Dallo spionaggio all’intelligence

18 giugno 2013

pearl harbor

L’intelligence è conoscenza, quel tipo di conoscenza che è indispensabile ai decisori, politici e militari, per tutelare il benessere della Nazione.

Inizia con queste parole il libro Strategic Intelligence for American World Policy di Sherman Kent. Pubblicato nel 1949, agli albori della Guerra Fredda, ed edito dalla Princeton University Press, il saggio di Kent è il primo testo accademico mai pubblicato, a livello internazionale, nel campo degli studi di intelligence. Un classico della letteratura del settore che, nonostante i tanti anni trascorsi, non perde di attualità.

Nato in California nel 1903[1] Sherman Kent nei primi anni della propria carriera è ricercatore e docente di storia europea dell’Università di Yale. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale viene chiamato a prestare servizio all’interno dell’Office of Strategic Services (OSS), l’intelligence strategica del governo statunitense, in qualità di dirigente del Research and Analysis Branch.

Terminata la guerra e dopo un breve periodo come docente presso il National War College, Kent ritorna a insegnare all’Università di Yale che, tre anni dopo, abbandonerà definitivamente per intraprendere una carriera ventennale nei Servizi segreti. Sherman Kent, tutt’ora considerato negli Stati Uniti il padre dell’analisi di intelligence, ha fatto parte di quel gruppo composito di giovani (e meno giovani) brillanti accademici cui il governo di Washington affidò l’edificazione della struttura analitica della CIA, l’agenzia di intelligence creata dal National Security Act nel 1947 allo scopo di fornire con continuità – anche in tempo di pace e non solo in tempo di guerra – al Presidente degli Stati Uniti informazioni e analisi strategiche per la sicurezza nazionale di una nascente potenza globale.

Convinto che l’intelligence fosse una vera e propria disciplina, Sherman Kent è il più acceso sostenitore dell’esigenza di “professionalizzare” l’analisi e gli analisti di intelligence attraverso la ricerca accademica, la sperimentazione di metodologie e tecniche analitiche ed il consolidamento di teorie e dottrine. Kent ritiene, a tal proposito, che siano proprio le istituzioni della sicurezza nazionale a dover svolgere un’essenziale funzione di stimolo e, fin dagli anni ’50, caldeggia sia la creazione della prima rivista scientifico-professionale[2] sia la creazione di un Institute for the Advanced Study of Intelligence [3]. Per Kent, infatti, l’esistenza di una letteratura specialistica, frutto anche di un processo di ricerca scientifica, costituisce, come per ogni disciplina degna di questo nome, un elemento tanto più rilevante ed indispensabile quanto ancora, agli inizi della Guerra Fredda, quasi del tutto assente nel settore dell’intelligence.

È  in questo contesto che, tra il 1947 ed il 1949, vede la luce il libro Strategic Intelligence for American World Policy, scritto da Kent durante la sua permanenza all’Università di Yale e finanziato dalla Fondazione Guggenheim. L’obiettivo dichiarato di Kent è quello di introdurre nel dibattito culturale e accademico americano una riflessione sul ruolo dei Servizi segreti, e in particolare dell’analisi di intelligence, nel processo decisionale governativo in una delicata fase di transizione verso un sistema di bipolare caratterizzato dall’antagonismo tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Ma obiettivo di Kent è anche quello di evidenziare come sia indispensabile, per il sistema di sicurezza nazionale americano, il dotarsi di una permanente ed efficiente capacità di “intelligence strategica”, ovverosia di lettura e interpretazione degli affari internazionali. Una capacità, è bene sottolinearlo, tutto sommato trascurata dal governo americano fino al secondo conflitto mondiale e all’attacco di Pearl Harbor.

Il libro è suddiviso in tre parti che rispecchiano quelli che sono, per l’autore, i tre significati del soggetto “intelligence”: conoscenza, organizzazione, attività. L’intelligence è, infatti, un tipo di conoscenza su una determinata questione ma è anche l’organizzazione che produce quel tipo di conoscenza ed è, infine, l’attività svolta da quell’organizzazione per arrivare a produrre quella conoscenza.

Innanzitutto intelligence è conoscenza di alto livello sulle capacità e le intenzioni degli attori stranieri. È strategica e in quanto tale quindi distinta e differente da quella operativa e tattica. High-level foreign positive intelligence, come la definisce Kent, che serve al decisore politico per pianificare adeguatamente sia la politica estera che la politica di sicurezza nazionale.

L’intelligence (o conoscenza) strategica si compone di tre elementi i quali peraltro corrispondono, evidenzia Kent, ai tre principali tipi di prodotti analitici distribuiti usualmente dai Servizi. Un elemento descrittivo o di base, un elemento di taglio situazionale e un elemento speculativo.

L’elemento descrittivo costituisce, scrive Kent, la base per i successivi due elementi e consta, generalmente, nella raccolta, anche di tipo enciclopedico, di tutte le informazioni essenziali su un dato Paese (economia, infrastrutture, popolazione, geografica, forze armate, struttura di governo, ecc.).

L’elemento situazionale serve, invece, per inserire nel flusso informativo aggiornamenti sugli sviluppi correnti. Laddove l’elemento descrittivo fotografa, ad ampio spettro, una situazione statica, la current intelligence ne coglie dinamismo, cambiamenti ed evoluzioni. Infine, il terzo elemento, quello speculativo che per Sherman Kent costituisce il livello di conoscenza più alto e il più importante e consiste nell’analizzare gli elementi informativi raccolti per valutare capacità e intenzioni del target, identificare i punti di forza e di debolezza e procedere a una stima di tipo previsionale sugli sviluppi futuri.

Ma l’intelligence è anche organizzazione. Un’istituzione – scrive Kent – composta da persone adeguatamente addestrate e formate per raccogliere efficacemente informazioni, riservate e non, sugli attori internazionali. Esperti che sanno individuare le questioni strategiche e sono in grado di produrre conoscenza che sia realmente utile per il decisore.

In questa sezione il libro contiene un interessante approfondimento su come un complesso sistema di intelligence dovrebbe organizzarsi per produrre conoscenza strategica su scala globale: perseguendo un attento bilanciamento tra aree regionali e funzionali  ma soprattutto costituendo una struttura centrale (di fatto la Central Intelligence Agency) la quale, pur non eliminando i Servizi dei singoli ministeri, sia in grado di integrare informazioni ed analisi proiettandole su scala strategica ed inserendole quanto più in profondità possibile nel processo decisionale di vertice (nel sistema di governo statunitense costituito dal Presidente e dal Consiglio per la sicurezza nazionale).

L’intelligence, infine, è attività. È un processo composto da più fasi che inizia con il manifestarsi di un problema che richiede attenzione da parte dello strategic intelligence staff, prosegue con l’analisi del problema da parte dell’organizzazione di intelligence, cui fa seguito la raccolta dei dati necessari e la loro valutazione e si conclude con la presentazione al decisore, oralmente o in forma scritta, delle ipotesi sviluppate dall’organizzazione.

Di fatto, quello che descrive Kent in questo libro di fine anni ’40 è il ben noto ciclo dell’intelligence  con un approccio di tipo scientifico che ben si evidenzia nella particolare attenzione che il futuro dirigente della CIA dedica alla raccolta dei dati ed alla formulazione di ipotesi.

In conclusione, il testo di Sherman Kent può essere considerato un caposaldo della letteratura specialistica che segna una svolta: il passaggio dallo spionaggio all’intelligence.

 


[1] Sherman Kent è scomparso nel marzo del 1986  e nel 2000 gli è stata intitolata la scuola per l’analisi di intelligence della CIA.

[2] Nel 1955 la CIA creò “Studies in Intelligence”, tutt’ora esistente.

[3] Nel 1975 la CIA ha istituito il proprio centro studi, il Center for the Study of Intelligence.

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