La politica europea di vicinato: nuove opportunità nei settori di ‘policy’

26 febbraio 2015

pev

di Vincenzo Porcasi

All’inizio degli anni Duemila l’UNECE (United Nations Economic Commission for Europe) sottolineava che l’Unione europea, potenza regionale, per poter iniziare un processo di positiva evoluzione, più che di prospettive endogene di sviluppo necessitava di legarsi stabilmente ai Paesi prossimi al Mediterraneo meridionale, nonché a quelli dell’Asia centrale, dei Balcani orientali e agli Stati del Mar Baltico, includendo in tale quadro la stessa Federazione Russa.

La lezione dell’UNECE ha dato vita alla ‘politica europea di vicinato’  (PEV[1]), fondata sulla necessità di ampliare i mercati di sbocco di beni, prodotti e servizi e di assorbire in contropartita materie prime, semilavorati, prodotti agricoli e risorse umane, di cui l’Unione europea è ampiamente deficitaria.

La PEV è caratterizzata dalla necessità di assicurare una prospettiva di stabilità e sicurezza collettiva dell’area con l’obiettivo di creare un clima di prosperità comune, intesa sia in termini di ricchezza monetaria e finanziaria sia in senso sociale e psicologico e, soprattutto, prosperità avvertita come tale, più che concretamente realizzata. Il problema infatti, come è emerso durante la stagione delle primavere mediorientali e come confermato dai flussi migratori che muovono dall’Africa centrale verso il Marocco, la Tunisia e la Libia per poi in parte passare nel Mediterraneo, vede coinvolto non un flusso di soggetti disperati e apparentemente poco abbienti, bensì persone qualificate, spesso con una carriera di studi alle spalle, che tentano di uscire da una statica convinzione di ruoli e funzioni tribali immodificabili e inaccessibili nel tempo. Per questo motivo un brillante giovane commerciante del Burkina Faso o del Ghana, ampiamente scolarizzato nelle varie missioni sul territorio, pur capace di realizzare un notevole profitto economico nel suo Paese, non potrà ottenere un risultato socialmente rilevante come a lui può sembrare dovuto.

Il problema diviene quindi l’accoglienza degli immigrati e la contestuale realizzazione di due obiettivi: l’inserimento in Europa al fine di raggiungere una qualsiasi forma di prosperità ed il consenso ad un riconoscimento sociale per la conseguita posizione economica ed intellettuale (all’immigrato si potrebbe applicare il detto di Napoleone ai suoi soldati: «Nello zaino di ogni soldato c’è un bastone da maresciallo»).

Tuttavia l’Europa nella forma dell’Unione europea, non può da sola gestire un ininterrotto flusso di migranti, ragione per cui è necessario, all’interno di una politica di stabilità e sicurezza collettiva, assicurare anche una concreta forma di prosperità in tutte le aree dei Paesi vicini. Tale quadro di politiche di vicinato è dedicato ai sedici Paesi più prossimi allo spazio dell’Unione europea allargata: Algeria, Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Egitto, Georgia, Giordania, Israele, Libano, Libia, Marocco, Moldavia (con la questione della Transnistria ancora irrisolta), Palestina (anche se ciò non comporta il riconoscimento della Palestina come Stato), Siria, Tunisia e Ucraina con i suoi conflitti.

La PEV è una politica a responsabilità bilaterale tra Unione europea e ciascuno dei Paesi partner, che finalmente assumono la veste di enti che hanno pari dignità con l’Unione. Nell’ambito della PEV l’Unione europea, dopo anni di fallimento dei vari tentativi (partenariato orientale, partenariato euro-mediterraneo e la sinergia del Mar Nero), offre ai propri vicini la possibilità di relazioni privilegiate, costruite sull’impegno reciproco verso valori comuni quali democrazia e diritti umani, da leggere tuttavia sia nell’impronta volteriana di stampo occidentale, sia nelle varie espressioni proprie dei Paesi dell’area meridionale del Mediterraneo.

Ci si incammina quindi verso una possibile forma di Stato di diritto, fondato sul buon governo e sulle buone prassi, e sui principi dell’economia di mercato e dello sviluppo sostenibile. Molto più semplice nel processo relazionale è il cammino con gli Stati dell’Asia centrale e dell’Europa orientale, con i quali tutte le relazioni sembrano privilegiate in quanto più ampio è il livello di condivisione dei valori comuni, anche attraverso le sinergie oggi esistenti fra ortodossia cristiana e cattolicesimo.

A ragione di ciò la PEV, oltre ad includere una vicinanza politica, pone al suo interno come strumento-obiettivo del perseguimento dei valori richiamati, lo sviluppo di partenariati di carattere produttivo e commerciale, oltre che culturali, partendo dal principio che più concretamente cresce la ricchezza e la relazione interpersonale e meno si avverte il bisogno di isolarsi e arroccarsi su posizioni di non confronto.

Secondo il vecchio adagio ‘primum vivere, deinde philosophari’, il programma di recente entrato in vigore, European Neighbourhood Instrument (ENI), prevede una concreta gamma di opportunità nei vari settori di ‘policy’: il lavoro, le politiche sociali, lo sviluppo delle parti sociali, il commercio e l’industria con la relativa applicazione degli standard qualitativi europei, tesi ad assicurare la certezza della filiera produttiva; da questi, l’agricoltura e lo sviluppo culturale, i cambiamenti climatici e l’ambiente oltre la sicurezza energetica, i trasporti, la ricerca dell’innovazione e il supporto alla salute pubblica, l’istruzione, i giovani e la cultura intesa nel suo senso più ampio, come accesso a tutto ciò che non è materia.

Un ruolo centrala nella PEV assumono i ‘Piani d’Azione’, ovvero le agende di assicurazione bilaterali, siglati tra Unione europea e i singoli Stati partner. La PEV non risulta ancora attivata nei confronti di Algeria, Bielorussia, Libia e Siria, sebbene un piano d’azione con l’Algeria sia in corso di negoziazione. Ovviamente, a fondamento del piano d’azione, vi è senz’altro il rafforzamento del sistema giustizia, teso ad evitare quei fenomeni di bribery che possono ricorrere sia nei Paesi partner sia nell’Unione europea. Ciò equivale ad entrare in uno spazio ove vigono regole fondamentali di pari opportunità, di partecipazione economica e di concorrenza leale, con la conseguente protezione di specifici standard relativi ad ambiente, salubrità degli alimenti e sicurezza sul lavoro.

Ulteriore perno della PEV è la promozione del commercio anche mediante costruzione di reti energetiche e di trasporto, rafforzando ulteriormente il settore del turismo. Quest’ultimo diviene fattore di socializzazione, facilita la mobilità e rafforza il dialogo interculturale dal quale derivano gli scambi fra i giovani in corso di formazione, in modo tale da accrescere il capitale umano, creando così società responsabili e consapevoli.

L’accordo ENI, entrato in vigore il 1 gennaio 2014 e che terminerà il 31 dicembre 2020, dispone di una dotazione di oltre 15 miliardi di euro. L’ENI fornirà così la copertura finanziaria della PEV a favore dei partner, secondo i principi della differenziazione e della delocalizzazione, approccio che determina gli incentivi derivanti dallo stesso concetto di more-for-more, in modo tale che l’approccio risulti il più inclusivo possibile[2].

Occorre premettere che gran parte delle misure previste dal programma ENI sono concretamente gestite dall’Ufficio di rappresentanza dell’Unione europea e dai singoli territori, ed è con questi che l’operatore che voglia inserirsi in tale quadro deve puntualmente confrontarsi. Egli deve inoltre tenere conto che i contenuti dell’ENI non escludono la possibilità di utilizzare, per l’avvio di concrete presenze nei singoli territori, altri incentivi nazionali e/o internazionali (sul piano nazionale: SIMEST e SACE, su quello internazionale: le azioni dell’UNDP, della FAO, della Banza Mondiale, del FMI, della Banca europea di ricostruzione e sviluppo, dell’INCE, dell’UNIDO, solo per citarne alcuni). In tale contesto ed in previsione della piattaforma ENI, l’Unione Europea ha varato una strategia di visibilità per il partenariato orientale, intesa a garantire che coloro che sono interessati al partenariato e ne beneficeranno siano adeguatamente informati non solo circa i vantaggi a lungo termine ma anche sui cambiamenti concreti che tale politica comporterà per i nuovi Paesi.

Sul piano delle cose concrete, non solo l’Unione europea ha problemi di rifornimento energetico, ma anche più prosaicamente ha problemi relativi alla quantità e alla qualità; nell’Unione non vi è una sufficiente produzione capace di soddisfare una domanda interna in settori che vanno dall’olio al vino, dai pistacchi al sughero, dall’uva passa a quella sultanina, dal cacao al tè, dai tappeti a quant’altro. Solo creando le condizioni di società miste nel rispetto delle normative ISO e degli standard previsti, è possibile servire il mercato interno unico, ma anche quello dei Paesi partner. ciò infatti è nella pratica e nella concreta operatività che appartiene ai singoli operatori.

Il tema riguarda poi le speciali relazioni che intercorrono fra l’Unione europea e il Marocco, Paese che va sostenuto nella sua azione di recupero della popolazione per il 49% ancora afflitta da povertà anche culturale, al relativo inserimento produttivo da una parte, all’accoglienza dei migranti dall’altra, che arrivano con il loro bagaglio di richieste di compartecipazione a livello sia sociale che produttivo e con la loro ansia di inserimento democratico, secondo il modello esposto dalla Arendt e da Bobbio della micro democrazia partecipativa; in ciò è chiara l’azione del Regno, terzo Paese al mondo per attività produttiva sviluppata dai migranti.

Infine vi è la soluzione al problema del Sud Marocco e del Sahara Occidentale, afflitto dalle richieste algerine e dal Polisario, che, alla luce di un negoziato quadrilaterale, prevede la creazione di un porto sull’Oceano Atlantico, collegato anche tramite ferrovia ad Algeria e Marocco. Il negoziato, sotto l’Egida dell’Ue e dell’ONU, viene gestito da una fiduciaria di amministrazione composta e partecipata dalla Berd, dalla HSBC (con altre banche anche arabe), nonché dalla BCM e dalla BNA, capace da solo di assorbire un milione di lavoratori, impegnati anche nella gestione dei collegati magazzini doganali privati, per le merci allo stato estero, fiscalmente esenti se non per i redditi da lavoro, il tutto finanziato dal programma ENI con il concorso della BM.

 

[1] Politica europea di vicinato e prossimità, alla luce del programma European Neighbourhood Instrument (ENI).

[2] Nell’art.1 del Regolamento esecutivo dell’ENI si spiega che i finanziamenti dell’Ue possono essere utilizzati anche per consentire alla Federazione Russa di partecipare alla operazione transfrontaliera, alla cooperazione regionale ed ai programmi multinazionali.

 

L’autore

Vincenzo Porcasi è commercialista, laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, specializzato in questioni di internazionalizzazione di impresa, organizzazione aziendale, Marketing globale e territoriale. Autore di numerosi saggi monografici e articoli. Incarichi di docenza con l’Università LUISS, con l’Università di Cassino, con l’Università di Urbino, con l’Università di Bologna, con la Sapienza di Roma, con l’Università di Trieste, e con quella di Palermo nonché dell’UNISU di Roma. È ispettore per il Ministero dello Sviluppo economico.

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