Il Museo di Forte Braschi apre alle scuole

4 maggio 2018

Venerdì 20 aprile l’intelligence italiana ha aperto per la prima volta al pubblico le porte di “Forte Casal Braschi”. Una classe di liceali ha avuto la possibilità di visitare il Museo dell’intelligence sito presso la sede dell’AISE, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna.

L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività di promozione della cultura della sicurezza introdotte con la legge 124 del 2007. Più recentemente il Comparto intelligence ha anche firmato un accordo con il MIUR per la realizzazione di un progetto di divulgazione informativa riguardante l’intelligence e la sicurezza nazionale da dedicare agli alunni dei Licei.

Il percorso museale prevede:

  • da una parte l’illustrazione della storia del Forte Braschi, di cui è da poco ricorso il centoquarantesimo anniversario della posa della prima pietra (9 novembre 1877);
  • dall’altra l’esposizione di alcuni cimeli riguardanti l’evoluzione della tecnologia nei vari settori d’interesse dell’intelligence (telecomunicazioni; radiotrasmissioni ed intercettazioni; crittografia; microfotografia).

    Museo Forte Braschi  Forte Braschi (“Forte Casal Braschi”, secondo la denominazione originale) era uno dei caposaldi del cosiddetto “Campo Trincerato di Roma”, ovvero del sistema di difesa della Città eterna, realizzato tra il 1877 ed il 1891, pochi anni dopo la proclamazione a Capitale d’Italia.
Il Campo Trincerato era costituito da un anello di 15 forti militari e 4 “batterie” minori, per una circonferenza totale di 37 chilometri, posizionato ad una distanza media di 4 / 5 km. dal perimetro delle Mura Aureliane, in una fascia di territorio che, all’epoca, era ancora aperta campagna.

All’ingresso del museo si può ammirare il grande plastico che illustra lo stato del Forte Braschi al 1885, pochi anni dopo la fine dei lavori di costruzione (1881). Si tratta di una riproduzione in scala 1:200, delle dimensioni di m 1,85 x 1,05, effettuata con materiali e tecnologie d’avanguardia e preceduta da un’approfondita analisi delle tavole di progetto originarie, reperite presso gli archivi del Ministero della Difesa ed esposte anch’esse ai lati del plastico, nonché di ulteriore, inedita documentazione storica.

Lungo il percorso espositivo sono state allestite tre postazioni informatiche presso le quali gli ospiti possono consultare alcuni contributi multimediali attinenti agli argomenti ed ai cimeli esposti nell’ambito del museo.

I primi reperti d’epoca presentati all’interno della galleria riguardano il settore delle telecomunicazioni. In un’apposita saletta sono infatti esposti due telefoni da campo utilizzati dagli agenti dell’intelligence italiana all’inizio degli anni Trenta e di produzione, rispettivamente, inglese e statunitense:

  • il primo, il telefono inglese SET D MK V, modificato dall’Esercito italiano per adattarlo alle linee telefoniche nazionali, funzionava sia a chiamata vocale che con linguaggio Morse;
  • il secondo, il modello americano EE-8, consentiva conversazioni telefoniche in modalità full duplex (in entrambi i sensi), anche a lunga distanza (25 km).

Nella stessa saletta è ospitato un centralino da campo a dieci linee, di produzione italiana, anch’esso utilizzato in operazioni di servizio all’inizio degli Anni Trenta.

A seguire, è possibile osservare un separatore di linea Olivetti T2, utilizzato per anni nel settore delle telescriventi. L’apparato consentiva di modulare gli impulsi elettrici relativi ai messaggi in arrivo o in partenza da una telescrivente. Nella teca è esposto anche un raro caricabatterie manuale Electrokinetics MPG-65, utilizzato dagli operatori sul campo per la ricarica di batterie di alimentazione degli apparati.

La teca adiacente riporta, oltra a due esemplari di tasti telegrafici utilizzabili anche per l’invio di messaggi nell’ambito della rete telescriventi, anche una interessante macchina Hagelin che, negli anni Trenta costituì la risposta americana alle macchine crittografiche tedesche della serie Enigma.

Particolarmente interessante è la parte relativa alla microfotografia, con l’esposizione di alcuni apparati fotografici di dimensioni ridotte e dunque facilmente occultabili.

È il caso della fotocamera di produzione svizzera Tessina, una delle poche che poteva utilizzare pellicole standard da 35 mm (max. 8 fotogrammi, caricati su apposito contenitore) e produrre immagini 14×21 mm. La Tessina aveva la peculiarità di essere dotata di due obiettivi da 25mm f/2.8, uno per proiettare l’immagine sulla pellicola, l’altro per visionarla sullo schermo che si trova sul dorso della fotocamera.

Anche la tedesca Minox ebbe un notevole successo in ambito intelligence, avendo la particolarità delle misure davvero molto ridotte: chiusa misurava 80 × 27 × 16 mm e poteva utilizzare una speciale pellicola, larga mm 9,2 con fotogramma di 8 mm × 11 mm. Il caricatore aveva una capacità di 50 pose, successivamente portate a 36 o 15.

Nella teca dedicata alla microfotografia, sono evidenziati alcuni dei tipici camuffamenti della Minox, occultabile all’interno di scatole di fiammiferi, di finti accendisigari e addirittura in un fermacravatta.

L’ultimo settore è quello relativo alle intercettazioni radio ed alla crittografia. Nel percorso espositivo è visibile un tavolo goniometrico, utilizzato per l’individuazione delle stazioni emittenti delle trasmissioni radio intercettate, attraverso l’intersezione delle direttrici relative alla provenienza delle onde radio rilevate da varie antenne istituzionali disposte sul territorio nazionale.

Un’ulteriore postazione multimediale è completamente dedicata alla materia della crittografia ed in particolare al funzionamento della Macchina Enigma. Dopo l’illustrazione del funzionamento dell’apparato, un simulatore software dà la possibilità ai visitatori di vivere direttamente l’esperienza della decrittazione di un messaggio cifrato.

Chiudono l’esposizione dei cimeli tecnologici dell’AISE due reperti utilizzati negli anni Settanta e Ottanta nel settore delle intercettazioni e registrazioni audio:

  • un esemplare del ricevitore radio “Collins 51S-1”, di produzione statunitense, il più utilizzato nel mondo occidentale negli anni Sessanta – Ottanta, grazie alla qualità della ricezione del segnale. L’applicazione più famosa di questo ricevitore fu nella guerra in Indocina, nonché nell’ambito del programma spaziale Apollo, per le comunicazioni degli astronauti con le stazioni di terra;
  • il registratore audio a nastro magnetico della casa tedesca UHER, il miglior prodotto in termini di efficienza ed affidabilità. L’utilizzo di questo apparato era pressoché universale, potendo essere impiegato sia come dittafono, che come registratore telefonico, con attivazione e pausa automatica

Forte Braschi

Il termine del percorso espositivo è segnato dalla porta di fondo della galleria – museo, che conduce direttamente nel fossato perimetrale del Forte. Prima dell’uscita, sulla parete di destra, sono ancora leggibili alcune iscrizioni (la più antica delle quali risale al 1904) lasciate da giovani soldati di passaggio in occasione delle periodiche attività addestrative dei reparti di fanteria e artiglieria, ideale anello di congiunzione tra l’ultrasecolare storia del Forte Braschi e la moderna vocazione di “casa madre” dell’intelligence esterna italiana.

Il fossato è uno degli elementi più caratteristici dei Forti di Roma. Largo 10 metri, è delimitato all’interno da un muro detto “di scarpa”, in origine alto 4 metri. È un tipico “muro alla Carnot”, provvisto cioè di nicchie interne munite di feritoie, per permettere ai fucilieri di “battere” il fossato e garantire una più efficace protezione dei fianchi della fortificazione.

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Categoria: Archivio notizie

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