicamente sua madre, che se ne andò di casa quando lui aveva cinque anni. La rivide per la prima volta quando di anni ne aveva ventuno.

Da lì a non molto venne assunto dai Servizi. Fu proprio su suggerimento di un suo superiore che scrisse il suo primo romanzo di spionaggio, Chiamata per il morto, che è un piccolo capolavoro. E poi venne il libro che divise la sua vita in ‘un prima e un dopo: La spia che venne dal freddo. Fu un successo travolgente, rinnovato dall’uscita del film che aveva come protagonista Richard Burton, un attore che le Carré apprezzava moltissimo. Quasi quanto Alec Guinness, che divenne il volto televisivo di Smiley, l’agente segreto di La talpa.

La storia di una vita attraverso la narrazione degli incontri. Nemici e amici di le Carré nelle sue parole

La descrizione dell’incontro tra lui, Guinness e un vecchio funzionario dei Servizi, che per la verità non stimava molto le Carré, è una perla narrativa. L’attore lo studia attentamente. E quando questi se ne va Guinness chiede a le Carré se è normale che gli agenti segreti abbiano ai polsini dei gemelli così pacchiani, delle scarpe scamosciate di colore arancione e l’abitudine di camminare impettiti brandendo in avanti l’ombrello. Queste due ultime caratteristiche diventarono segni distintivi dello Smiley di Guinness. La sommessa accusa di screditare i Servizi che il funzionario muoveva a le Carré servirono invece a Guinness per fornire al personaggio quel senso di colpa che l’attore attribuiva allo scrittore.

Gli incontri e le esperienze del le Carré scrittore sono ricostruiti con un ironico distacco che ne fa la delizia del lettore. Come quando racconta dell’arresto di suo padre durante la festa per il suo secondo matrimonio, o dello spuntino con Rupert Murdoch, che voleva sapere da lui chi aveva ucciso il tycoon dei media Robert Maxwell. «Forse i Servizi israeliani», rispose le Carré, limitandosi a riferire le voci secondo lui più attendibili. Murdoch non fece alcun commento, si alzò, gli diede la mano e se ne andò.

E poi ci sono gli incontri fuggevoli con i suoi accusatori, come l’ex-ministro della Difesa inglese che a un party gli dice «sei una spia dei comunisti», o come quel funzionario del MI6 che a un ricevimento presso l’Ambasciata britannica a Washington gli urla «sei un bastardo». E poi c’è quello con il poeta russo in esilio Joseph Brodsky, suo ospite in un ristorante cinese di Londra, quando a fine cena comunicano a Brodsky che ha vinto il Nobel.

L’incontro più curioso è però quello con Margaret Thatcher, che lo aveva invitato a pranzo a Downing Street. Quando gli chiese cosa eventualmente desiderava da lei, le Carré le chiese comprensione per la causa dei palestinesi. «Non cerchi di impietosirmi», gli rispose. «Sono loro che hanno addestrato i terroristi dell’IRA che hanno ucciso il mio amico Airey Neave».

Nella stessa occasione il primo ministro olandese, che sedeva allo stesso tavolo, disse di non aver mai letto un libro di le Carré. Aung San Suu Kyi invece li aveva letti quando era agli arresti domiciliari: «I suoi libri mi aiutarono molto. Erano viaggi nel mondo di fuori, che mi facevano sentire di non essere isolata dal resto dell’umanità».

Una dichiarazione che le Carré può considerare come il suo Nobel per la letteratura.

L’autore
Paolo Bertinetti, professore di Letteratura inglese all’Università di Torino, si è occupato soprattutto del teatro inglese (dell’età elisabettiana, della Restaurazione e del Novecento), della narrativa di Graham Greene e dell’opera di Beckett (tutto il teatro, Einaudi 1994, e tutte le prose brevi, Einaudi 2010). Di recente ha pubblicato, English Literature. A Short History (2010) e Il teatro inglese. Storia e capolavori (2013). Appassionato di ‘storie di spie’, ha scritto anche Agenti segreti. I maestri della spy story inglese (2015).

Categoria: Letture

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