Il lavoro dell’Intelligence essenziale per l’Italia

29 aprile 2015

Giuliano Amato
Prolusione tenuta dall’On. Prof. Giuliano Amato il 14 aprile 2015 in occasione dell’inaugurazione dell’Anno accademico della Scuola di formazione del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica

“Bisogna diffondere la cultura della sicurezza tra i cittadini: non si può tutelare la sicurezza in modo adeguato senza che i cittadini siano disposti a metterci qualcosa di loro. Il mondo di oggi è fatto anche di tecnologie che rendono le fonti aperte non meno importanti di quelle coperte. E qui, a maggior ragione, bisogna saperle leggere queste fonti, decifrando l’informazione e imparando a distinguere i fatti veri da quelli soltanto rappresentati per far credere che sono avvenuti”.

Signor Presidente della Repubblica, Signor Presidente del Senato, Signor Presidente del Consiglio, Autorità, Allievi della Scuola, mi fa particolarmente piacere di essere qui e, come vedrete, anche di essere molto sintonizzato con quanto affermava il Presidente Matteo Renzi, poco fa. È stato lo stesso ambasciatore Giampiero Massolo a dirmi che ragione non ultima dell’invito a tenere questa prolusione, del quale lo ringrazio: è il suo ricordo di una mia lezione alla London School of Economics nel ’93, nella quale affrontai il tema delle interdipendenze che connettono tra loro le diverse parti del mondo. Un tema che sarebbe diventato “clintoniano” negli anni successivi e che in quell’occasione svolsi partendo dalla più nota fra le regole del caos con cui si studia la meteorologia, quella secondo la quale quando una farfalla batte le ali a Tokyo, arriverà ad esserci un temporale a New York. Come sapete, poi su questo si è molto lavorato.

Era, vi dicevo, il 1993. Il 20 marzo 1995, la mattina tra le 7:50 e le 8:05, ci fu un attentato a più treni della metropolitana di Tokyo e, non appena la notizia arrivò a New York, si mise in moto la macchina della sicurezza, particolarmente allertata dalla notizia trasmessa dai giapponesi, secondo cui c’era stato uso di ordigni chimici.

A quel punto scattò la ricerca per accertare l’eventuale presenza a New York della sigla emersa come responsabile dell’evento, una setta religiosa chiamata Aum Shinrikyo. La ricerca ebbe dei passaggi paradossali: la Cia frugò nei suoi file senza trovare traccia, l’Fbi fece la stessa cosa. RichardClark, coordinatore per la sicurezza, disse:“Qualcuno guardi l’elenco telefonico di New York”. E sull’elenco telefonico c’era la sigla e c’era anche l’indirizzo: 48esima est su Fifth Avenue. Si precipitarono là e – combinazione cinematografica della vicenda – videro dei camion che caricavano, capendo subito che erano proprio gli appartenenti alla setta, impegnati a traslocare da un’altra parte. L’inseguimento per le vie di Manhattan non andò a buon fine, ovviamente a causa del traffico. Dopo un po’ venne recuperato un rapporto secondo il quale la setta disponeva sia di gas nervino che di antrace.

A Tokyo e a New York. Ma era già qualcosa di più e di diverso rispetto alle interdipendenze che avevo in mente quando avevo parlato a Londra due anni prima. Io pensavo alle ripercussioni che un fatto localizzato in un luogo può produrre in un altro luogo. L’episodio che vi ricordavo mette invece in evidenza il formarsi di vere e proprie reti presenti in Paesi diversi e capaci perciò, sulla base di un unico impulso, di colpire ciascuno di essi. Questa era la novità, una novità espressiva di capacità talmente sconvolgenti che in realtà ci volle del tempo – incredibilmente, viene da dire oggi ex post –perché ci si rendesse esattamente conto delle dimensioni e delle componenti di queste reti.

Basti pensare, per restare agli Stati Uniti, che nacque poco dopo la Homeland Protection, che aveva la bellezza di dieci programmi, in base ai quali tutto doveva essere monitorato e possibilmente prevenuto. Ma nonostante la Homeland Protection, l’11 settembre arrivò poi lo stesso. Eppure, nel frattempo fatti premonitori c’erano stati. Noi avevamo visto arrivare in Cecenia dei veterani afghani. Veterani afghani arrivarono anche in Bosnia, poco dopo. I nostri Paesi accertarono che gli uni e gli altri avevano dei luoghi con cui avevano stabilito rapporti comuni: la moschea di Finsbury Park a Londra, il centro culturale islamico di Milano, la Third World Relief Agency di Vienna. Ma nessuno colse in questi elementi comuni gli ingredienti della rete che già era al Qaeda, tant’è vero che per diverso tempo non fu ben percepito il ruolo di Osama bin Laden. Non a caso, dal Sudan dovette tra il ’95-’96 dovette passare all’Afghanistan perché in Sudan era molto sotto pressione, ma era ritenuto il finanziatore unico di episodi terroristici diversi, non il centro organizzativo di un’unica rete.

È un fatto – se tornate a quel 2001 – che all’inizio dell’estate le minacce maggiori venivano percepite nel Bahrein e su Genova, dove avrebbe avuto luogo il G8 – questo ben lo ricordo. Qualcuno negli Stati Uniti – mi aiutano qui proprio le memorie di Richard Clark– avvertiva inquietudine per quello che poteva succedere là. E due autorevoli personaggi fecero bloccare le ferie di tutte le agenzie pubbliche interessate, allertarono le compagnie aeree perché al di là del Bahrein, al di là di Genova, temevano che qualcosa accadesse. E questo qualcosa accadde. Le due torri furono colpite e – notate – solo dopo saltò fuori che ai piani bassi della Cia l’informazione di due terroristi entrati nel Paesi era giunta; così come ai piani bassi dell’Fbi c’era l’informazione che nelle scuole di volo del Paese qualcosa di strano era successo. Ma nessuno aveva portato queste informazioni ai piani alti. Che cosa ci insegna tutto questo? Che davanti non alle ripercussioni da interdipendenza ma alle azioni di una rete, ogni punto della rete mi interessa direttamente, perché da ogni punto può venire l’impulso destinato a colpirmi. Io che ho la responsabilità di difendere la sicurezza dell’Italia sono direttamente interessato a quello che accade in Sudan, nello Yemen, in Siria e altrove.

La seconda ovvia conseguenza è che oggi l’attenzione è rivolta non soltanto all’acquisizione dell’informazione – quella che una volta faceva l’agente con l’impermeabile e gli occhiali scuri – ma ancora di più alla sua analisi, che va ben oltre la verifica dell’attendibilità della fonte, sempre essenziale. Perché va oltre? Perché questa rete si distende in un mondo che – ci piaccia o no – è quello che aveva descritto Samuel Huntington. Un mondo di civiltà diverse, che non necessariamente – anche se un po’ ciò avviene, come lui pensava – si scontrano sul piano militare o comunque della violenza, ma che sicuramente esprimono paradigmi culturali diversi, cosicché l’interpretazione di ciò che viene fatto o detto in talune parti del mondo non può avvenire sulla base dei paradigmi culturali a cui noi siamo abituati. E in questo Huntington aveva ragione: era un’illusione non solo che noi potessimo pacificamente e tranquillamente estendere la democrazia liberale e l’economia di mercato in ogni parte del mondo, ma anche che in ragione di ciò potessimo far ragionare tutto il mondo come ragioniamo noi. Non è così.

Di qui le complicazioni odierne attorno alla domanda che a un certo momento si pone a chiunque lavora nei Servizi di informazione, in qualunque parte del mondo: lo faranno o non lo faranno ciò di cui io ho avvertito i sintomi? A questa domanda si risponde non soltanto sapendo ciò che si è detto o scritto, ma decifrandolo sulla base dei paradigmi culturali appropriati. A chi lavora sui testi dell’Intelligence è nota la vicenda dell’esperimento nucleare indiano che – secondo l’interpretazione data dai Servizi americani alle informazioni in loro possesso – non avrebbe alle fine avuto luogo, mentre nella realtà fu invece realizzato: se le informazioni disponibili fossero state lette in chiave indiana, si sarebbe giunti alla conclusione opposta, quella esatta.

Non solo: il mondo di oggi è fatto anche di tecnologie che rendono le fonti aperte non meno importanti di quelle coperte. E qui, a maggior ragione, bisogna saperle leggere queste fonti, decifrando l’informazione e imparando – come ben sappiamo tutti, perché anche i normali cittadini hanno imparato – a distinguere i fatti veri da quelli soltanto rappresentati per far credere che sono avvenuti. In questo, da uomo di altri tempi, sono impressionato: quando ero giovane, avevano successo film nei quali il protagonista, in genere il Presidente degli Stati Uniti, per soddisfare i repubblicani del tempo commissionava una guerra che non aveva avuto luogo e tutte le sere la televisione forniva informazioni su questa guerra che non c’era. Ecco, oggi quel tipo di finzione sta diventando realtà, magari non proprio sulla stessa scala.

Serve quindi – e qui ha ragione il Presidente Renzi – personale di qualità, perché serve una capacità di analisi che oltre a decifrare bene la singola informazione, la sappia sempre riportare al contesto appropriato, con questo continuo rimando tra il singolo fatto e l’ambiente. Ed è l’assenza di questa capacità che spiega come persone della Cia e dell’Fbi, pur avendo quella informazione, non ne abbiano percepito tutta la crucialità e la gravità.

Del resto gli italiani non possono non ricordare un episodio che Fulvio Martini, grande predecessore di chi oggi dirige l’AISE, racconta nel suo libro Nome in codice Ulisse: molto dopo le vicende di Cuba, l’ammiraglio viene avvicinato da un americano che gli fa vedere alcune fotografie e gli chiede se le riconosce. Erano fotografie scattate dal Sismi sui Dardanelli al passaggio di navi sovietiche, sulla cui coperta erano visibili oggetti che sembravano tubi. Il Servizio italiano aveva preso quelle foto avendo in mente qualcos’altro e quando l’americano chiese a Martini: “Cosa sono questi?” lui rispose: “Sono tubi”, sentendosi ribattere: “No, sono i missili che stavano andando a Cuba”. Noi avevamo fotografato quei missili ma, in mancanza di un contesto informativo in cui collocarli, avevamo visto soltanto dei tubi. Specializzazioni fondamentali diventano quindi l’antropologia culturale e le scienze della comunicazione, così come serve la massima padronanza delle tecnologie informatiche, oltre a un costante aggiornamento geopolitico.

Devo dire che sono particolarmente contento che i Servizi siano sottratti, almeno pro quota, alla regola, diventata tragicamente universale, del comando da altre pubbliche amministrazioni senza oneri per lo Stato, prevista dall’ultimo articolo di quasi qualunque legge che tocchi temi organizzativi. Mi rendo conto – lo dico all’amico Piercarlo Padoan, qui presente – delle ragioni che hanno portato alla universalizzazione del comando “senza oneri aggiuntivi”, ma il fatto è che spostando gli stessi “generici” da un posto all’altro, non fai neanche mezzo specialista. Il problema per noi è quello di acquisirli, questi specialisti, e non solo nei Servizi di informazione anche se, quando si tratta di loro, la necessità è particolarmente forte, dato che c’è la sicurezza nazionale di mezzo. Vedo comunque che i Servizi lo stanno facendo e ciò è molto positivo, perché serve personale di qualità.

E serve fare rete, come ha scritto di recente il Capo della Polizia, per fare sistema. Fare rete sul piano sovranazionale, in primo luogo europeo: non è possibile combattere un nemico che non conosce confini, avendo degli antidoti chiusi ciascuno nel proprio spazio nazionale. I database devono essere gli stessi, le informazioni devono essere le stesse. Non solo la sicurezza nazionale ma, permettetemi una breve divagazione su questo punto, l’Europa ne può guadagnare non poco. L’Europa tornerà a essere amata dai suoi cittadini se sarà nuovamente percepita come quell’entità sovranazionale che mi dà qualcosa di più di quello che mi dà la mia condizione di cittadino nazionale.

Oggi sta accadendo un processo inverso: mi chiudo nei miei confini nazionali per sottrarmi a ciò che non mi piace e viene dall’Europa. Oggi, se c’è una domanda espressa da tutte le comunità nazionali europee, questa è la domanda di sicurezza: ciò che è accaduto a Parigi è qualcosa che può accadere in qualunque altra città. Se l’Europa si intesta un po’ di risposta alla domanda di sicurezza, contribuisce non poco a rilegittimare la propria identità e la propria funzione. E questo interessa alla sicurezza.

Come fare rete sul piano nazionale? Sui libri si passa il tempo a distinguere tra sicurezza nazionale e sicurezza pubblica: sappiamo benissimo che in presenza del tipo di rischio rappresentato dall’attentato, in realtà c’è un’area assolutamente comune che esige collaborazione. Bisogna inoltre diffondere la cultura della sicurezza anche tra i cittadini: non si può tutelare la sicurezza in modo adeguato senza che i cittadini siano disposti a metterci qualcosa di loro. La tutela della sicurezza non può andare soltanto a limitare i diritti degli altri, i diritti di coloro che arrivano e che magari rispediamo a casa loro. La tutela della sicurezza esige che tutti ci mettano qualcosa. Di sicuro il mito della privacy che viene coltivato in Europa è un mito che dovrebbe essere ridimensionato.

Infine serve, come ha scritto qualcuno, educare le autorità politiche affinché esse siano consapevoli dei limiti esplicativi delle informazioni che possono essere fornite loro dai Servizi di intelligence e sappiano conseguentemente assumere i propri rischi e le proprie responsabilità.

Non è certamente il rischio a cui si assoggettano le donne e gli uomini che lavorano sul campo, il rischio che costò la vita a Nicola Calipari, un servitore dello Stato che oggi giustamente, e anche domani e dopodomani, continueremo a ricordare. Ma si tratta comunque di rischi destinati a pesare fortemente sulla coscienza di chi governa: il terrorismo del nostro tempo ci pone, infatti, davanti a minacce di dimensioni enormi rispetto a quelle cui ci avevano abituato le esperienze precedenti, non bersagli individuali, mirati, ma centinaia, migliaia di vittime in un colpo solo. L’autorità politica che deve decidere ha davanti questo dilemma: mi muovo e rischio di muovermi a vuoto, creando panico inutilmente? Oppure non mi muovo per non creare il panico e allora domani potrò avere sulla coscienza migliaia di vittime nel mio Paese?

Sono scelte davvero difficili. So per esperienza che sono le più difficili dell’attività di governo. Decisivo è qui l’intuito dell’autorità politica. Ma attenzione: l’intuito non è quella che normalmente si chiama la ‘nasometria’. L’intuito è l’illuminazione della mente che consegue alla buona conoscenza dei fatti e degli indizi. Il lavoro dei Servizi informativi torna ad apparirci qui – alla fine del processo – essenziale. Ed essenziale è la loro costante interazione con i titolari delle decisioni ultime.

Categoria: Archivio notizie

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