La conoscenza è il più valido antidoto contro la paura

31 gennaio 2017

Il 30 gennaio si è tenuto a Napoli un convegno sul tema “Mediterraneo e migrazioni dall’Africa. Rischi e opportunità”. Questo è il testo dell’intervento del Direttore generale del DIS, prefetto Alessandro Pansa:

Magnifici Rettori, Autorità convenute, Signori ospiti, cari studenti, Signore e Signori,

desidero anzitutto ringraziare gli Atenei campani che, insieme con la Scuola del Comparto intelligence nazionale, hanno reso possibile la realizzazione di questo evento.

Oggi siamo qui per iniziare un lavoro assieme, ed il primo compito al quale siamo chiamati è quello di definirne i presupposti e gli obiettivi, per poterlo indirizzare verso risultati utili: fecondi tanto per la comunità accademica, quanto per chi si occupa, per professione, di sicurezza nazionale, come pure, lo spero, per l’opinione pubblica nel suo complesso, nell’auspicio che tutti noi si riesca a fornire al dibattito sulla tematica dell’immigrazione un contributo innovativo e non banale, un apporto originale di conoscenza e di consapevolezza.

Per quel che riguarda la gestione concreta della questione migratoria da parte del nostro Paese, mi limito a ricordare che stiamo operando, Governo ed Amministrazioni competenti, in conformità agli indirizzi politici espressi in sede parlamentare, sulla base di principi di umanità, di correttezza, di rigore, e rispettando le regole nazionali ed internazionali, alcune delle quali, lo sappiamo, sono oggetto di legittima discussione e di aperto confronto in sede nazionale ed europea. Ciò premesso, stamani siamo qui per un altro motivo. Quale responsabile dell’intelligence, in questo consesso credo di avere, per prima cosa, il dovere di domandarmi se davvero il fenomeno delle migrazioni sia, per sua natura, collegato intimamente ed irrimediabilmente alla dimensione della sicurezza.

Personalmente ritengo che non lo sia, e mi piace ricordare come importanti studi scientifici mi confortino in questo convincimento. Non nego che la migrazione sia sempre più vissuta ed interpretata come una preoccupazione securitaria. Vi è, certamente, un particolare prisma attraverso il quale si tende a leggerla, che la pone al centro del panorama della minaccia, addirittura come snodo di un ampio reticolo di paure, di disagi, di credenze più o meno fondate, che ci inducono a percepire il mondo in cui viviamo come uno sconfinato universo del rischio e del pericolo.

La possibilità di sederci attorno a questo tavolo costituisce un’occasione importante, in primo luogo per sfuggire alla trappola di queste percezioni distorte. Non siamo assolutamente condannati ad una qualche alternativa obbligata ad etichettare le grandi migrazioni di massa, nel momento in cui bussano alle nostre porte, o come vettori di terrorismo, criminalità, disoccupazione, estremismi vari, oppure come semplici opportunità utilitaristiche per le nostre economie. In ambo i casi, commetteremmo l’errore di dimenticarci degli autentici pilastri della società aperta, che, lo ha giustamente ricordato il Presidente Gentiloni, è un valore da difendere: si alimenta, non di spaventi e di ansie, ma, piuttosto, della libertà di movimento opportunamente regolamentata, della convivenza tra diverse fedi ed etnie nel rispetto di regole condivise, del cosmopolitismo, dell’universalità dei diritti e dei doveri di cittadinanza.

È, al contrario, doveroso chiedersi da cosa dipenda l’artificiosa riduzione della figura del migrante alla personificazione del pericolo. La letteratura scientifica ci offre risposte autorevoli. Penso a uno studioso di queste problematiche, Didier Bigo, che si è dedicato a temi come la “società del rischio” e la conseguente “securitizzazione” dell’immigrato.

Vorrei assicurarvi che questo tipo di “governance dell’inquietudine” è l’ultima cosa di cui l’intelligence ha bisogno. Il professionista della sicurezza ha, viceversa, necessità di determinare in maniera precisa e rigorosa cosa effettivamente rientra nella categoria delle minacce e cosa non le appartiene.

Per gestire i fenomeni complessi occorre prima capirli, altrimenti presteremmo il fianco all’auto-avverarsi delle peggiori profezie: l’immigrazione non è in sé un problema di sicurezza, ma, certamente, lo diventa allorché non si riesce a maturare la capacità di governarla. Su questo punto, tengo a sottolineare, in particolare, che la gestione dei traffici migratori illegali arriva a generare enormi profitti, ed è una delle fonti di finanziamento delle organizzazioni terroristiche di matrice jihadista, tanto di Daesh, quanto delle formazioni riconducibili alla galassia qaedista. In Africa la gestione dei flussi migratori è, infatti, in mano a filiere criminali capillarmente diffuse sul territorio, e lungo il tragitto dei migranti gravitano gruppi armati, riferibili sia a contrabbandieri dediti a numerose attività illecite, sia alle varie sigle terroristiche. Ne è derivato un “partenariato di reciproca convenienza” tra compagini criminali e formazioni espressive dell’islamismo più radicale, che consente a queste ultime di attingere alle migrazioni quale importante opportunità di finanziamento.

In prospettiva, dobbiamo aspettarci che il pesante arretramento territoriale di Daesh dal teatro siro-iracheno priverà tale organizzazione di quelle che, sino ad oggi, sono state le sue maggiori fonti di introiti, specialmente il commercio illegale di prodotti petroliferi, nonché il contrabbando di opere d’arte e beni archeologici, i saccheggi delle banche, le espropriazioni, il racket, i riscatti. Pertanto, è verosimile che Daesh considererà sempre più il traffico di esseri umani come un business che potrà assicurare un’importante fonte di reddito a basso rischio. Detto questo, l’esistenza di una strategia intesa all’invio sistematico in Europa, da parte di Daesh o di altre organizzazioni terroristiche, di propri operativi attraverso il canale dell’immigrazione clandestina via mare rimane, invece, per il momento, un’ipotesi, che è certamente alla costante e prioritaria attenzione informativa, ma che non è stata sino ad oggi suffragata da indicazioni univoche della ricerca intelligence.

Ho voluto evidenziare questi aspetti poiché dimostrano l’esigenza di sviscerare con accuratezza le questioni che si riverberano sulla sicurezza nazionale. Ciò vale anche per l’immigrazione: qualora la vedessimo sempre e comunque come un problema, finiremmo col coagulare su di essa timori, agitazioni, apprensioni, equivoci, ci ritroveremmo ad evocare un mondo “alla Carl Schmitt”, basato sulla divisione fra “amici” e “nemici”. Ma per la comunità intelligence, che oggi rappresento, un’arena dove tutto è conflitto, dove non ci si può accostare a nulla se non in chiave securitaria, sarebbe proprio il più indesiderabile degli incubi.

napoli

È, in realtà, molto più opportuno distinguere tra quel che è fisiologico e quel che è patologico. Ricordo che uno scienziato autorevole, Mark Duffield, ci mette in guardia dalle verità ovvie, tipo l’assioma secondo cui la sicurezza senza sviluppo è incerta mentre lo sviluppo senza sicurezza è impossibile. Non è così semplice. I fenomeni che caratterizzano le periferie del mondo, compresi i conflitti postmoderni e l’instabilità endemica, spesso all’origine delle grandi migrazioni di massa, possono e devono essere interpretati anche alla stregua di forme “fisiologiche” di adattamento alla globalizzazione. Non possiamo dividere arbitrariamente gli abitanti del pianeta fra quanti rientrano nei parametri della modernità, e quanti non li soddisfano. Prendiamo, piuttosto, atto che è in corso un colossale trasferimento di ricchezza e di popoli su scala planetaria, che avviene a ritmi accelerati rispetto ai tempi di maturazione della modernità.

Insomma, siamo qui perché è urgente uno sforzo congiunto con il mondo universitario e della ricerca, volto a restituire al termine “immigrazione” la sua oggettività scientifica, spogliandolo della connotazione emotiva e talvolta ambigua che grava su di esso. Si tratta di impostare, tutti insieme, un percorso del quale l’ “operaio della sicurezza” sarà il primo a trarre giovamento, poiché per fare bene il suo lavoro ha bisogno, lui per primo, di trascendere l’ingegneria dell’emergenza quotidiana per approdare all’architettura di una governance efficace, che prenda le mosse dalla necessaria visione di insieme dei problemi.

Nello scenario globale si osserva oggi, da una parte, la tecnologia che connette gli individui e ne potenzia le capacità nella sfera digitale, e, dall’altra, la rinnovata effervescenza di nazionalismi ed estremismi di vario segno che paiono imporsi, invece, come fattori di divisione e di conflitto. I trend demografici ci indicano, allo stesso tempo, che l’Africa sub-sahariana è, in questa fase storica, la parte del mondo con il tasso di crescita maggiore.

Altro dato importante è che in Africa sta aumentando la popolazione in età lavorativa. L’età media tende verso i 50 anni nelle economie mature, mentre in Africa va a collocarsi sotto i 30 o sotto i 25. In teoria, l’Africa dovrebbe beneficiare di questo dividendo demografico, che potrebbe moltiplicare il suo potenziale di crescita economica. Ma, di fatto, la struttura dell’economia globale privilegia i lavoratori altamente qualificati a discapito di quelli a ridotto livello di educazione, che soltanto nel medio-lungo periodo potranno tornare ad inserirsi nelle innovazioni di processo indotte dall’automazione e dall’intelligenza artificiale.

Di conseguenza, dobbiamo misurarci con una finestra temporale molto stretta – lo ha sovente rammentato il Presidente Mattarella – per valorizzare da subito il capitale umano dell’Africa affinché possa essere impiegato nell’economia produttiva. Si pone l’esigenza di promuovere politiche economiche e sociali capaci di sostenere la crescita e l’occupazione, di sconfiggere, al contempo, piaghe antiche come le carestie, le malattie endemiche e la mortalità infantile, e, parimenti, di spegnere i focolai di tensione politica e lottare contro ogni tipo di terrorismo.

Sono sfide impegnative. È fondamentale, senza dubbio, un impegno congiunto, concreto e paritario di Europa ed Africa, che garantisca solidarietà, un sistema efficace di ricollocamento e di asilo, ed una più intensa collaborazione con i Paesi coinvolti, tanto per il rientro dei non aventi titolo, quanto per un’incisiva azione di contrasto al traffico di esseri umani. Nondimeno, tutto questo è sì necessario, ma non è sufficiente, se si vuole governare e non limitarsi a subire sfide tanto complesse. Ci vogliono formule molto innovative, anche rispetto alle politiche seguite in passato dall’Unione Europea. L’Italia ha avuto, al riguardo, un’idea semplice, ma in sé rivoluzionaria, che muta il nostro modo di guardare all’Africa. Dobbiamo lavorare insieme ai Paesi di origine e di transito dei migranti, ovverosia dobbiamo riempire di contenuti concreti e di impegni reciproci il Patto tra Europa e Africa, attraverso solidi e specifici partenariati con i singoli Stati africani, poiché le cause delle migrazioni sono differenti in ciascun Paese, e differenti sono gli strumenti necessari per intervenire alla radice dei problemi. Forte di questa intuizione, è stata l’Italia a proporre, ed a sostenere con convinzione, in sede europea il Migration Compact, il cui cardine è costituito da progetti di sviluppo e di investimento di lungo termine finalizzati ad incoraggiare un’armoniosa cooperazione tra continenti, agendo sulle cause profonde delle trasmigrazioni, e favorendo una più equa distribuzione della ricchezza. La Comunicazione per un nuovo quadro di partenariato con i Paesi terzi nell’ambito dell’agenda europea sulla migrazione presentata dalla Commissione nel giugno scorso è stata largamente ispirata al Migration Compact italiano.

Ci stiamo, in altri termini, impegnando in una linea d’azione che discende da una chiara consapevolezza: il fenomeno migratorio è strutturale, è destinato a protrarsi nel tempo, sicuramente per i prossimi due decenni. Su di esso continueranno ad incidere tanto i forti differenziali economici e demografici tra Europa ed Africa, quanto i conflitti e le varie forme di persecuzione, discriminazione ed intolleranza. Variabili altrettanto importanti – ed è un aspetto che merita, di sicuro, approfondire – sono i complessi rischi sistemici indotti dai cambiamenti climatici e dai fenomeni meteorologici estremi, come pure la stretta interdipendenza che sussiste fra urbanizzazione, carenza d’acqua, sicurezza alimentare, approvvigionamenti energetici, fertilità del suolo, condizioni sanitarie delle popolazioni, resilienza dei sistemi infrastrutturali, domanda ed offerta di lavoro. Sono fattori che comportano anche migrazioni interne, non solo transnazionali, ma in ogni caso confermano come i movimenti di grandi masse di persone debbano essere letti principalmente come una manifestazione di adattamento al cambiamento.

Ci stiamo dunque adoperando per una strategia di risposta lungimirante, per un patto che restituisca al Mediterraneo la sua fisionomia di ponte naturale, che unisce l’area con il più alto numero di migranti (76 milioni in Europa, due in più che negli Stati Uniti, secondo gli ultimi dati disponibili, quelli del 2015), al corridoio continentale fra Golfo di Guinea e Golfo di Aden. E la centralità del Mediterraneo è uno dei temi prioritari della Presidenza italiana del G7.

Il destino del mare nostrum non è, infatti, quello di essere una faglia che divide le due sponde, lo spazio mediterraneo non è condannato a patire crisi irreversibili, non è terra di nessuno: è, al contrario, un universo comune dove, accanto alle minacce, troviamo cointeressenze, crocevia culturali, incontri di civiltà, patrie comuni di esperienze, elaborazioni filosofiche, scoperte scientifiche, commerci. Al riguardo, bisogna, prima di tutto, sapere interpretare i numeri. In un pianeta dove si contano 244 milioni di migranti, i primi cinque Paesi di provenienza sono l’India, il Messico, la Russia, la Cina e il Bangladesh. Inoltre, se guardiamo alla minaccia terroristica, vediamo come nessuno dei quattro Paesi che hanno versato il più alto tributo di sangue – Iraq, Afghanistan, Nigeria e Pakistan – si affacci sul Mediterraneo. Ciò significa che non ci è affatto toccato in sorte di trovarci nel buco nero dell’instabilità planetaria.

Detto questo, è ovvio che bisogna guardare ai numeri anche come ad indicatori che ci suggeriscono quali temi vanno studiati ed approfonditi con priorità. Ne segnalo tre: nella classifica dei morti per terrorismo, subito dopo il Pakistan si colloca la Siria; la metà dei foreign fighters attivi nel conflitto siro-iracheno sono provenuti dalla regione del Mediterraneo allargato; l’instabilità regionale ha contribuito in maniera decisiva alla quintuplicazione degli arrivi via mare in Europa, che, per quel che attiene specificamente alle nostre coste, vede la Libia come principale Paese di transito, e l’Africa occidentale come area di provenienza di oltre la metà degli sbarcati. Non vi è dubbio, di conseguenza, che le dinamiche africane e mediorientali sono paradigmatiche di nuovi scenari internazionali e nuovi assetti geopolitici globali, che vanno disegnandosi anche a prezzo di conflitti dolorosi e di perduranti fratture generate, fra l’altro, da ambizioni nazionali, contrasti interetnici, pulsioni identitarie ed estremismi di varia matrice.

Senza concludere che le speranze di avere un Mediterraneo stabilizzato e pacificato siano ridotte al lumicino, senza arrenderci all’idea che tale parte di mondo possa essere solo una esportatrice netta di instabilità, quello che dobbiamo fare è sviluppare la capacità di studiare in chiave prognostica e previsionale questi scenari. Oggi siamo qui anche perché l’intelligence tiene molto ad affrontare questa decisiva sfida di comprensione della realtà lavorando insieme al polo di eccellenza dell’Accademia campana che si trova riunito in questa sala.

napoli2

Se avvertiamo, infatti, fortemente la responsabilità di garantire, in un contesto di sempre più strutturata collaborazione internazionale, la sicurezza dei cittadini italiani ed europei, dobbiamo considerare che gran parte della nostra autorevolezza e della nostra efficacia d’azione dipenderanno da come sapremo capire e gestire il Mediterraneo allargato, che per noi riveste una importanza strategica imparagonabile rispetto a qualsiasi altra area geografica, poiché incide in maniera determinante sulla nostra sicurezza.È utile, quindi, tenere presente che le crisi che lo attraversano non sono una galassia indistinta. Sono fra loro molto diverse, ma esistono anche fili conduttori che le uniscono: a monte, nelle loro radici storiche, e, in prospettiva, nelle loro evoluzioni future. Questo è il terreno che intelligence ed università debbono esplorare in sinergia.

Grazie a tale sforzo, l’intelligence potrà disporre di strumenti migliori, di nuovi contenuti, di tecniche d’analisi sofisticate, per concorrere sul piano informativo ad affrontare il fenomeno migratorio, la minaccia terroristica, ed anche altri problemi, che potrebbero pure essere oggetto di specifici “casi di studio” non appena la nostra collaborazione entrerà nella fase operativa. Il mondo universitario è un nostro grande alleato. E il nostro mondo è sempre aperto a riconoscere e valorizzare la forza delle idee. Le parole chiave restano “apertura” e “partecipazione”. Le competenze accademiche, messe opportunamente a sistema, possono dare valore aggiunto ai processi e ai prodotti analitici dei Servizi di informazione.

Penso, a titolo d’esempio, alla sicurezza energetica. L’Italia importa più dei tre quarti del suo fabbisogno. Nessun Paese europeo è autosufficiente, però noi siamo più di altri dipendenti dall’estero: importiamo il 90% del gas naturale e il 90% del petrolio che usiamo. Tenuto conto che, con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate, la Libia è, potenzialmente, la più grande economia petrolifera del continente africano, in grado di esprimere una capacità produttiva di gran lunga superiore ai livelli pre-crisi, vi sono tutti i presupposti per accostarsi alle dinamiche di quel quadrante con tecniche analitiche tali da evidenziare i rischi per i nostri interessi e le opportunità per il nostro sistema-Paese. Non dimentichiamo che la crescita del fabbisogno europeo di gas naturale e la prossimità geografica ad importanti mercati di destinazione continuano a rendere la Libia, che non è più il nostro primo fornitore di petrolio ma ci garantisce il 10% del nostro consumo di metano, un importante asset geo-strategico, anche in chiave prospettica. Inoltre, la principale società petrolifera internazionale attiva in Libia è l’ENI.

È solo un esempio fra tanti possibili. Mi interessa, in questa fase, non tanto il merito dei vari problemi, quanto il metodo con il quale li si affronta. L’obiettivo è fare del rapporto Intelligence-Università un’alleanza strategica per la sicurezza nazionale. Da soli non si vince: occorre coniugare conoscenze e strategia. L’Intelligence, strumento che opera sulla linea più avanzata per la difesa della democrazia, ha anche bisogno di mettere a servizio dello Stato il meglio che viene elaborato e presentato dal mondo della ricerca. L’Università ha un grande compito da svolgere insieme a noi: pensare l’Intelligence, aiutarci a cogliere sfide culturali, mettendo a fuoco modelli efficaci per la protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici ed industriali dell’Italia. In questo pensare l’Intelligence, tengo molto a sottolineare la sensibilità del Magnifico Rettore, Gaetano Manfredi, che ha coordinato con le cinque Università della città di Napoli l’organizzazione di questo Convegno. Lo concepisco come un importante confronto, una sorta di ‘numero zero’ che auspichiamo di poter replicare con altri Atenei su scala nazionale, estendendo così un modello virtuoso per l’analisi strategica di temi e scenari della sicurezza nazionale.

È importante la sinergia con le Università e con il privato per obiettivi mirati. La regola di ingaggio è: “il Sistema della Sicurezza deve fare sistema”. Nel suo essere frontiera avanzata, la comunità intelligence è decisa ad attuare una collaborazione costante con laboratori di ricerca nazionali e internazionali, per la cyber security e per tutti gli altri settori strategici. Intercettando una domanda diffusa di democrazia, vogliamo continuare a confrontarci con il mondo accademico, con i centri culturali e con i laboratori di ricerca. L’Intelligence è anche un network di sicurezza partecipata che ha interesse a far conoscere meglio il fondamentale lavoro che svolge per la protezione dell’Italia, dei suoi cittadini e dei suoi assetti strategici. Sviluppando idee nuove e analisi di lungo periodo, questo ‘patto Intelligence-Accademia’ è pure un punto di svolta per promuovere la cultura della sicurezza.

Ricordo che il Comparto, attraverso la sua Scuola di formazione, ha finora firmato con le Università 17 accordi di collaborazione e 12 convenzioni operative. A tale percorso – e questo è il motivo che ci vede qui oggi – vogliamo dare maggiore incisività, inserendolo in una cornice unitaria sul piano nazionale, che ci consenta di mettere ancor più a sistema le iniziative esistenti, rendendo maggiormente coerenti le modalità di collaborazione definite a livello locale e favorendo la creazione di pool interuniversitari. In questo modo, da un rapporto “uno-a-uno” si passa a un coordinamento nazionale, strutturato e incisivo, che moltiplica le capacità individuali e le pone a servizio del sistema Paese. Per questo vi chiedo di costruire con noi un progetto di ricerca sulla politica della sicurezza nel Mediterraneo, che contribuisca alla crescita del pensiero nazionale sulla materia.

Lascio a voi individuare le formule migliori per dare seguito concreto all’iniziativa che inauguriamo oggi: potranno essere gruppi di lavoro, borse di studio o Master di specializzazione. Eventualmente, da importanti Atenei internazionali possono venire utili modelli di riferimento. Trovo molto fruttuosi gli studi post-laurea in sicurezza internazionale, governance della sicurezza e teorie della securitizzazione, possibilmente svolti secondo un criterio omnicomprensivo che includa anche temi di sociologia e di antropologia funzionali a meglio valutare gli aspetti di sicurezza.

Ma non intendo, naturalmente, imporre nulla. Mi preme, piuttosto, ricordare soprattutto agli studenti, nei quali riponiamo le speranze migliori per il nostro futuro, che la conoscenza è il più valido antidoto contro la paura. La determinazione ad andare alla radice dei problemi ed a prevederne le possibili evoluzioni mette l’intelligence nelle condizioni di lavorare al meglio nell’interesse del Paese. E di questo ringrazio calorosamente tutti voi.

Tag: , ,

Categoria: Archivio video, Archivio notizie

Su