Povertà e terrorismo

19 dicembre 2013

muro

È una convinzione diffusa che la povertà e la mancanza di istruzione siano cause importanti di terrorismo.

Il 22 marzo 2002, George Bush dichiarava, in un importante discorso pronunciato a Monterrey, in Messico: “Lottiamo contro la povertà perché la speranza è una risposta al terrorismo”. Sua moglie Laura aggiungeva: “Per ottenere una vittoria duratura nella guerra al terrorismo bisogna assicurare che i bambini del mondo ricevano un’istruzione, perché i bambini istruiti sono molto più propensi ad abbracciare i valori che sconfiggono il terrorismo”.

Dichiarazioni analoghe sono state rilasciate da molti leader mondiali dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Tra questi, Tony Blair, Bill Clinton, Al Gore e James Wolfensohn, allora presidente della Banca Mondiale, il quale disse: “Non vinceremo la guerra contro il terrorismo finché non affronteremo il problema della povertà e quindi le fonti del malcontento”.

In anni recenti, il nesso tra povertà, mancanza di istruzione e terrorismo, è stato contestato da alcuni studiosi. Tra questi, vale la pena ricordare l’economista Alan B. Krueger della Princeton University e il sociologo Alessandro Orsini, dell’Università di Roma Tor Vergata nonché Research Affiliate al MIT.

Nel libro What Makes a Terrorist: Economics and the Roots of Terrorism[1] Krueger ha affermato che esistono scarsi elementi a sostegno di una relazione tra povertà, bassi livelli di istruzione e terrorismo. In primo luogo, Krueger ha invitato a stare in guardia dalle speculazioni che molti leader mondiali fanno sul terrorismo. Sfruttando il luogo comune che attribuisce la colpa del terrorismo alla povertà, questi promuovono i propri interessi, sollecitano maggiori aiuti internazionali per il proprio Paese o la propria istituzione e sviano l’attenzione dagli errori delle loro politiche interne che provocano risentimenti ed estremismo. È intuitivo, inoltre, che un innalzamento del livello di istruzione non crea necessariamente tolleranza e rispetto tra le culture. Se i contenuti dei programmi scolastici sono violenti e razzisti – spiega Krueger – più istruzione significa più intolleranza e maggiori pregiudizi.

A tale riguardo, una delle pagine più interessanti del libro riguarda i sondaggi di opinione effettuati dal Pew Research Center nel 2004 in Giordania, Marocco, Pakistan e Turchia. In ciascuno di questi paesi sono state interpellate circa mille persone. Una delle domande era: “Che cosa pensa degli attentati suicidi contro gli americani e altri occidentali in Iraq? Personalmente, ritiene che siano giustificati o no?”. I grafici dicono che le persone con un livello di istruzione più elevato sono più propense a giustificare gli attentati suicidi contro gli americani e gli occidentali in Iraq. I dati non confermano che le persone poco istruite siano più favorevoli agli attentati rispetto a quelle colte.

Il Palestinian Center for Policy and Survey Research (Pcpsr), un gruppo di esperti specializzati in sondaggi con sede a Ramallah, raccoglie i dati relativi all’opinione sull’atteggiamento nei riguardi della violenza contro Israele in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Anche i numerosi sondaggi del Pcpsr dicono che non sono gli strati meno abbienti della società a esprimere il maggior sostegno per gli attacchi terroristici contro gli israeliani, bensì le persone più istruite e quelle che esercitano professioni di maggior prestigio.

Le ricerche di Krueger sono ricche di dati e di statistiche, che non è possibile riportare integralmente. A ogni modo, Krueger ha trovato che il tipico terrorista è una persona che ha un livello di istruzione e di reddito mediamente superiore rispetto al segmento di popolazione di riferimento, e che le nostre convinzioni sul rapporto tra povertà e terrorismo dipendono in larga parte dagli occhi materialistici dell’Occidente che ci spingono a considerare le condizioni economiche come gli incentivi maggiori ad abbracciare una fede e passare all’azione.

Alla stessa conclusione è giunto Alessandro Orsini in una ricerca pubblicata nell’ottobre 2012 su Studies in Conflict and Terrorism, una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali specializzate in studi sul terrorismo. Orsini ha raccolto i dati relativi a sesso, età, livello di istruzione e professione al momento dell’arresto delle persone arrestate e condannate in Italia per reati di terrorismo tra il 1970 e il 2011 presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) del Ministero di Grazia e Giustizia.

In primo luogo, Orsini fa chiarezza sui numeri: le persone arrestate nel periodo di tempo indicato sono state 2730, mentre quelle condannate sono state 528. Ha poi confrontato il livello di istruzione di queste persone con quello della popolazione italiana secondo i dati Istat del 1981. Il 17,8% delle persone arrestate aveva la laurea contro il 4,1% degli italiani, mentre il 44,5% aveva il diploma di scuola superiore contro il 16,8% degli italiani. Tra i condannati per terrorismo, invece, ben l’11,7% delle persone aveva la laurea e il 48,1% aveva conseguito il diploma di scuola superiore. Anche l’analisi delle professioni dimostra che il tipico terrorista italiano non è figlio della povertà e della mancanza di istruzione.

Ecco il grafico relativo al livello di istruzione delle persone arrestate per terrorismo tra il 1970 e il 2011. I dati pubblicati disponibili riguardano 2333 soggetti su un totale di 2730:

 

Grafico: livello di istruzione delle persone arrestate per terrorismo tra il 1970 e il 2011

Livello di istruzione delle persone arrestate per terrorismo tra il 1970 e il 2011

 

Questa che segue è la tabella pubblicata da Orsini relativamente al livello di istruzione delle persone condannate per terrorismo. I dati disponibili riguardano 376 soggetti su un totale di 528:

 

Grafico: livello di istruzione delle persone condannate per terrorismo

Livello di istruzione delle persone condannate per terrorismo

L’articolo di Orsini presenta altre importanti statistiche sui terroristi italiani che non è possibile riportare in questa sede per motivi di sintesi.

Sia Krueger, sia Orsini, richiamano l’attenzione sull’importanza delle ideologie. Anziché chiederci quali persone abbiano un salario basso e poche opportunità, dovremmo chiederci chi abbia opinioni politiche talmente salde da volerle imporre con la violenza. La maggioranza dei terroristi non è così disperatamente povera da non avere niente da perdere. I terroristi sono generalmente persone cui sta a cuore una causa e l’abbracciano con tale fanatismo da essere disposte a morire e a uccidere per sostenerla.

Orsini spiega che l’ideologia è il primum movens dell’azione terroristica. Si tratta di un argomento che aveva già sviluppato nel suo libro, Anatomia delle Brigate rosse[2]. I terroristi non uccidono per difendere il loro status socio-economico. Sono disposti a morire e uccidere perché sono convinti di avere avuto accesso alla verità ultima sul significato della storia e intendono imporre la loro visione del mondo con la forza.

Le osservazioni di Krueger e di Orsini sul ruolo delle ideologie sono utili ma, come ricorda lo stesso Orsini, le ideologie non creano di per sé i terroristi. Per passare dalle parole ai fatti, occorre seguire un percorso di vita che gli studiosi chiamano “processi di radicalizzazione”. Un individuo è “radicalizzato” quando abbraccia una visione del mondo intollerante e incline alla violenza.

Si presti attenzione però. Esistono due tipi differenti di radicalizzazione. La “radicalizzazione cognitiva”, che consiste in una trasformazione nel modo di vedere il mondo, e la “radicalizzazione violenta”, che consiste nell’uso effettivo della violenza fisica. La prima è un processo cognitivo, la seconda consiste nell’uccisione o nel ferimento delle persone colpite dall’odio.

I processi di radicalizzazione saranno l’oggetto di un prossimo articolo, il cui fine è quello di introdurre i concetti di base per analizzare un fenomeno che è al centro della ricerca scientifica sul terrorismo.

Ovviamente, gli studi di Krueger e di Orsini non chiudono il dibattito su un argomento assai complesso. È noto infatti che, in tema di terrorismo, gli studiosi quasi mai raggiungono un accordo unanime. Che si tratti del rapporto tra democrazia e terrorismo, povertà e terrorismo, ideologia e terrorismo, le posizioni sono differenti. Bisogna anche considerare che gli studi sul terrorismo erano molto poco coltivati prima dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Le conoscenze sul terrorismo sono in continua crescita ed evoluzione come dimostrano le ricerche pubblicate sulle maggiori riviste scientifiche internazionali specializzate in studi sul terrorismo e talvolta poco conosciute anche da chi lavora nel settore. Uno degli obiettivi di questa sezione sarà proprio presentare questi lavori per contribuire al dibattito e fornire nuovi strumenti di analisi.

 


[1] A. B. Krueger, What Makes a Terrorist: Economics and the Roots of Terrorism, Princeton University Press, 2007.

[2] A. Orsini, Anatomia delle Brigate Rosse, Rubbettino Editore, 2010.

 

 

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Categoria: Approfondimenti

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