Tornano le carte segrete dell’intelligence

29 luglio 2014

di Gianluca Ansalone

Carte Segrete dell’Intelligence Italiana: il S.I.M. in archivi stranieri, di Maria Gabriella Pasqualini

Carte Segrete dell’Intelligence Italiana: il S.I.M. in archivi stranieri, di Maria Gabriella Pasqualini

Si dice spesso che la prima vittima della guerra sia la verità. Senz’altro la seconda vittima è la memoria. In effetti, se non potessimo contare sulla passione e sull’impegno di persone come la professoressa Pasqualini, che alla ricerca storiografica sulle carte d’archivio originali ha dedicato l’intera vita, la nostra storia nazionale avrebbe dei buchi incolmabili.

Il volume “Carte segrete dell’intelligence italiana”, presentato al Salone del Libro di Torino, ha innanzitutto e soprattutto questa valenza: colmare una drammatica lacuna nella continuità della nostra intelligence. Siamo nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale. L’Italia è un Paese lacerato, distrutto e fiaccato da anni di conflitto. Subito dopo l’armistizio e lo sbarco degli Alleati nel Mezzogiorno, tanto il Comando tedesco nel Nord quanto quello anglo-americano hanno l’ordine di requisire e se possibile di distruggere tutte le carte della nostra intelligence, custodite in diversi archivi. Non sappiamo quanti di questi documenti siano andati persi per sempre. Ma, grazie alla professoressa Pasqualini, sappiamo oggi che un buon numero venne portato all’estero, a Parigi, Londra, Washington e Madrid. Ed è in queste capitali che l’autrice ha svolto il suo meticoloso e puntuale lavoro di raccolta e analisi.

Non inganni però questa preziosa modalità di condotta dell’analisi. Il libro infatti si legge anche come un romanzo, una spy story fatta del racconto di uomini coraggiosi che in momenti assolutamente drammatici ebbero la forza e il coraggio di rispondere solo al supremo interesse di una Nazione che di lì a poco si sarebbe rimessa in piedi e avrebbe ricominciato a correre.

La ricerca storica sull’intelligence è difficile per definizione, e non solo per la natura “riservata” della sua attività. Ciò appare particolarmente evidente in questi giorni: nel momento in cui il Governo ha meritoriamente deciso di desecretare alcuni documenti relativi a passaggi oscuri della storia italiana recente, la vera difficoltà starà nel reperire quei documenti. Il vero limite alla ricostruzione storica non è tanto nella quantità di un numero molto limitato di fascicoli con classifica “segreto” o “segretissimo”, quanto il loro essere estremamente frammentati, sparsi tra Uffici di Polizia, Archivi centrali e periferici, Procure della Repubblica e Tribunali.

Per questo il lavoro della professoressa Pasqualini è così importante e serio. Lavorare su documenti originali, inediti, in lingue diverse e in diverse capitali del mondo è un punto di altissimo merito.

L’analisi storica del libro si inserisce in un momento drammatico per il nostro Paese e per tutte le sue componenti, inclusa l’intelligence: il passaggio tra l’avvento del fascismo e la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il volume raccoglie non solo le storie degli uomini della nostra intelligence in quei passaggi ma anche alcune importanti considerazioni sull’organizzazione e gli scopi del servizio segreto italiano. Un servizio fatto di uomini soprattutto, prima ancora che di tecnologie e di tecniche.

In questo senso, sono particolarmente avvincenti le pagine dedicate all’archivio personale – sottratto cioè dalla sua cassaforte privata – del Colonnello Donato Tripiccione, a capo del SIM tra il 1937 e il 1939, morto suicida a Roma nel 1943.

Il suo archivio non è solo una fonte di notizie sui fatti e le ricostruzioni di quell’epoca ma contiene una serie di documenti con considerazioni sugli obiettivi e sull’organizzazione dell’intelligence. Si tratta di considerazioni di grande attualità, che per alcuni versi animano il dibattito ancora oggi.

Nelle carte scritte da Tripiccione si ritrovano suggerimenti su come organizzare il Servizio, con una forte attività di coordinamento rispetto alle sezioni operative, su come valutare le fonti, un compito particolarmente arduo in un’epoca nella quale non esistevano le tecnologie cui oggi noi siamo abituati, su come reclutarle. Ci sono addirittura molte pagine dedicate al dibattito su un “Servizio unico”, dibattito che è proseguito fino a pochi anni fa, praticamente fino alla legge di riforma del 2007.

E ancora: la necessità di provvedere ad una formazione qualificata e continua per il personale del Servizio, un’esigenza che è stata ribadita con forza dalla legge 124/2007, che ha attribuito al DIS e alla sua Scuola questo compito. O, infine, come appunta Tripiccione e riporta la professoressa Pasqualini “la necessità di un Organo coordinatore presso il Capo del Governo”, qualcosa di molto simile quindi alla nostra Autorità Delegata.

Altro punto di grande rilevanza nel medesimo Archivio è la valenza attribuita ai Centri esteri, “anche in tempo di pace” come sottolinea il Capo del SIM. Un’esigenza che riscontriamo ancora oggi per garantire, in un mondo globalizzato, la prevenzione e la corretta analisi delle minacce alla sicurezza ben prima che esse giungano ai confini nazionali.

Nonostante fossimo in un’epoca completamente diversa, da non sottovalutare era anche l’utilizzo delle tecnologie allora disponibili. In particolare quelle aeree, che consentivano, come nel nostro moderno SIGINT, di riprendere e analizzare dall’alto il territorio nemico.

Insomma: ne emerge un quadro non solo di grande modernità e lungimiranza, ma anche la dimostrazione che la sensibilità e l’importanza dell’intelligence richiedono tempi di assestamento lunghi e una ponderazione necessaria al miglior equilibrio possibile.

Queste importanti ricostruzioni si inseriscono però all’interno di un contesto drammatico. L’Italia dello sbarco degli Alleati e dell’8 settembre è un’Italia smarrita, lacerata, ancora in guerra e senza una Catena di Comando chiara. In quel contesto il ruolo dell’intelligence diventa cruciale, pur non essendo ovviamente immune dalla difficoltà e dalle contraddizioni del momento.

Gli anglo – americani ritengono però opportuno e utile fare in modo che alcuni ufficiali del SIM, riparati nel frattempo a Brindisi, potessero rimettere in piedi almeno un nucleo di Servizio Informazioni nell’Italia meridionale liberata. Il tutto ovviamente sotto il rigido controllo degli Alleati e dei loro servizi segreti. Questo scarno gruppo di ufficiali era comandato da Pompeo Agrifoglio.

È in questo frangente che la Storia, fatta di contraddizioni ed enormi difficoltà, riparte grazie ad atti di eroismo e ad una profonda volontà, per gli appartenenti ai Servizi di allora, di contribuire al percorso democratico che a malapena si poteva immaginare prima della fine della Guerra.

Gli Alleati non si fidavano degli italiani ovviamente. E tra inglesi e americani era partita una competizione serrata per avvicinare alle rispettive sfere di influenza il primo nucleo del Servizio italiano. I compiti erano soprattutto concentrati sul controspionaggio: gli italiani dovevano agire sulla base di informazioni scarne e parziali e riportare senza esitazioni al Comando alleato in Italia. Una mutilazione e una mortificazione difficile da sostenere per servitori dello Stato che ancora una volta però si distinsero per capacità e per abnegazione.

E già nel luglio del 1944, dopo circa dieci mesi di operatività, il nuovo SIM aveva raggiunto le mille unità. Una ricostruzione impressionante visti i tempi e le condizioni del Paese.

Il concetto di intelligence si evolve ma mantiene dei punti fermi: l’importanza del fattore umano soprattutto ma anche la necessità di trovare un assetto organizzativo e operativo efficace.

Il libro serve anche a riequilibrare la parzialità di una storiografia, di fonte anglo-americana, non sempre tenera o positiva rispetto al nostro Paese e ai suoi servitori in quel frangente storico. Pur tra mille difficoltà, pur in un contesto nel quale l’Italia a lungo fu un Paese a “sovranità limitata”, si deve anche agli uomini del SIM se l’Italia ha potuto intraprendere definitivamente e stabilmente la strada della democrazia, fino a diventare, di lì a qualche decennio, un protagonista della vita economica e politica del pianeta e un alleato fondamentale nell’architettura europea e nell’Alleanza atlantica.

Gianluca Ansalone è docente di Geopolitica e Intelligence presso le Università Link Campus e Sapienza – Università di Roma. È autore di numerosi testi sulla geopolitica e la sicurezza. Il più recente ha per titolo “Pianeta tossico – Armi di distruzione di massa, segreti e insidie” (Castelvecchi editore, marzo 2014).

Categoria: Archivio notizie

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