Oltre James Bond. L’intelligence nazionale nell’immaginario

11 ottobre 2013

di Giulia Aubry

il questionario sull'intelligence presentatoal ForumPASpioni ipertecnologici? No, grazie! I nostri “agenti segreti” più che James Bond sembrano il “Condor” del romanzo di James Grady, noto con il volto di Robert Redford nella trasposizione cinematografica di Sidney Pollack. O almeno questo è quanto emerge dall’indagine condotta, lo scorso maggio in occasione del ForumPA, dal Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e cui hanno partecipato circa 1.500 persone.

Un campione accidentale – per usare le definizioni proprie delle scienze sociali – e cui, naturalmente, non è possibile applicare le tecniche della statistica induttiva, ma che – ci perdonino gli esperti del settore – può comunque considerarsi parzialmente rappresentativo di una realtà sociale specifica, quella dei dipendenti, quadri e dirigenti della Pubblica Amministrazione e di quegli attori – prevalentemente politici ed economici – che ruotano intorno a loro. Un campione sicuramente più avvezzo della media nazionale alle leggi e al linguaggio burocratico e istituzionale, ma non per questo meno utile a comprendere quale sia oggi la percezione del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, delle sue componenti e delle sue attività.

Le attività di intelligence: oltre la cinematografia

Equamente divisi tra uomini (53% del campione totale) e donne (47%), con una netta prevalenza di impiegati (48%) seguiti da quadri e dirigenti (25%), per la quasi totalità (96%) di età superiore ai 35 anni (con un 32% al di sotto dei 45) e in possesso di titoli di studio elevati (58% di laureati), coloro che hanno partecipato su base volontaria all’indagine conoscitiva – messa a punto dalla Scuola di Formazione – hanno correttamente attribuito alle attività di intelligence le funzioni di “sostegno all’autorità politica in materia di sicurezza nazionale”, “tutela degli interessi economici, scientifici e industriali del Paese”, “raccolta e analisi delle notizie” (circa il 42% delle risposte utili). Allo stesso modo il 75% dei rispondenti ha identificato il segreto di Stato con “il vincolo posto dal Presidente del Consiglio a tutela degli interessi supremi della Repubblica” e si è dichiarato a conoscenza – direttamente, per proprio bagaglio culturale, o per induzione, attraverso la somministrazione del questionario – del fatto che “l’attività di intelligence è sottoposta al controllo politico-parlamentare”.

Il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica: un mondo ancora da scoprire

Alla corretta interpretazione delle funzioni di intelligence e di alcuni dei suoi strumenti, però, non corrisponde una adeguata conoscenza dell’organizzazione e della normativa che caratterizzano gli ambiti nazionali. Il nome stesso del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, a maggio di quest’anno, risultava sconosciuto ai più. Oltre il 60% del campione intervistato, infatti, ha dichiarato di “non essere a conoscenza del fatto che con la legge 124 del 2007 sia stato creato il Sistema”, mentre il 10% non ha fornito alcuna risposta. Inoltre, è possibile ipotizzare, in considerazione del contesto, che all’interno del restante 30% in molti abbiamo risposto affermativamente più per convenzione che per reale conoscenza. Questa ipotesi appare confermata dal fatto che il 44% e il 35% del campione abbiano, rispettivamente, indicato i soppressi Sisde e Sismi come parti costituenti il Sistema, mentre appena il 15% ha individuato l’Aise, il 14% l’Aisi e solo il 10% il Dis. Mentre il 9% ha addirittura indicato il Sifar come struttura ancora attiva.

Anche le attività di relazione con l’opinione pubblica, il mondo accademico e delle imprese  – definite proprio dalla legge 124/2007 – sembrano non essere adeguatamente conosciute dal campione. Solo il 47% è a conoscenza del fatto che, tra i compiti istituzionali del sistema, vi sia “la promozione della cultura della sicurezza” (il 44% ha risposto di non saperlo e il 7% non ha risposto). Appena il 30% dei rispondenti, invece, ha dichiarato di sapere “che l’intelligence italiana collabora con il mondo accademico”.

Comunicazione istituzionale, media e immagine dell’intelligence nazionale

Da questi dati si può ipotizzare che l’immagine dell’intelligence nazionale, sino a maggio di quest’anno, sia soprattutto conseguenza della fruizione di un’informazione giornalistica, non legata direttamente alla comunicazione istituzionale del Sistema, di volta in volta rielaborata attraverso valori e credenze personali oltreché riferimenti prevalentemente letterari o cinematografici. La conoscenza delle attività generiche, del segreto di Stato e del controllo politico-parlamentare, rappresentato dal Copasir, non sembrerebbe dunque provenire da una strategia comunicativa del Sistema, come viene di fatto confermato dal 79% del campione che ha dichiarato – qualche giorno prima del suo completo rinnovamento che ha fatto registrare un notevole aumento degli accessi – di “non aver mai visitato il sito istituzionale www.sicurezzanazionale.gov.it”.

A conferma di tale elemento è possibile rilevare, nei risultati del questionario, una vera e propria “fame” di conoscenza: l’87% del campione ritiene infatti “sia utile far conoscere meglio l’intelligence nel nostro paese”, mentre l’80% pensa che “le tematiche della sicurezza nazionale debbano avere maggiore rilievo nei corsi universitari”. Una “fame” che è possibile definire “sana” e “istituzionale”, in considerazione degli argomenti che si vorrebbe venissero affrontati nel sito e nella strategia di comunicazione del Sistema: nessun disvelamento di segreti, ma informazioni su “reclutamento”, “crisi internazionali”,  “studi di intelligence”, “minacce alla sicurezza nazionale”, “abilitazioni di sicurezza”.

L’agente segreto italiano: meno 007 più “Condor”

Se le funzioni proprie dell’intelligence, secondo il campione intervistato, sono soprattutto il “sostegno all’autorità politica” e la” tutela degli interessi economici, scientifici e industriali del nostro Paese”, e non “spiare il nemico” o “catturare i terroristi” (rispettivamente solo il 4% e il 5% del campione ha fornito queste risposte), anche i nostri “agenti segreti” devono sapersi adeguare. A loro gli intervistati chiedono di difendere il paese soprattutto da minacce che possiamo definire, rispetto agli ultimi 20 anni, di tipo “tradizionale”: la “criminalità organizzata” (52%), il terrorismo internazionale (51%), la proliferazione delle armi di distruzione di massa (40%). Solo il 31% e il 30% ha indicato, rispettivamente, la “minaccia finanziaria internazionale” e la “minaccia cibernetica” con il valore “5” – il più alto della scala scelta per graduare la percezione del rischio -, ma se si scende al valore “4” la situazione torna in equilibrio e la sicurezza economica e la cyber-security – seppure relativamente poco rappresentate nei media – vanno a collocarsi a livelli più vicini se non alla criminalità organizzata, sicuramente al terrorismo internazionale.

E per poter fronteggiare questo insieme, spesso magmatico, di minacce interne ed esterne,  il nostro “agente” non deve essere né Rambo, né James Bond e neanche Jason Bourne o Jack Bauer, anche se dovendo scegliere quest’ultimo è quello che potrebbe di più avvicinarsi all’ideale espresso.  Le sue caratteristiche principali, per i partecipanti all’indagine, devono essere soprattutto “attitudine al ragionamento” (51% rispetto a possibilità di risposta multipla), “capacità di lavorare in team” (44%), “curiosità e capacità di andare oltre le apparenze” (40%), “capacità relazionali” (36%), mentre astuzia e seduzione si fermano rispettivamente al 28% e al 9%. Il profilo perfetto – o “quasi”- dell’analista di intelligence, il “Condor” del XXI secolo.

L’intelligence domanda, l’intelligence ascolta

L’indagine conoscitiva svolta in occasione del ForumPA rappresenta sicuramente una novità assoluta nel panorama delle relazioni della struttura di intelligence nazionale con l’opinione pubblica. Partendo, dalla ricostruzione delle rappresentazioni e delle credenze collettive, il breve questionario ha sicuramente raggiunto l’obiettivo che si era posto, quello di stimolare, se non una ricerca di senso da parte degli intervistati, almeno una curiosità verso l’ambito della sicurezza nazionale e della sua difesa. Ciò appare evidente nei numerosi commenti finali di apprezzamento e nella richiesta di ulteriori approfondimenti in un dialogo tra un’istituzione tradizionalmente chiusa e un pubblico apparso, per certi versi inaspettatamente, più affascinato dalle funzioni reali dell’intelligence, che non dal “mistero” e dal “segreto”.

La ricerca conferma, dunque, la necessità di un rafforzamento della comunicazione istituzionale e della diffusione della cultura della sicurezza, così come l’opportunità di avere canali comunicativi nuovi e sempre aggiornati, e si pone come un’esperienza innovativa che potrebbe costituire la base per una ricerca più scientifica e un monitoraggio a carattere continuativo. Ciò porterebbe sicuramente a un maggiore dialogo tra i diversi “attori in commedia” che potrebbe, nel nostro paese, smentire la considerazione di Higgins nella scena finale de “I tre giorni del Condor”.  “La gente se ne frega che noi glielo chiediamo, vuole solo che noi provvediamo” diceva l’uomo della CIA a Robert Redford. Forse gli italiani, o almeno una loro parte, hanno invece voglia anche di rispondere e di essere attori più consapevoli.

L’autore

Giulia Aubry svolge attività di ricerca, sviluppo e sperimentazione nelle scienze sociali e umane e nella comunicazione. In tale ambito ha pubblicato diversi contributi a opere collettive. Giornalista free-lance, community manager per diversi canali Facebook e Twitter, è anche docente in ambito civile e militare sulle tematiche della comunicazione per il cambiamento sociale, della negoziazione e della narrativa strategica. Dal 2008 è capitano della Riserva selezionata dell’Esercito italiano. Ha partecipato alle attività della Scuola di formazione in occasione del ForumPA 2013.

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Categoria: Approfondimenti

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