Quanto è influente l’analisi d’intelligence?

12 aprile 2017

influenze

di Matteo Faini

Scetticismo, disincanto e pessimismo non sono certo le prime parole che ci vengono in mente quando pensiamo alle virtù di una persona, eppure queste caratteristiche fanno parte del bagaglio di ogni buon analista. Lo scetticismo aiuta a dubitare delle spiegazioni facili e ingannevoli. Il disincanto aiuta a vedere oltre le cortine fumogene delle ideologie e delle preferenze politiche. Il pessimismo aiuta ad anticipare i pericoli e ad evitarli.

In un recente articolo, Stephen Marrin, professore della James Madison University, già analista della CIA e tra i massimi esperti al mondo di analisi d’intelligence, applica queste strane virtù al mestiere che ha praticato e studiato per anni, partendo da una semplice domanda: perché l’analisi strategica ha un’influenza così limitata sulla politica estera americana? La sua risposta è innovativa e potenzialmente devastante: l’analisi d’intelligence duplica quanto fanno altri nel processo decisionale, e spesso arriva a conclusioni che non sono né più accurate né meglio informate.

Altri prima di Marrin avevano notato che l’analisi ha un’influenza minore rispetto a quella che ci dovremmo aspettare basandoci sul rapporto ideale tra intelligence e decisore politico. Nel migliore dei mondi possibili, l’intelligence fornisce al decisore politico informazioni ed analisi obbiettive, puntuali e rilevanti. Il decisore politico assorbe queste informazioni ed analisi ed arriva così a prendere decisioni migliori, nell’interesse nazionale. La letteratura aveva identificato due fattori fondamentali che limitano l’influenza dell’analisi: gli interessi politici e i difetti cognitivi di chi deve prendere decisioni di sicurezza nazionale. I decisori tendono ad ignorare le analisi che contrastano con le loro convenienze politiche, perché, ad esempio, mettono in luce problemi che preferirebbero non considerare o riducono la loro capacità di ottenere appoggi alle loro decisioni. Inoltre, i decisori politici, così come tutti noi, sono restii a modificare le proprie convinzioni, e tendono a dar retta alle analisi che confermano quanto già credono, ignorando quelle che lo smentiscono. Da questi studi emerge una visione tragica e per certi versi eroica dell’analista. Moderne Cassandre, gli analisti coraggiosamente e senza secondi fini dicono ai potenti quelle verità scomode che essi non vogliono sentirsi dire, sapendo che spesso rimarranno inascoltati.

Marrin aggiunge un’altra ragione, meno lusinghiera, alla scarsa influenza degli analisti. Egli sostiene che non sono solo gli analisti d’intelligence a fare analisi. I decisori politici regolarmente analizzano ed interpretano le informazioni che ricevono, e le loro analisi non sono necessariamente peggiori di quelle degli analisti di professione, per vari motivi. Primo, gli analisti non hanno sempre informazioni migliori dei decisori politici. Ad esempio, solitamente i decisori politici sono i soli ad avere accesso a quelle miniere di informazioni che sono le frequenti interazioni con altri leader politici. Secondo, i decisori politici non sono necessariamente meno esperti degli analisti, spesso più giovani di loro e meno pratici delle cose del mondo. Terzo, l’analisi è lungi dall’essere un processo neutrale ed obbiettivo che porta tutte le persone ragionevoli ad una stessa conclusione. I valori e gli schemi mentali degli analisti esercitano un’influenza ineliminabile sull’analisi stessa, e i valori e gli schemi mentali dell’analista non sono necessariamente migliori di quelli dei decisori politici. Anzi, i secondi sono democraticamente legittimati, al contrario dei primi.

Secondo Marrin è sbagliato ritenere che la limitata influenza dell’analisi d’intelligence sul processo decisionale sia frutto di una patologia. Si tratta invece del normale stato delle cose. I decisori politici, quando ne avranno il tempo, utilizzeranno l’analisi d’intelligence come una verifica del giudizio a cui essi erano arrivati. Se l’intelligence giunge allo stesso giudizio, essa conferma quando già credono ed è dunque ridondante. Se l’intelligence giunge ad un giudizio diverso, i decisori politici possono legittimamente preferire la loro interpretazione, e solo in un numero limitato di casi questa scelta sarà dettata da convenienze politiche o difetti cognitivi. Essi possono ritenere di avere capito meglio dell’intelligence un determinato problema, come fece correttamente l’Amministrazione di George H. W. Bush nel 1989-1990 quando continuò a prepararsi per un attacco di Saddam Hussein contro il Kuwait malgrado l’intelligence l’avesse invece escluso. Possono altresì accettare le conclusioni dell’intelligence ma non trovare alcuna soluzione che sia fattibile e desiderabile, come successe quando sempre l’Amministrazione Bush non fece nulla a seguito di un’analisi che, nel 1990, prevedeva la violenta disintegrazione della Jugoslavia. Possono infine considerare un’analisi pessimistica sulle conseguenze di una loro decisione, ma ritenere che l’alternativa sarebbe peggiore. Questa fu, sostiene Marrin, la reazione dell’Amministrazione di George W. Bush ai National Intelligence Estimates che prospettavano una crescente instabilità ed un’insorgenza in Iraq a seguito dell’invasione del 2003. L’Amministrazione Bush decise che il pericolo posto dalle presunte armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein era alto al punto da giustificare questi rischi.

La tesi di Marrin è innovativa e coraggiosa, specie per qualcuno che ha passato la vita a studiare l’analisi d’intelligence. Per chi fa dell’analisi il proprio mestiere si tratta di un salutare bagno di umiltà. Al tempo stesso però, la sua tesi soffre di qualche difetto che la rende meno forte sia sul piano esplicativo sia sul piano pratico.

Partiamo dai problemi più astratti, ma anche più basilari. La domanda di partenza (perché l’analisi strategica ha un’influenza limitata sulla politica estera americana?), condiziona e distorce i risultati della ricerca. La domanda suppone infatti quanto andrebbe invece dimostrato, inducendo Marrin a concentrarsi sui casi in cui l’influenza dell’analisi è stata scarsa anziché su quelli in cui invece l’analisi ha giocato un ruolo significativo. Meglio sarebbe stato formulare la domanda in modo più neutrale: cosa determina il grado di influenza dell’analisi d’intelligence sulla politica estera americana? In quali circostanze l’analisi sarà più o meno influente? Non si tratta soltanto di minuzie da accademico. Come dimostrato da tanti studi di psicologia cognitiva, anche applicati all’analisi d’intelligence, abbiamo la tendenza a cercare risposte che confermano quanto già crediamo, evitando quelle che ci smentirebbero. Ponendosi una domanda più neutrale, Marrin avrebbe verosimilmente esaminato e spiegato anche i casi in cui l’analisi ha avuto un’influenza significativa.

Tra i tanti esempi possibili, prendiamone uno tra i più noti. Gli analisti della CIA espressero ripetutamente grande scetticismo nei confronti della guerra in Vietnam. Non ritenevano che gli Stati Uniti potessero uscirne vittoriosi ad un prezzo accettabile, stimavano che i Viet Cong e i Nord Vietnamiti fossero ben più forti e numerosi di quanto l’esercito americano non fosse disposto ad ammettere e non pensavano che un ritiro americano avrebbe avuto le conseguenze disastrose paventate dai sostenitori della cosiddetta teoria del domino, secondo cui abbandonare il Vietnam ai comunisti avrebbe portato all’espansione del comunismo in tutta l’Asia sud-orientale. Per i primi anni dell’Amministrazione Johnson le analisi scettiche della CIA furono sostanzialmente ignorate, dando ragione a Marrin. Poi però, nel marzo 1968, alcuni dei consiglieri più ascoltati dal Presidente iniziarono ad essere più pessimisti sulle sorti della guerra e Johnson chiese di ricevere il briefing che li aveva indotti a cambiare idea. Un coraggioso analista della CIA, George Carver, ebbe così l’occasione di spiegare per più di un’ora a Johnson che la guerra in Vietnam stava andando male e non sarebbe andata meglio. Mano a mano che Carver spiegava a Johnson perché molti degli indici statistici utilizzati fin lì avevano scarsa attinenza con la realtà, il Presidente si fece scuro in volto, ribollendo di rabbia e chiedendo più volte a Carver se avesse finito. Carver trattenne Johnson fino alla fine, quando Johnson uscì infuriato dalla stanza. Carver pensò di aver posto fine alla sua carriera, ma poco dopo il Presidente rientrò e si congratulò con lui. Capendo di essere stato sconfitto, quattro giorni dopo Johnson annunciò che avrebbe ritirato la sua candidatura per le elezioni presidenziali. Sarebbe esagerato attribuire la decisione di Johnson interamente al briefing di Carver ma esso, come tante altre analisi, esercitò comunque un’influenza considerevole[1]. Marrin, però, non spiega quando l’analisi riuscirà ad essere più influente.

A prima vista potrebbe sembrare che la tesi di Marrin sia ulteriormente indebolita dall’aver considerato solo gli Stati Uniti. Di certo per sviluppare e testare una teoria dell’influenza dell’intelligence sarebbe stato necessario considerare altri casi, non solo quello americano a cui la letteratura sull’intelligence dedica fin troppa attenzione. Marrin non giustifica la sua scelta, ma avrebbe potuto farlo sostenendo che l’intelligence americana è il caso più difficile per la sua tesi pessimista. L’intelligence americana infatti ha una tradizione analitica molto forte e radicata, è all’avanguardia in quanto a innovazioni nei metodi analitici e la performance dei suoi analisti, per quanto difficile da misurare e non esente da gravi errori, è verosimilmente tra le migliori al mondo[2]. Di conseguenza l’influenza dell’intelligence stessa dovrebbe essere maggiore negli Stati Uniti che non in Paesi senza una comparabile tradizione analitica[3]. Se possiamo dimostrare che anche negli Stati Uniti l’influenza dell’intelligence è scarsa, avremo dimostrato la nostra tesi su un caso meno probabile, e potremmo dunque presumere che la tesi si applichi anche a casi più facili.

Tuttavia, l’analisi empirica di questo caso più difficile non è sempre convincente. Ad esempio, qualsiasi decisore politico che ha rigettato un’analisi pessimistica dell’intelligence poi rivelatasi corretta avrà interesse a dire che l’analisi era stata considerata, ma che nulla si poteva fare per prevenire l’esito negativo. Così hanno fatto le Amministrazioni di Bush padre e figlio riguardo rispettivamente all’implosione della Jugoslavia e alle conseguenze della guerra in Iraq. Marrin prende le loro giustificazioni per buone e le utilizza a sostegno della sua tesi, sia pur tradendo qualche incertezza. Tuttavia, una disamina più accurata avrebbe mostrato che, almeno nel caso della guerra in Iraq, la pianificazione per il post-invasione fu superficiale ed eccessivamente intrisa di ottimismo e che chi, all’interno della CIA, mise in guardia dalle conseguenze dell’invasione, fu duramente e pubblicamente criticato[4]. In altre parole, le spiegazioni tradizionali basate sulle convenienze politiche e sui difetti cognitivi appaiono più forti di quanto Marrin non le faccia sembrare, anche nei casi da lui esaminati.

Infine, gli argomenti di Marrin concedono troppo alle capacità analitiche dei decisori politici. Senz’altro alcuni di essi saranno più esperti e magari anche più capaci degli analisti. Difficilmente un analista della CIA appena uscito dal college avrebbe molto da insegnare ad un Henry Kissinger. Non c’è dubbio poi che occasionalmente le previsioni dei decisori politici si riveleranno più accurate, ma lo stesso può dirsi di previsioni del tutto casuali, come quelle di una scimmia armata di freccette. Eppure è difficile sostenere che, in media, i decisori politici produrranno analisi migliori degli analisti. Hanno meno tempo a disposizione, spesso non hanno una preparazione adeguata e, per via dei loro interessi politici e dei loro difetti cognitivi, tenderanno a raggiungere conclusioni convenienti che altro non fanno che ripetere quanto vogliono sentirsi dire. Nei Paesi autoritari, dove raramente esiste un’analisi indipendente e neutrale, i decisori politici manipolano regolarmente i risultati dell’analisi stessa, con risultati spesso disastrosi[5].

Nonostante questi limiti, l’articolo di Marrin merita di essere letto da un pubblico più ampio dei soli specialisti accademici. Ancora non abbiamo una spiegazione completa e convincente del perché e del quando l’analisi sarà più o meno influente sul processo decisionale, ma Marrin ci mette in guardia dall’avere aspettative troppo elevate al riguardo. L’analisi non è monopolio degli analisti, e cercare di conquistare questo monopolio è una battaglia persa in partenza. Invece, gli analisti devono capire dove e quando possono arricchire la capacità di analisi dei decisori politici. Solo così potranno trovare il giusto equilibrio tra influenza da un lato ed obbietività dall’altro.

Keyword: analisi, decision-making

[1] Dieci giorni prima del briefing di Carver, Johnson aveva invocato pubblicamente «uno sforzo nazionale totale per vincere la guerra.» Vedi C. Andrew, For the President’s Eyes Only. Secret Intelligence and the American Presidency from Washington to Bush, Harper Perennial, New York (NY) 1995, pp. 344-346.

[2] Si vedano, ad esempio, R. Kerr, The Track Record: CIA Analysis from 1950 to 2000 in Analyzing Intelligence: Origins, Obstacles and Innovations, a cura di R. George e J. Bruce, Georgetown University Press, Washington, DC, 2008, pp.35-54 e M. Lowenthal, e R. Marks, Intelligence Analysis: Is It As Good As It Gets?, in «International Journal of Intelligence and Counterintelligence», Vol. 28, pp. 662-665, 2015.

[3] Sulla scarsissima influenza dell’analisi d’intelligence sovietica, si veda R. Garthoff, Soviet Leaders and Intelligence, Georgetown University Press, Washington, DC, 2015.

[4] Vedi P. Pillar, Intelligence, Policy and the War in Iraq, in «Foreign Affairs», marzo-aprile 2016, https://www.foreignaffairs.com/articles/iraq/2006-03-01/intelligence-policy-and-war-iraq e, tra le tante critiche, The CIA’s Insurgency, in «The Wall Street Journal», 29 settembre 2004, https://www.wsj.com/articles/SB109641497779730745, e Stephen Hayes, Paul Pillar Speaks, Again. The latest CIA attack on the Bush Administration is nothing new, in «The Weekly Standard», 10 febbraio 2006, http://www.weeklystandard.com/paul-pillar-speaks-again/article/7897.

[5] Vedi C. Andrew, Intelligence, International Relations and ‘Under-theorisation’, in «Intelligence and National Security», Vol. 19, No. 2, 2004, pp. 170-184, specie pp. 177-179; K. Pollack, Arabs at War. Military Effectiveness, 1948-1991, University of Nebraska Press, Lincoln (NE) and London, 2002, pp. 561-563; U. Bar Joseph, The Politicization of Intelligence: A Comparative Study, in «International Journal of Intelligence and Counterintelligence», Vol. 26, No. 2, 2013, pp. 347-369 p. 348 e Garthoff, Soviet Leaders and Intelligence, pp. 12 e 85.

 

L’autore
Matteo Faini ha recentemente completato un PhD in Politics all’Università di Princeton, con una tesi sui rapporti tra agenzie di intelligence e decisori politici. È Max Weber Fellow allo European University Institute. È autore, tra gli altri, di The US Government and the Italian Coup Manqué of 1964: The Unintended Consequences of Intelligence Hierarchies (pubblicato in «Intelligence and National Security»).
Per il nostro sito ha scritto anche Capire le intenzioni del nemicoMachiavelli analista di intelligenceSherman Kent e il ruolo dell’intelligence nel processo di policy,  “Lo sai tenere un segreto?”L’intelligence, le scimmie e la sfera di cristallo e Gli strumenti dell’analista. Tecniche analitiche e loro critici.

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