Intellegere, artisti e scrittori raccontano la Biblioteca delle spie - Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica

Intellegere, artisti e scrittori raccontano la Biblioteca delle spie

20 febbraio 2018

Intellegere

di Paolo Bertinetti

I tre volumi di Intellegere, la biblioteca delle spie, raccolti in un elegante cofanetto, costituiscono innanzitutto, al di là del loro valore intrinseco da un punto di vista letterario, uno splendido “oggetto da biblioteca”. La parte iconografica ne costituisce infatti una componente essenziale, in particolare per quanto riguarda il terzo volume, che è dedicato a Ferenc Pinter, di cui raccoglie alcune delle sue più belle illustrazioni insieme a diverse illuminanti testimonianze su di lui e sulla sua opera. La testimonianza più bella è quella dello stesso Pinter, che racconta come lui, ungherese per parte di padre e di madre italiana, visse i giorni della rivoluzione ungherese del 1956, la sua repressione da parte dell’Unione Sovietica e la fuga in Italia. E infine la scoperta, guardando i manifesti della serie Carpano sul lungomare di Iesolo, che il mestiere dell’illustratore sarebbe stato il suo lavoro – e la sua vita.

“Illustratore” è un termine che potrebbe sembrare limitativo. Pinter, invece, ne era serenamente fiero: non voleva essere definito “pittore” e si trovava a proprio agio di fronte a una parola che individuava benissimo la natura del suo principale e quasi esclusivo lavoro: quello di illustrare con il suo tocco sapiente, con i suoi colori da acquerello, con quelle sue figure che coglievano i personaggi nell’atteggiamento che ne racchiudeva il carattere, il significato del libro per cui aveva creato la copertina.

Molti di questi libri erano dei classici, altri dei romanzi di autori contemporanei, altri ancora erano dei thriller, dei gialli, dei polizieschi. Scrive Stefano Salis, parlando delle copertine dei romanzi di Grazia Deledda nella collana degli Oscar Mondadori, che ciò che «dava grandiosità a quei piccoli rettangoli di carta era la precisione millimetrica con la quale l’autore delle illustrazioni era riuscito a carpire il segreto stesso dei libri». Nel caso dei tanti Oscar in cui comparivano le inchieste del commissario Maigret era stupefacente vedere come per cogliere quel segreto fosse decisiva la semplice immagine stessa del commissario: quei pochi tratti colorati erano la sineddoche del romanzo che illustravano.

Questa osservazione ci consente di avvicinarci alla natura dei due primi volumi raccolti nel cofanetto, che costituiscono un appassionante percorso (sempre accompagnato dalle illustrazioni di Ferenc Pinter) attraverso la “biblioteca delle spie”. Base di partenza di questo percorso è stato il lavoro di Giulio Ruspoli, pseudonimo di Giampaolo Rugarli, curatore dei tre volumi antologici intitolati L’intelligence nella letteratura, pubblicati tra il 2003 e il 2005: le sue introduzioni, rivedute aggiornate, arricchite e integrate, sono confluite in questa nuova opera che, come scrive Ferruccio De Bortoli nella sua Prefazione, costituisce «un viaggio colto e critico nell’evoluzione della figura dell’agente segreto. Un manuale storico dell’intelligence. E, se vogliamo, anche un trattato sulla letteratura di genere».

Il primo volume si apre con un capitolo su La spia di James Fenimore Cooper, il romanzo che inaugura con quasi un secolo di anticipo il genere della spy story, e sull’opera di Edgar Allan Poe, che stabilisce, per così dire, le regole del giallo e che nel suo piccolo capolavoro La lettera rubata si muove in un territorio vicino a quello del romanzo di spionaggio. Il procedere del volume non è dettato però soltanto dall’ordine cronologico; e l’ordine cronologico non è il solo criterio ordinativo. I capitoli che si susseguono affrontano via via gli autori e i testi fondamentali nello sviluppo del genere spionistico, ma con un’attenzione costante ai riflessi storici e politici coevi delle vicende narrate, di cui costituiscono non soltanto lo sfondo o la base, ma quasi la stessa ragion d’essere.

La necessità di avere informazioni sull’operato altrui e l’opportunità di agire in casa d’altri erano imprescindibili. I grandi imperi, quello inglese e quello russo, le grandi potenze, la Francia e la Germania, per garantire la propria sicurezza e indebolire quella delle nazioni rivali non potevano fare a meno di dotarsi di un apparato ad hoc. Gli scrittori lavoravano e inventavano a partire da questa realtà di fatto; e spesso, come nel caso di autori di valore modesto ma all’epoca di grandissimo successo (il caso di Le Queux è il più evidente) influenzavano o comunque facevano da sostegno alle scelte politiche e organizzative (ad esempio nel caso di Erskine Childers) del loro Paese.

Questa complessa realtà e questo intreccio tra finzione narrativa e decisioni governative è registrato con sintetica precisione nelle pagine del volume. E un opportuno spazio è dato anche agli autori che magari hanno solo sfiorato il tema della spy story ma che comunque nella loro opera hanno dato un utile e affascinante contributo alla comprensione di certi meccanismi che risultano essenziali per meglio capire il mondo dello spionaggio e delle spie. Un capitolo di particolare interesse, anche per l’intreccio tra Storia e finzione, è quello dedicato alla Guerra Fredda, che è anche lo sfondo dei primi romanzi di Ian Fleming, autore ineludibile, giustamente affrontato in un capitolo a parte, dopo le pagine sulla “spy story in versione popolare”.

Il secondo volume, che ha come titolo Dalla distensione ai giorni nostri è anch’esso attento alla rappresentazione dell’intreccio tra finzione e realtà (che nel caso del romanzo di spionaggio, come abbiamo letto nel primo volume, supera nettamente la finzione). Ma per la verità, presentando l’opera di molti degli autori ancora in attività, o comunque ancora attivi negli anni Ottanta del secolo scorso, molto spazio ancora dev’essere dedicato al periodo della Guerra Fredda, quello in cui si muovono gli agenti di le Carré, di Len Deighton, di Ludlum, di Forsyth. Gli ultimi romanzi di quest’ultimo, scritti dopo l’11 settembre, affrontano il tema del terrorismo. La distensione c’è stata, il Muro e i muri sono caduti, ma una nuova minaccia è sorta.

L’ultimo capitolo del secondo volume, Momenti di gloria, affronta le questioni e i problemi che il terrorismo pone. Nell’ultima pagina leggiamo come la figura dell’agente segreto «raccoglie ora il plauso dell’uomo della strada, consapevole che, nell’attuale contingenza, la sua sicurezza […] dipende dalla preparazione e dalla capacità di di chi è mandato a intercettare gli indicatori delle follie del mondo». Soprattutto, sia detto a costo di cadere in un paragone inopportuno, se l’agente appartiene ai Servizi di sicurezza italiani. Le circostanze e i tempi sono questi. È doveroso prenderne atto. Ma sia poi lecito sfogliare di nuovo il terzo volume, per regalare a nostri occhi le affascinanti immagini delle illustrazioni di Pinter.

L’autore
Paolo Bertinetti, professore di Letteratura inglese all’Università di Torino, si è occupato soprattutto del teatro inglese (dell’età elisabettiana, della Restaurazione e del Novecento), della narrativa di Graham Greene e dell’opera di Beckett (tutto il teatro, Einaudi 1994, e tutte le prose brevi, Einaudi 2010). Di recente ha pubblicato, per Einaudi, English Literature. A Short History (2010),  Il teatro inglese. Storia e capolavori (2013) e, per Laterza, Il romanzo inglese (2017).

Categoria: Letture

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