Intelligence: la modernità della nostra missione

2 agosto 2017

Intervento del Pref. Alessandro Pansa, Direttore generale del DIS, alla XII Conferenza degli Ambasciatori, tenuto a Roma il 26 luglio 2017

Ringrazio il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per l’invito, ed i Capi Missione per l’attenzione che vorranno riservarmi.

Anzitutto, una notazione cronologica. Fra una settimana, il 3 agosto, sarà il decennale della legge di riforma. La missione dell’intelligence è trasformare le informazioni in conoscenza utile e tempestivamente disponibile affinché il Governo possa assumere in maniera consapevole le decisioni volte a tutelare i cittadini, le famiglie, le imprese, cioè la Nazione nel suo complesso.

Ci siamo attrezzati per assolvere al nostro compito in maniera adeguata al nuovo scenario della minaccia, e ciò sostanzialmente in due direzioni. Intanto, non siamo più un semplice “apparato”: oggi siamo una comunità di tre Organismi integrati fra loro, aderenti alle linee di fabbisogno espresse dal Governo, aperti alla società civile ed alle altre Amministrazioni, e sottoposti al controllo parlamentare esercitato dal COPASIR. La nostra funzione è stata ammodernata, e concepita in termini di “sistema”.

Allo stesso tempo, è stato schiuso un orizzonte di tutela di un novero di interessi nazionali assai più vasto rispetto al consolidato ambito politico-militare, ed il lavoro dei “Servizi Segreti” è stato orientato, ed in questo ricorre un tratto assolutamente moderno della nostra missione, anche alla difesa dei nostri interessi economici, scientifici ed industriali. L’intelligence è ora chiamata a tutelare anche il “Sistema Paese”.

In questa architettura, è il CISR, in virtù delle indicazioni provenienti da tutte le Amministrazioni che vi sono rappresentate, a determinare il fabbisogno informativo. La Farnesina è certamente un committente particolare: è l’Amministrazione con la quale il modello della collaborazione interistituzionale trova il suo terreno di elezione più naturale. Per questo motivo, ritengo che per voi possa essere utile conoscere “su cosa sta lavorando oggi l’intelligence”.

Direi che l’oggetto principale della nostra attività è la “rete”. Non mi riferisco, ovvio, semplicemente a internet, cioè alla rete per antonomasia. Intendo rilevare, piuttosto, come la gestione dell’interdipendenza, che della globalizzazione è il paradigma più genuino, sia la sfida maggiore che oggi dobbiamo affrontare nella prospettiva securitaria.

Questo non significa che trascuriamo le minacce tradizionali: ad esempio, l’evoluzione dei sistemi militari e degli armamenti, la contro-proliferazione, lo spionaggio vero e proprio. Non siamo fuori dalle discussioni che attengono ai temi NATO oppure al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo.

Però, per fare ciò, usiamo una lente analitica adatta alla complessità del mondo contemporaneo, che rimanda al concetto di rete, che meglio di altri evoca l’interdipendenza globale, le connessioni infinite, la necessità di fare sistema. Operiamo nella dimensione in cui reale e virtuale sono interdipendenti: non mancano mai una campagna mediatica che precede una scalata azionaria, oppure la diffusione di notizie false (quelle che una volta si chiamavano “bufale” e ora si chiamano fake news), oppure, ancora, la pianificazione e guida via web di azioni terroristiche complesse, poi mediatizzate, allo stesso modo, a livello globale.

In altri termini, l’interdipendenza va gestita, per fare in modo che i rischi che comporta non neutralizzino i vantaggi che offre.

Non è facile. Bisogna leggere la realtà in profondità, senza per ciò stesso perdere il quadro di insieme. La gestione corrente della quotidianità è indispensabile, ma da sola non basta. Del resto, fare intelligence non vuol dire soltanto acquisire con metodi non convenzionali informazioni – delle quali si dispone, in tal modo, in via esclusiva – ovvero difendere le nostre conoscenze vitali dai tentativi di indebite apprensioni. Vuol dire anche ragionare in termini strategici, analizzare la realtà in chiave prognostica, elaborare scenari alternativi per enuclearne quelli coi quali dovremo più verosimilmente misurarci al fine di proteggere quel bene collettivo supremo che è la sicurezza nazionale.

Da qui nasce l’esigenza di strutturare ulteriormente una sinergia forte tra comunità intelligence e Ministero degli Esteri. Ritengo che vi siano tutti i presupposti per un ulteriore salto di qualità verso una nuova prospettiva di cooperazione. Ed è sintomatico come la Farnesina abbia una rete formidabile all’estero da voi rappresentata, che ha mantenuto la dimensione geografica e bilaterale, ma abbia, allo stesso tempo, incardinato il suo operare anche in macrosettori tematici, fra cui l’integrazione europea, la proiezione all’estero del Sistema Paese, e, appunto, la sicurezza.

Anche noi ci muoviamo in questa duplice ma convergente dimensione. Insomma, lavorare insieme è nel nostro DNA. Si tratta di capire dove indirizzare meglio i nostri sforzi congiunti. Nello specifico, consentitemi di attirare la vostra attenzione, in maniera sintetica, su tre punti.

Torniamo alla rete, ma questa volta proprio al web. È strumento per danneggiare i sistemi informatici, o per alterare processi produttivi, o violare infrastrutture critiche. Allo stesso tempo, è utilizzata moltissimo per la propaganda o la disinformazione, per radicalizzare e per influenzare in maniera surrettizia le nostre affiliazioni, i nostri convincimenti, e le nostre decisioni.

In merito alla minaccia cibernetica, vorrei porre l’enfasi su un concetto: maggiore è la consapevolezza, e minore è lo spazio che viene lasciato all’attività ostile. A livello nazionale, tale minaccia ha manifestato un trend di crescita. L’aspetto che più ci preoccupa è quello del cyber-spionaggio, e mi riferisco alle cosiddette Advanced Persistent Threats (APT), che si concretizzano per mano di strutturati attori statuali con una proiezione di forza su scala globale, che hanno come bersaglio essenzialmente le Amministrazioni pubbliche titolari di funzioni strategiche e critiche.

Vengono adoperati strumenti particolarmente sofisticati: malware articolati, infrastrutture tecnologiche di comando e controllo, tecniche di offuscamento, ingegneria sociale avanzata. La compromissione dei sistemi comporta rischi molto alti per la sicurezza dello Stato, poiché solitamente avviene per due finalità.

La prima è strategica, tesa a conoscere ed analizzare il posizionamento politico ed economico del Paese target in ordine ai diversi obiettivi che lo stesso persegue sul piano geopolitico. La seconda è tattica, ed è finalizzata a profilare il personale obiettivo dell’azione ostile, cioè a conoscere chi c’è dall’altra parte, ovvero le persone i cui dati sono contenuti nei sistemi attaccati. Il fine di tale profiling può essere il più vario: dal tentativo di reclutamento, allo scoprire i segreti che i soggetti possono detenere, dal ricatto, all’individuazione di debolezze di vario genere.

Il secondo argomento è il terrorismo internazionale di matrice jihadista. Il punto cruciale risiede nella portata ideologica di un fenomeno che non è, assolutamente, solo militare. Lo Stato Islamico non si rivolge ai musulmani di Iraq e Siria, ai musulmani di questa o quella area, bensì a tutte le porzioni del globo dove si professa l’Islam. L’errore peggiore che possiamo commettere è ragionare in termini di teatri di conflitto separati. Nell’ottica jihadista, lo scenario è unico, ed è il mondo.

Su questo sfondo, andiamo verso un processo evolutivo ambivalente. Da una parte, un paradosso. Proprio l’Isis, che aveva rotto con al Qaeda sulla scelta di costruire uno Stato “qui ed ora”, tenderà ora a “clandestinizzarsi” ed a “qaedizzarsi”. Al contempo, la dottrina dello Stato Islamico è una ideologia molto più sociale che religiosa, è pragmatica, vuole continuare a fare breccia nelle nuove generazioni che frequentano più i social che le moschee.

Sappiamo bene che Daesh si muove nella blogosfera come a casa sua: aspira ad un mondo basato sui valori islamici del VII secolo, però a tale scopo si avvale in maniera sofisticata della tecnologia del XXI secolo. E, in generale, i gruppi ispirati da disegni ideologici o da fondamentalismi di vario segno sfruttano l’agibilità di tale spazio virtualmente infinito per perseguire i loro obiettivi.

In sintesi, per l’Occidente si profila una sfida complessa e delicata. Vinta la guerra, che comunque al momento non è ancora vinta, servirà la politica, una buona politica.

Il terzo tema è la dimensione economico-finanziaria. La terza rivoluzione industriale, quella ICT, ormai è vecchia di quasi mezzo secolo, e siamo entrati di gran carriera nel pieno della quarta rivoluzione industriale. Nei decenni passati vennero elaborate linee portanti della politica estera nazionale specificamente finalizzate a sostenere il nostro sviluppo economico, centrate sulla tutela dei nostri approvvigionamenti energetici e sulla ricerca di mercati di sbocco per la nostra manifattura.

Adesso dobbiamo reinventarci tutto. Siamo nel vivo di una dinamica planetaria che porterà ad una produzione industriale del tutto automatizzata ed interconnessa. Le nuove tecnologie digitali avranno un impatto molto profondo, nell’ambito di quattro grandi direttrici di sviluppo.

La prima concerne l’utilizzo dei dati, la potenza di calcolo e la connettività, con particolare riguardo ai big data, agli open data, all’internet of things ed al cloud computing. La seconda ha a che fare con la capacità di ricavare valore dai dati raccolti, specie attraverso il machine learning. La terza rimanda alle nuove frontiere dell’interazione fra uomo e macchina. La quarta afferisce alla nuova configurazione dei processi produttivi, che andrà dal digitale al reale, grazie alla realtà aumentata, alla manifattura additiva, alla stampa 3D, alla robotica ed alle interazioni machine-to-machine.

In ultima analisi, in una economia globale caratterizzata da tali paradigmi tecnologici, la capacità di innovare e di internazionalizzarsi sarà decisiva nel determinare il posizionamento di ciascuna impresa nella rispettiva catena globale del valore.

Sono cambiamenti molto profondi, e solo il tempo ci dirà cosa daranno e cosa toglieranno all’umanità. È ineludibile nutrire delle preoccupazioni sugli impatti occupazionali, il cui saldo netto sarà verosimilmente negativo. Occorre attrezzarsi per rimanere competitivi, cogliendo appieno i benefici dell’innovazione digitale nei processi industriali, e mitigandone le conseguenze negative. Per prepararsi, il Governo, come noto, ha varato un piano lungimirante e molto ambizioso per l’Industry 4.0.

Ma nessun programma può essere realizzato compiutamente senza un presidio che ne sia all’altezza, e che concorra sul piano info-valutativo ad alimentarne l’efficacia: ha bisogno di una cornice di sicurezza.

Queste considerazioni mi portano a concludere ribadendo che è essenziale che i nodi delle reti interagiscano e lavorino assieme, onde aumentare la capacità complessiva di anticipare i tornanti di mutamento, di potenziare la resilienza alle minacce, di affinare la propensione ad approfittare delle condizioni più favorevoli.

Questo è il senso dell’impegno congiunto che immagino, ed intorno al quale si sviluppa il tema della vostra XII conferenza. È un obiettivo alla nostra portata, a condizione che si porti avanti la necessaria contaminazione reciproca di saperi e di metodologie.

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Categoria: Archivio notizie

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