Gnosis intervista il Direttore generale del DIS

27 gennaio 2013

da Gnosis n. 2/2012 –

Grande professionalità, naturale predisposizione alle relazioni, curiosità intellettuale ed un profondo senso di appartenenza alle Istituzioni sono i tratti più evidenti dell’Ambasciatore Giampiero Massolo, Direttore Generale del DIS, fin dalle prime battu­te dell’incontro con “Gnosis”. La consapevolezza di un’esperienza poliedrica alla guida del Comparto della Intelli­gence Italiana contribuisce a preservare le tradizioni nazionali migliori dell’Intelligen­ce fondendole ad un impegno forte nel rispondere alle esigenze di trasparenza, di rigo­re professionale e di “sicurezza diffusa” del Paese. Così la naturale, dovuta riservatezza delle operazioni esige stile e limpidità nella co­municazione ufficiale per diradare ombre antiche e favorire la diffusione della cultura dei percorsi di intelligence; ed è innegabile la necessità di strutture di informazione e sicurezza adeguate e preparate come “… strumento di navigazione…” in un oceano in cui le minacce sono sempre più imprevedibili, tecnologiche ed articolate. Il tentativo di comprendere “dove va il mondo” unisce attività tradizionali dei Servizi segreti – sia a livello interno che estero – a settori di prevenzione ad ampio raggio che coinvolgono anche esigenze relativamente nuove come la tutela del brand e dell’azien­da-Italia nel rispetto degli interessi nazionali sia come potenzialità di investimenti che come consolidamento della finanza, fino alla sicurezza dei sistemi informatici.

Intelligence e globalizzazione: qual è il significato dell’attività dei Servizi Segreti nel mondo “globalizzato”?

È quello di difendere l’interesse nazionale ed assicurare la sicurezza dello Stato e dei cittadini anche di fronte alle minacce di nuovo tipo, che sono il portato della globalizzazione: non più e non tanto “territoriali”, ma spesso diffuse, impalpabili, asimmetriche, senza dimensioni spaziali e temporali de­finite.

La crisi economico-finanziaria ci rammenta ogni giorno come la globaliz­zazione abbia agito da fattore moltiplicatore non solo delle opportunità, ma anche dei rischi e delle potenziali minacce. Ciò è valso, evidentemente, sia per gli Stati che per i cittadini ormai chiamati a confrontarsi con il mondo “globa­le” anche nello svolgimento delle più comuni attività quotidiane.

La sicurezza nazionale, tradizionale core business di ogni sistema di intelli­gence, è oggi strettamente legata all’andamento dell’economia ed alle dinami­che sociali che ne conseguono e la globalizzazione, diluendo i confini tra gli Stati, ha accresciuto la competizione tra i sistemi produttivi nazionali, per cer­ti versi esasperandola e rendendo più dure le regole del gioco. La conseguen­za è che, ben più che nel passato, la differenza tra chi vince e chi perde è deter­minata dalla capacità degli attori in campo di procurarsi informazioni ad alto valore aggiunto e di ordinare i dati raccolti, siano essi di origine confidenziale o provenienti dall’infinità di fonti aperte disponibili, in un sistema in grado di fornire efficaci indicazioni di policy.

È anche per questo motivo che l’intelligence del Terzo Millennio non può non avere tra i compiti prioritari quello di guardare ai fatti del mondo con oc­chi attenti a cogliere le interconnessioni esistenti tra i fenomeni che derivano dalla globalizzazione, sviluppando una crescente sensibilità a gestirne le im­plicazioni sul piano della sicurezza nazionale.

In un mondo segnato dalla velocità delle informazioni sempre maggiore, che “peso” ha l’HUMINT?

Il lavoro dell’intelligence – al di là dei supporti tecnologici e del carattere a volte indefinito della minaccia – non può non avere alla base il guardarsi negli occhi. Il fattore umano – come risorsa di collaborazione e capacità operativa – è ancora spesso decisivo.

L’intelligence è uno strumento imprescindibile per la difesa dell’interesse nazionale ed un supporto fondamentale al servizio del decisore politico e di tutto il ‘Sistema Paese’. Con una metafora, potremmo dire che il ruolo dell’in­telligence è oggi essenzialmente quello di fornire al Paese le coordinate utili per tracciare una rotta che gli consenta di affrontare in sicurezza le mille insi­die di una navigazione che sempre più avviene in acque soggette a forti rove­sci non prevedibili attraverso la normale strumentazione di bordo. Per con­durre la nave in porto, sono quindi necessari mezzi molto sofisticati, ma anche un equipaggio all’altezza della situazione.

In effetti, la velocità alla quale girano le informazioni nel mondo globale è ormai un dato ineludibile, con il quale i servizi di intelligence sono obbligati a fare i conti. L’incessante sviluppo delle tecnologie legate alla comunicazione ed alla raccolta delle informazioni impone un continuo affinamento degli strumenti a disposizione degli analisti come degli agenti operativi. Tuttavia, l’elemento tecnologico, se non accompagnato da una componente “umana” di adeguato livello, è destinato a rivelarsi insufficiente a produrre risultati. Da qui l’importanza fondamentale del fattore umano, dell’HUMINT, che mantie­ne la sua insostituibile centralità. È quindi nostro dovere porre il rapporto tra gli assets TECHINT e SIGINT e quello HUMINT sul binario giusto, al fine di esaltare le potenzialità di tutte le componenti del sistema.

Il valore della “trasparenza” dell’attività dei Servizi: la cultura della sicurezza e la comunicazione, il palazzo di vetro e la tutela degli operatori.

La riservatezza è ovviamente la cifra distintiva dei Servizi di informazio­ne. Ma sono le operazioni a dover essere per loro natura riservate, per una in­dispensabile esigenza di tutela di chi le fa e di chi vi partecipa, talvolta anche a rischio della propria vita ed in contesti segnati da elevata pericolosità. Lo strumento intelligence si giova invece di molto ad essere valorizzato ed illu­strato. Non dobbiamo, pertanto, consentire che la doverosa riservatezza del nostro lavoro getti ombra sullo strumento in se’, che opera al servizio delle Istituzioni, dei cittadini e del ‘Sistema Paese’.

Se in passato si è verificato che la riservatezza abbia offuscato lo strumen­to, ciò può essere accaduto anche a causa di un problema di comunicazione da parte degli stessi servizi di intelligence, un lusso che non ci possiamo più per­mettere ed una forma mentis che dobbiamo abbandonare quanto prima. La ri­cetta è semplice: essere, per quanto ci è consentito, trasparenti e comunicare di più e meglio con l’esterno, utilizzando i molti mezzi e le molte opportunità che la società dell’informazione ci mette a disposizione. Noi ci stiamo lavorando alacremente e ritengo che i primi risultati siano molto incoraggianti, ma que­sto è solo uno dei due aspetti del problema.

L’altro aspetto è rappresentato dalla ancora carente diffusione della “cul­tura della sicurezza” nel nostro Paese.

In tempi di crisi economica, tagli ai bilanci e spending review, non c’è più posto per le rendite di posizione ed è, quindi, giusto che il cittadino chieda conto anche ai Servizi segreti, pur nel rispetto delle loro peculiarità, di come vengono utilizzate le risorse di cui essi dispongono, con quali finalità e conquali risultati. È una richiesta che condivido e che considero uno sprone utilis­simo per consentirci di essere sempre più efficienti e “competitivi”.

In parallelo, tuttavia, è necessario che lo stesso cittadino sviluppi una più spiccata sensibilità per le problematiche connesse con la sicurezza, nelle mol­teplici declinazioni che le sono proprie. In altre parole, il mio auspicio è che, così come concetti complessi quali “spread” e “default” siano ormai divenuti di uso comune, cresca e si consolidi nel Paese una consapevole attenzione anche nei confronti dei temi della sicurezza, sui quali ciascuno di noi può indubbia­mente dare un importante contributo in termini di impegno civile.

Per raggiungere questo risultato è fondamentale partire dalle parole, dal linguaggio che i Servizi di intelligence utilizzano correntemente e che si nutre di termini tecnici spesso di difficile lettura per i non addetti ai lavori. Da que­sta convinzione è nata una lungimirante iniziativa del Sottosegretario De Gen­naro, che ha opportunamente ispirato la pubblicazione di un glossario che raccoglie i principali termini in uso nel mondo dei Servizi di sicurezza, inizia­tiva che ha riscosso un successo lusinghiero fin dalla presentazione ufficiale del volume, avvenuta lo scorso 27 giugno, e che ci conforta nella determina­zione a proseguire per questo sentiero.

Il cambiamento della società – Il crollo dei miti – Il sogno americano – La ‘cortina di ferro’ da dove si ‘ricomincia’? I nuovi orizzonti di minaccia e le nuove sfide.

Direi che si ricomincia dal mondo globale. Un mondo dal quale, che ci piac­cia o no, non possiamo scendere. Viviamo in un’epoca in cui gli spazi si sono accorciati e, con essi, il tempo. Eventi apparentemente lontani possono avere una influenza diretta sulle nostre vite, per questo l’intelligence non deve smar­rire la capacità di elaborare una visione di insieme dei diversi fenomeni che si sviluppano intorno a noi e deve essere in grado di trarne una lettura sintetica.

Le minacce alla sicurezza nazionale sono cambiate rispetto anche solo a quindici anni fa, sono sempre più spesso asimmetriche e richiedono risposte tempestive ed efficaci. Per difenderci, quindi, dobbiamo aprirci al mondo e imparare a capirlo, cercando di coglierne le dinamiche evolutive.

Ci riusciremo se saremo in grado di ridefinire tempestivamente priorità di analisi e metodologie di lavoro.

Quanto alle prime, accanto ai tradizionali ambiti di attività dei nostri Servi­zi di informazione, quali la lotta al terrorismo, il contrasto alla criminalità orga­nizzata ed ai movimenti eversivi, la tutela dei contingenti italiani all’estero (che mantengono indubbiamente la loro centralità nella nostra azione), altri hanno assunto negli ultimi anni una importanza fondamentale. Penso, in particolare, alla protezione degli interessi nazionali sotto il profilo economico-finanziario ed alla difesa delle infrastrutture critiche e delle aziende strategiche del Paese dalla minaccia di un attacco cibernetico. Si tratta di settori nei quali la competi­zione, anche con Paesi a noi affini, si fa ogni giorno più serrata e complessa.

Credo che oggi l’intelligence economico-finanziaria sia chiamata non solo a proteggere gli interessi economici nazionali, ma anche a promuoverli, ac­cendendo i riflettori sul terreno nel quale le nostre aziende operano, in Italia come all’estero, e bonificandolo dagli eventuali pericoli che esso può nascon­dere.

In tale veste, i Servizi di Informazione possono svolgere un preziosissimo ruolo di supporto nei confronti del Sistema Paese, contribuendo in modo fatti­vo alla riattivazione del processo di crescita e sviluppo del nostro sistema eco­nomico. Quanto al rischio cibernetico, non si può non osservare con favore co­me si stia diffondendo negli ambienti istituzionali, ma anche nel tessuto im­prenditoriale nazionale, una nuova consapevolezza della gravità dei danni che iniziative ostili provenienti dal cyberspace potrebbero arrecare a settori strategici del Paese.

È ora necessario dare luogo ad una efficace azione di coordinamento tra le Amministrazioni competenti, gettando le basi per la creazione di un sistema in grado di difendere il nostro spazio cibernetico da attacchi di qualsiasi pro­venienza.

Sul versante delle metodologie di lavoro, invece, sono convinto che la priorità debba essere data al rafforzamento del legame tra la raccolta delle in­formazioni e l’analisi, adottando un approccio improntato alla concretezza che, esaltando le peculiarità di entrambe le funzioni, ne potenzi le capacità sul versante previsionale. In tale ottica, sono convinto che occorra privilegiare sempre di più una visione “tematica” dell’azione della nostra intelligence, ri­spetto ad una visione di tipo “geografico”, più tradizionale, ma ormai obsole­ta e certamente non in grado di assicurare quella indispensabile visione di in­sieme cui facevo riferimento in precedenza.

La crisi economica, la disoccupazione, il “richiamo alle piazze”– realtà quotidiane: cosa porterà l’autunno?

Sono fiducioso nelle capacità del sistema europeo e internazionale di ri­generarsi. E questo vale anche per il nostro straordinario paese. La crisi sta colpendo duramente la nostra economia, con riflessi sociali che in alcune re­altà rischiano di assumere risvolti drammatici. L’autunno è, tradizionalmen­te, la stagione in cui le tensioni latenti possono crescere di intensità e tradur­si in una escalation del confronto politico, economico e sindacale. Quest’anno, poi, il circolo vizioso innescatosi tra l’esigenza di contenimento del debito pubblico e la necessità di rilanciare la crescita, assieme alla minaccia sempre attuale di massicci attacchi speculativi contro i nostri titoli di Stato, potrebbe contribuire ad esacerbare ulteriormente gli animi ed aprire spazi di manovra per iniziative da parte di movimenti che operano al di fuori del quadro de­mocratico.

Seguiamo con la massima attenzione l’evoluzione degli eventi, pronti a co­gliere ogni eventuale segnale di allarme, nella piena convinzione, tuttavia, che l’arma più efficace per disinnescare sul nascere ogni tentazione di cedere alla violenza sia costituita dal senso di responsabilità di tutti gli attori in campo. Sotto questo profilo, le forze democratiche del Paese stanno dimostrando di saper reagire con una grande maturità ad una situazione indubbiamente mol­to difficile. Lavoriamo affinché questo sforzo venga premiato.

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Il “pianeta” giovani: le prospettive e la formazione

Credo molto nei giovani. Sono una risorsa cruciale. Il nostro futuro. Ne è riprova il fatto che, da Segretario Generale della Farnesina, ho sempre soste­nuto la nomina di giovani diplomatici a capo di ambasciate e consolati genera­li, anche in Paesi molto importanti sotto il profilo dei rapporti bilaterali e degli interessi nazionali.

L’Italia può fare affidamento su ragazzi davvero preparati, provenienti dalle nostre università o da esperienze di studio maturate all’estero, spesso in ambienti accademici di eccellenza. Sono quindi convinto che il Comparto pos­sa e debba attingere a questo prezioso patrimonio di conoscenze e professio­nalità senza timore di innescare processi di sana contaminazione con ambien­ti tradizionalmente estranei ai nostri Servizi di Sicurezza.

Ecco perché, grazie anche alle importanti novità in questo campo intro­dotte dalla Legge 124/2007 e dalle recenti modifiche che vi sono state appor­tate su iniziativa del COPASIR, ci stiamo muovendo verso l’adozione di pro­cedure di reclutamento che vogliamo sempre più trasparenti, meritocratiche ed orientate ad attrarre nuovi profili professionali, tenendo in debita consi­derazione l’alto potenziale del settore privato in termini di apporto di idee ed innovazione.

L’intelligence è un mestiere come altri, nessuno nasce agente segreto, al di là delle capacità e del talento che ognuno di noi ha avuto in dote alla nascita. E, in quanto mestiere, l’intelligence può essere insegnata.

La parola chiave è, dunque, formazione.

La sfida che abbiamo dinanzi a noi è quella di valorizzare le nostre risorse umane, ed in particolare le nuove leve, attraverso un continuo percorso di ag­giornamento e crescita professionale, a tutti i livelli di impiego.

Il nostro obiettivo è quello di assicurare al Comparto quel graduale ricam­bio generazionale che è indispensabile per mantenere standard di eccellenza nel servizio fornito al Paese.

Tra i giorni della gioventù, cosa Le manca dei suoi venti anni?

La libertà, soprattutto.

La capacità e, forse, l’incoscienza di autodeterminarsi. Sul piano professio­nale, non ho particolari rimpianti ma, con il senno di poi, se potessi tornare in­dietro, nel decidere quale carriera intraprendere valuterei con attenzione an­che quella di agente segreto, alla quale, lo confesso, non avevo mai pensato prima di iniziare questa eccezionale esperienza lavorativa!

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