Nome in codice H21, Coelho racconta Mata Hari

7 dicembre 2016

Mata-Hari

di Paolo Bertinetti

Il 15 ottobre 1917 l’olandese Margaretha Zelle, meglio conosciuta come Mata Hari, viene fucilata a Vincennes con l’accusa di essere una spia dei tedeschi. Il corpo della donna viene sepolto in una fossa comune. La testa, secondo la prassi, viene consegnata alle autorità competenti e custodita nel Museo di anatomia di Parigi, da cui verrà però trafugata. Ci si accorgerà della sparizione nel 2000, ma probabilmente il reperto era stato rubato assai prima. Un mistero che si aggiunge a quelli legati all’attività di spia di Mata Hari, alla cui vita il romanziere Paulo Coelho ha dedicato il suo libro più recente, La Spia, pubblicato il 10 novembre 2016 per la casa editrice La nave di Teseo.

Sin dall’inizio Coelho avverte il lettore di aver immaginato lui, sulla base della documentazione esistente, quali siano stati i sentimenti, i dubbi, le motivazioni recondite dell’esistenza di questa donna bellissima, sensuale, affascinante che per anni incantò le platee (e gli uomini) di mezza Europa.

Il libro, dopo un breve prologo dedicato all’esecuzione, immagina che Mata Hari, in attesa di sapere se il Presidente della Repubblica le avesse concesso o meno la grazia, scriva nella prigione di Saint-Lazare una lunghissima lettera al suo difensore, l’avvocato Clunet. Si arriva così a pagina 144 del libro. Le quaranta pagine seguenti sono occupate dalla lettera immaginaria che Clunet scrive a Mata Hari dopo aver saputo che la domanda di grazia è stata respinta.

Buona parte del libro ricostruisce la vita della donna prima che venisse assunta come agente dei Servizi segreti germanici dal console tedesco all’Aja. Era l’inizio del 1916. Le furono dati 22.000 franchi − relativamente pochi −, la sigla di agente H21 e delle boccette d’inchiostro simpatico per scrivere i messaggi. Le boccette, affermò Mata Hari, le buttò subito via.

La riscrittura della biografia di Mata Hari «donna emancipata e indipendente in un mondo di uomini»

Nella prima parte Coelho reinventa la biografia di Margaretha Zelle alla luce di quello che le fa dire nelle prime pagine, quando nella lettera immaginaria la donna afferma che il crimine da lei commesso non fu quello di essere una spia, ma quello di essere «una donna emancipata e indipendente in un mondo governato da uomini». Coelho, basandosi su dati già noti, fornisce una versione decisamente verosimile della vita di Mata Hari. Ci aggiunge l’immaginazione del romanziere, con il punto di vista di oggi sul giudizio rispetto al maschilismo (nel caso di Mata Hari inteso anche come violenza vera e propria), e ne fornisce un ritratto accattivante che aiuta il lettore a credere nell’innocenza della donna.

Coelho fa dire a Mata Hari, nella lettera al difensore: «mi hanno condannata per spionaggio, mentre mi sono limitata a raccogliere soltanto i pettegolezzi dei salotti dell’alta società». Mata Hari sarebbe quindi stata colpevole non di doppiogiochismo, ma di millantato credito (come certi faccendieri di oggi), aggravato per la verità dal fatto che millantare con i Servizi in tempo di guerra è un comportamento non certo accettabile.

Giunta a Parigi dall’Olanda, Mata Hari si reca in Spagna e torna poi a Parigi nell’agosto del 1916, quando il Capitano Ladoux del Deuxième Bureau le propone di entrare nei Servizi francesi. Proposta accettata e, si dice, accompagnata dalla richiesta di un milione di franchi per i suoi servigi. Pochi mesi dopo Mata Hari viene arrestata e processata, senza che l’avvocato difensore potesse intervenire, se non nell’ultimissima fase processuale.

La spia Mata Hari e la sua (anomala) condanna a morte nelle parole dell’avvocato Clunet

Per quanto riguarda l’attività di spia della femme fatale, Coelho costruisce la sua verità affidandola alle parole dell’avvocato Clunet che evidenziano l’arbitrarietà giuridica del processo. In quel momento i Servizi segreti della Francia, come il suo esercito, erano in grande difficoltà. La condanna di Mata Hari serviva innanzitutto a dare una patente di efficienza ai Servizi segreti. E serviva poi a spostare l’attenzione dalle allora sfortunate vicende militari a quelle apparentemente vincenti dell’affascinante mondo spionistico.

Quattro giorni dopo l’esecuzione di Mata Hari il suo reclutatore, il capitano Ladoux, fu accusato di spionaggio a favore dei tedeschi e incarcerato. Venne poi rilasciato nel 1919, ma rimane il forte dubbio che fosse un doppiogiochista. Nel 1947 il pubblico ministero André Mornet, ricorda Coelho, dichiarò in un’intervista che «le prove erano talmente risibili che non sarebbero servite neppure per condannare un gatto». Coelho stesso non può essere certo della sua innocenza. Ma possiamo riconoscere con lui che se anche Mata Hari fosse davvero stata una doppiogiochista, in un processo svolto nel rispetto della legge avrebbe dovuto comunque essere assolta per insufficienza di prove.

Ma un avvocato difensore, come in fondo è Coelho, deve però essere preciso. Se qualche dato da lui fornito risultasse errato, il suo intero castello difensivo potrebbe infatti essere messo in dubbio. E, nel libro, Coelho dice che la pacifista e femminista Hélène Brion era «una compagna di reparto» di Mata Hari nel penitenziario di Saint-Lazare. Il che non è possibile. La Brion fu incarcerata il 17 novembre 1917, più di un mese dopo la fucilazione di Mata Hari.

L’autore
Paolo Bertinetti, professore di Letteratura inglese all’Università di Torino, si è occupato soprattutto del teatro inglese (dell’età elisabettiana, della Restaurazione e del Novecento), della narrativa di Graham Greene e dell’opera di Beckett (tutto il teatro, Einaudi 1994, e tutte le prose brevi, Einaudi 2010). Di recente ha pubblicato, English Literature. A Short History (2010) e Il teatro inglese. Storia e capolavori (2013). Appassionato di ‘storie di spie’, ha scritto anche Agenti segreti. I maestri della spy story inglese (2015).

Categoria: Letture

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