La minaccia Isis in Europa attraverso la lente delle Relazioni annuali

2 maggio 2016

lente-europa-logo

di Leandro Di Natala

Abstract

Gli attacchi terroristici di Parigi e Bruxelles hanno fatto emergere elementi caratterizzanti la strategia del cosiddetto Stato Islamico, o Daesh, in Europa. Alcuni di questi aspetti sono stati già affrontati e discussi nelle ultime Relazioni annuali al Parlamento del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica. Una chiave di lettura che descrive caratteristiche e livello della minaccia anche nel nostro Paese.


Gli attacchi terroristici del 13 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo 2016 a Bruxelles hanno fatto emergere alcuni indicatori che permettono di delineare l’aggressiva strategia di attrito e provocazione perseguita dall’autoproclamato Stato Islamico (Isis) o, come viene chiamato nei Paesi arabi, Daesh, nei confronti dell’Europa. Entrambi gli attacchi sono stati rivendicati dall’Isis con video di foreign fighters di nazionalità francese e belga.

La cronaca degli eventi sulla base delle fonti aperte

Dalle indagini, ancora in corso, emergerebbe che la cellula jihadista di Daesh, che ha condotto l’attacco coordinato contro l’aeroporto internazionale di Bruxelles-Zaventem e sulla linea metro all’altezza della fermata di Maelbeek, faccia parte di quella protagonista dell’attacco multiplo a Parigi la sera del 13 novembre 2015.

Sembrerebbe infatti che l’attacco condotto a Bruxelles, già in fase di avanzata preparazione, sia stato accelerato dopo la cattura del latitante Salah Abdeslam, il 18 marzo nel distretto di Molenbeek. La sua cattura è avvenuta dopo la scoperta, il 15 marzo, di una safe house dove apparentemente si era nascosto nel distretto di Forest con altri due complici. Uno degli operativi più importanti del commando jihadista, Najim Laachraoui, che insieme a Ibrahim El-Bachraoui si è fatto esplodere all’aeroporto di Zaventem, è ritenuto l’artificiere, o uno degli artificieri, degli attentati di Parigi e di Bruxelles. Questo terrorista di nazionalità belga sarebbe partito per la Siria nel febbraio 2013. Secondo quanto è possibile riscontrare nelle fonti aperte disponibili, infatti, suo DNA è stato trovato sui giubbotti esplosivi usati a Parigi e nell’appartamento utilizzato dagli attentatori a Schaerbeek. Utilizzando il falso nome di Soufiane Kayal, Laachraoui aveva affittato anche un’abitazione a Auvelais, in Belgio, usata dagli attentatori di Parigi.

Laachraoui e il complice Mohamed Belkaid, che usava il nome falso di Samir Bouzid, sono sospettati di aver inviato denaro il 17 novembre a Hasna Aït Boulahcen, cugina di Abdelhamid Abaaoud, considerato uno degli organizzatori dell’attacco di Parigi. Il 18 novembre sia Asna che Abdelhamid sono stati uccisi dall’esplosione innescata da un terrorista suicida mentre si trovavano assediati dalle forze speciali francesi nella periferia di Saint-Denis a Parigi.

Il 9 settembre 2015 Belkaid, Laachraoui e Salah Abdeslam erano stati controllati alla frontiera austro-ungherese. Gli inquirenti ritengono che Belkaid e Laachraoui siano i destinatari di un sms mandato da un terrorista morto il 13 novembre a Parigi poco prima dell’attacco.

Nonostante sia ancora troppo presto per avere una comprensione esatta dei fatti, è allarmante che almeno una trentina di persone, cifra per difetto, siano finora considerate implicate nell’organizzazione, esecuzione e sostegno logistico degli attacchi di Parigi e Bruxelles. I documenti falsi usati dai terroristi sembrerebbe siano stati forniti da un’organizzazione della quale avrebbe fatto parte un algerino arrestato in provincia di Salerno il 26 marzo[1].

L’operato di Isis in Europa e le Relazioni annuali al Parlamento: una chiave di lettura

La dinamica e l’organizzazione degli attacchi, delineano un trend già evidenziato dalle Relazioni degli apparati di intelligence italiani del 2014 e del 2015: «Oltre che un cambio di passo di natura tattica, anche un inquietante salto di qualità strategico della sfida posta dal terrorismo internazionale»[2].

Come hanno sottolineato gli analisti italiani nell’ultima Relazione il cosiddetto Stato Islamico, all’interno della sua pretesa di statualità che lo differenzia dalla rivale Al-Qaeda, ha dimostrato «non soltanto di coniugare la dimensione simmetrica e quella asimmetrica, ma anche di modularle vicendevolmente in funzione del rispettivo livello di efficacia o criticità»[3].

Anche nella Relazione del 2014, gli apparati di informazione italiani mettevano in evidenza come l’Isis ponesse una minaccia militare simmetrica ed una asimmetrica in qualità di «base di reclutamento, addestramento, sviluppo e finanziamento per progettualità terroristiche verso tutto lOccidente»[4]. L’organizzazione si caratterizza, infatti, come una minaccia ibrida in quanto è allo stesso tempo sia un gruppo terroristico sia un gruppo di insorti che controllano territori nei teatri siro-iracheno e libico con lo scopo di implementare il cosiddetto ‘califfato’ autoproclamato il 29 giugno 2014.

Nel messaggio di propaganda apocalittica all’interno della galassia jihadista è centrale la dimensione della ‘statualità’. L’organizzazione, come evidenziato da diversi analisti, ha saputo rilanciarsi nel ‘marketing dell’utopia’ con sofisticate tecniche di comunicazione, presentando i territori controllati come un rifugio da un mondo impuro dove i veri ‘credenti’ possono vivere in accordo con le leggi islamiche, almeno con quelle elaborate e implementate con spietata brutalità dalla stessa organizzazione[5]. Daesh ha dimostrato di sapere utilizzare efficacemente sia tecniche di guerra di manovra convenzionale, volte ad attaccare direttamente e distruggere forze nemiche per impossessarsi di territori, sia tecniche di guerriglia per colpire indirettamente forze nemiche con l’obiettivo di eroderle e compattare i propri sostenitori, sia tattiche terroristiche per intimidire, ispirare paura e istigare una risposta eccessiva[6].

L’attacco terroristico di Bruxelles del 22 marzo conferma l’analisi dell’intelligence italiana dopo gli attacchi coordinati di Parigi in base alla quale «l’azione condotta contro la Francia ha verosimil­mente inaugurato una strategia di attacco allOccidente destinata a consolidarsi, an­che nelle modalità attuative: forme di coor­dinamento orizzontale flessibile – seppure stabile e continuativo grazie anche alle co­municazioni su social network e chat criptate – tra una direzione centrale, presente in territorio siriano o iracheno, e cellule de-localizzate, chiamate a gestire in autonomia i dettagli della pianificazione operativa, ca­librando logistica, obiettivi, tempi e luoghi secondo capacità ed opportunità».[7] Infatti, come drammaticamente evidenziato da questi ultimi attacchi, l’utilizzo da parte dell’Isis di cellule terroristiche de-localizzate di combattenti homegrown offre la possibilità di compiere attacchi multipli molto più letali rispetto ai cosiddetti ‘lupi solitari’, jihadisti che si auto-radicalizzano su internet e che sono più difficilmente rintracciabili dagli apparati di sicurezza. Sia le cellule che i lupi solitari fanno parte della minaccia ‘puntiforme’ che integra la minaccia strutturata che promana direttamente dall’organizzazione terroristica, di cui parla l’ultima Relazione del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica. Con questi ultimi attacchi nelle capitali di Francia e Belgio, l’Isis sembra preferire l’impiego operativo delle cellule che combinano gli estesi network di foreign fighters e simpatizzanti provenienti da questi due Paesi con i combattenti presenti nei territori del cosiddetto califfato e sulle sue strutture di addestramento.

Il ruolo delle cellule di Isis in Europa, i legami parentali e la lettura delle Relazioni al Parlamento

Sempre la Relazione del 2015 evidenzia come «è da ritenere ele­vato il rischio di nuove azioni in territorio europeo, ad opera sia di emissari inviati ad hoc, inclusi foreign fighters addestrati in teatri di conflitto, sia di militanti eventual­mente già presenti (e integrati/mimetiz­zati) in Europa, che abbiano ricevuto ispi­razione e input da attori basati allesterno dei Paesi di riferimento».[8] La vicenda di Abdelhamid Abaoud e di Najim Lachraoui, considerati figure di primo piano degli attacchi di Parigi e Bruxelles, sembra emblematica al riguardo. Entrambi foreign fighters provenienti da Bruxelles, entrambi sono tornati in Belgio per organizzare gli attacchi contando sul loro addestramento nell’uso di armi ed esplosivi, effettuato nei santuari di Daesh in Siria, e su un network jihadista con legami con l’ambiente della microdelinquenza e delle carceri, capace di muoversi liberamente per l’Europa con l’uso di passaporti spesso falsificati.

Le cellule hanno un alto valore operativo per i jihadisti in quanto ogni membro di essa può perseguire compiti distinti e specifici (confezionamento di esplosivi, ricognizione degli obiettivi, supporto logistico, ecc) ma soprattutto esse possono essere attivate e possono operare in maniera del tutto indipendente e autonoma e con altissimo grado di iniziativa[9]. L’impermeabilità della cellula da infiltrazioni è spesso basata su forti legami interpersonali, amicali o parentali, all’interno dei membri[10]. Il modus operandi della cellula che ha commesso gli attacchi di Parigi e di Bruxelles si è basato sull’impiego di pochi aspiranti suicidi estremamente determinati con fucili d’assalto ed esplosivi, questi ultimi fatti con materiali facilmente reperibili ma che richiedono un addestramento per il loro utilizzo. L’obiettivo è stato la popolazione civile nei luoghi di ritrovo e nelle infrastrutture di trasporto pubblico, un soft target altamente pagante per i terroristi perché suscita un enorme impatto mediatico, comporta l’impiego di poche armi e pochi uomini, e sfrutta l’impossibilità di proteggere con una sorveglianza stretta tutti i potenziali luoghi di ritrovo e le infrastrutture pubbliche.

Deve far riflettere il fatto che in questi due attacchi abbiano avuto un importante ruolo operativo due coppie di fratelli, i fratelli Brahim e Salah Abdeslam e i fratelli Khalid e Ibrahim el Bakraoui. Brahim Abdeslam era un componente del commando che ha assalito i bar e ristoranti di Parigi la sera del 13 novembre 2015 e si è fatto saltare in aria in un cafè di Boulevard Voltaire. Salah è l’unico componente del gruppo che ha effettuato gli attacchi al Bataclan, allo Stade de France e ai locali della capitale francese ad essere stato preso vivo dopo una latitanza di quattro mesi. I fratelli Ibrahim e Khalid, si sono fatti esplodere a Bruxelles, il primo all’aeroporto di Bruxelles-Zaventem e il secondo nella metro all’altezza della fermata di Maelbeek. Oltre alla parentela, i fattori che contraddistinguono questi terroristi sono il comune percorso nella microcriminalità e la comune provenienza dai quartieri di Bruxelles dove è storicamente più alta la disoccupazione, la percezione dell’emarginazione sociale, la predicazione di imam legati al wahabismo salafita e la criminalità. La loro vicenda è un esempio dell’importanza della frequentazione personale e dei meccanismi interpersonali che si creano come «collante primario nel processo che dalla radicalizzazione ideologica conduce al coinvolgimento diretto e al reclutamento»[11].

La filiera franco-belga dei foreign fighters e i recenti attentati

 All’interno dei foreign fighters che hanno raggiunto milizie operanti in Siria e in Iraq, gli europei sono stati stimati da Europol sui 5000-7000[12]. La filiera franco-belga è particolarmente interessante perché la Francia ha il maggior numero di foreign fighters a livello di Paese (1700), ma il Belgio ne ha il maggior numero pro capite (almeno 470 su una popolazione di 11 milioni)[13]. Nel dicembre 2015 all’incirca 1050 persone erano monitorate in Belgio per sospetti collegamenti con il terrorismo e radicalismo islamico[14]. In Francia gli individui monitorati dalle autorità per radicalismo islamico ed etichettati con la fiche S, la scheda che indica gli individui ‘radicalizzati’, sono oltre 10000[15]. Ciò implica che è molto difficile per le autorità sorvegliare tutti i potenziali sospetti, ma induce a pensare che vi sia un forte problema di integrazione sociale comune ai due principali Paesi francofoni europei. Secondo alcuni analisti, uno dei fattori per i quali entrambi i Paesi hanno prodotto un ampio numero di foreign fighters è proprio la presenza di agglomerati urbani, banlieue o quartieri ghetto, con un alto livello di disoccupazione giovanile[16].

Un fattore sociale che riguarda specificamente il Belgio è il fatto che circa l’ottanta per cento dei foreign fighters provenienti da questo Paese siano di origine marocchina. Secondo alcuni analisti, il senso di emarginazione sociale e la percezione di una mancanza di prospettive economiche contribuiscono alla radicalizzazione di molti giovani provenienti dalle aree economiche più disagiate come il distretto di Molenbeek a Bruxelles. Queste percezioni sono particolarmente acute all’interno delle famiglie belgo-marocchine, che, a differenza di quelle della comunità belgo-turca, sono più frammentate e con meno associazioni che possano ridurre l’impatto sociale di queste problematiche[17].

Il Belgio è un teatro centrale nella campagna di Daesh per condurre attacchi in Europa volti a conseguire una sorta di ‘ritorno di immagine’ a fini propagandistici e di reclutamento. Il primo foreign fighter che ha sferrato un attacco di ritorno dalla Siria è stato Mehdi Nemmouche, al museo ebraico di Bruxelles, nel maggio 2014. La cellula annientata dagli investigatori belgi a Verviers nel gennaio del 2015 stava preparando il primo attacco di portata considerevole, organizzato direttamente dal gruppo terroristico e non solo ispirato da esso. Sembra che Abaaoud Abdeslam fosse in contatto sia con Nemmouche che con la cellula di Verviers[18].

Il cosiddetto Stato Islamico ha immediatamente cercato di sfruttare l’impatto mediatico dell’attacco di Bruxelles con una forte campagna propagandistica, pubblicando una serie di video su internet con appelli alla guerra santa e a migrare verso i territori controllati dal ‘califfato’ sui social network. Il 25 marzo, due terroristi belgi in un video minacciavano nuovi attacchi e chiedevano ai Paesi europei di fermare i raid della coalizione in Siria e Iraq per fermare gli attacchi terroristici in Europa. Il giorno dopo, in un altro video pubblicato da Daesh, si evidenziava che gli attacchi di Bruxelles non erano che ‘un assaggio’ di quello che avverrà successivamente. Nel video un jihadista originario di Anversa, Hicham Chaib, conosciuto come appartenente alla filiera jihadista di Sharia4Belgium e ex guardia del corpo del suo leader Fouad Belkacem, minacciava nuovamente il Belgio e l’Europa e tutti i Paesi della coalizione anti-Isis e dichiarava che, fino a quando ci saranno i bombardamenti della coalizione, i terroristi colpiranno in Europa[19].

È estremamente plausibile che il gruppo terroristico si senta sulla difensiva per le recenti perdite territoriali nel teatro siro-iracheno e abbia intrapreso una campagna volta a fomentare attacchi terroristici in Europa. Un recente studio mostra che il gruppo ha perso, dal gennaio 2015, il 22 per cento del territorio che controllava[20]. La perdita di alcuni leader importanti come il ‘ministro delle finanze’, Abd al-Rahman Mustafa al-Qaduli[21], e il ‘ministro della guerra’, Abu Omar al-Shishani[22], la perdita di Palmira, in Siria, con la sua riconquista da parte delle truppe governative siriane appoggiate dalla copertura aerea russa[23], e l’offensiva in atto dell’esercito iracheno per riconquistare Mosul[24], la città più grande sotto il controllo dell’Isis, con la copertura aerea della coalizione a guida statunitense, sono tutti sviluppi avvenuti nel solo mese di marzo 2016. È possibile che l’organizzazione, sia per riaffermare la propria preminenza nella galassia jihadista sia per dimostrare di essere ancora in grado di minacciare l’Europa, cerchi di rispondere in modo asimmetrico con attacchi terroristici delegati a cellule de-localizzate, formate da jihadisti di ritorno che fungono da emissari collegati a cellule dormienti e/o gruppi di self starters.

La possibilità che altre cellule si attivino per compiere altri attentati è resa evidente dalla serie di arresti effettuati ad Argenteuil, a Bruxelles e a Rotterdam rispettivamente il 24, 25 e 27 marzo, che sembra abbiano permesso di sventare un altro attacco in avanzato stato di preparazione. Le figure chiave sembrano essere quelle di Reda Kriket, condannato in contumacia nel 2015 in un processo in Belgio contro una filiera jihadista in cui uno dei principali imputati era Abdelhamid Abaaoud, e Abderamane Ameroud, un algerino condannato nel 2005 per complicità nell’assassinio del comandante Massoud in Afganistan il 9 settembre 2001[25]. L’arresto di quest’ultimo sospetto richiama l’avvertimento della Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza del 2015 in cui si sottolinea come non si debbano «sottovalutare, inoltre, i rischi derivanti dalla generazione di estremisti della prima ora, già facenti parte di reti di supporto logistico/finanziario al jihad smantellate tra i secondi anni 90 e primi 2000, che – sfuggiti allazione di contrasto o tornati in libertà dopo un periodo di de­tenzione – potrebbero sentirsi nuovamen­te chiamati alla causa ed attivarsi diret­tamente o fornendo assistenza a emissari provenienti dallestero»[26].

La minaccia di Isis in Italia secondo le Relazioni al Parlamento

 L’ultima Relazione dei nostri Servizi di sicurezza indica che l’Italia «appare sempre più esposta quale:

  • target potenzialmente privilegiato sotto un profilo politico e simbolico/religio­so, anche in relazione alla congiuntura del Giubileo straordinario;
  • terreno di coltura di nuove generazioni di aspiranti mujahidin, che vivono nel mito del ritorno al califfato e che, ade­rendo alla campagna offensiva promos­sa da DAESH, potrebbero decidere di agire entro i nostri confini.[27]».

Grazie all’ottimo lavoro dell’antiterrorismo italiano e al fatto che nel nostro Paese non si sia sviluppata una forte sottocultura salafito/jihadista rispetto a Paesi come la Francia e il Belgio, la minaccia jihadista è stata finora contenuta. Ma come precisano i nostri analisti, «la minaccia direttamente pro­manante dallorganizzazione e dai suoi emissari non sostituisce, piuttosto integra la pervasiva e pulviscolare formula basata sul jihad individuale, che matura attraverso processi di radicalizzazione condotti per lo più nella blogosfera, e sullattivazione au­tonoma di lupi solitari e microcellule pre­senti in suolo occidentale»[30]. Gli attacchi di Parigi e di Bruxelles a opera di cellule legate all’Isis mostrano che anche in Italia il ‘rischio zero’, come confermato dalla Relazione, sia «oggettiva­mente impossibile»[31].

Fondamentale appare nell’ultima Relazione del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica la necessità di intensificare lo scambio di informazioni con i Paesi dell’area Schengen facendo «salti in avanti nellintegrazione e nella interopera­tività delle banche dati, intensificando con­temporaneamente a tutti i livelli, a comin­ciare da quello intelligence, il data sharing»[32].

Nel documento dei Servizi italiani viene richiamata l’esperienza del Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo come una best practice. Il Comitato è un tavolo permanente in cui le varie polizie e le agenzie di intelligence italiane incrociano e valutano le informazioni in loro possesso sul terrorismo interno ed internazionale. Soprattutto in un momento in cui Daesh è in fase di arretramento e capace di attuare minacce asimmetriche in tutta Europa, come dimostrato dagli attacchi di Parigi e Bruxelles, un maggiore scambio di informazioni tra le varie agenzie di intelligence e polizie europee riveste un ruolo cruciale nella lotta comune contro il jihadismo. Occorre prendere consapevolezza che anche qualora l’Isis fosse sconfitto sul campo e perdesse i territori che controlla, la minaccia terroristica proveniente da questo gruppo sanguinario, dalla sua vecchia casa madre Al-Qaeda o da altre componenti della galassia salafito-jihadista, rimarrà ancora una minaccia comune e di lungo periodo che non può e non deve essere sottovalutata.

Note
(Ultimo accesso a tutti i link indicati: 28 aprile 2016)

[1]   Bruxelles, algerino arrestato in Italia, «La Stampa», 26 marzo 2016, http://www.lastampa.it/2016/03/26/italia/cronache/bruxelles-algerino-arrestato-in-italia-dCJCuzcIl6SoDPZdtXHuZK/pagina.html.

[2] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2015, p. 12.

[3] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2015, p. 12.

[4] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2014, p. 12.

[5] J. Stern – J.M. Berger, Isis. The State of Terror, William Collins, 2015.

[6] J.L. McFate, The ISIS Defense of Iraq and Syria: Countering an Adaptive Enemy, Institute for the Study of War, maggio 2015, http://understandingwar.org/sites/default/files/ISIS Defense in Iraq and Syria — Standard.pdf

[7] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2015, p. 32.

[8] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2015, p. 32.

[9] Al Qaeda and ISIS: Existential Threats to the U.S. and Europe, Institute for the Study of War and Critical Threats Project, gennaio 2016, http://www.understandingwar.org/sites/default/files/PLANEX Report 1 — FINALFINALFINAL.pdf.

[10] Si ricordi che anche una delle più pericolose filiali di Al-Qaeda, Al-Qaeda nella Penisola Arabica, ha fatto ricorso a una coppia di fratelli, Said e Cherif Kouachi per l’attacco terroristico contro la rivista satirica Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 a Parigi in cui hanno perso la vita 11 persone. Durante la fuga i due uccisero anche un poliziotto. Il 9 gennaio i due fratelli furono uccisi dalle forze speciali francesi in un conflitto a fuoco nel dipartimento di Seine-et-Marne. Per una panoramica delle coppie di fratelli jihadisti più famose: : INTERACTIF. Les fratries du djihad, in «Le Parisien», 24 marzo 2016, http://www.leparisien.fr/faits-divers/interactif-les-fratries-du-djihad-23-03-2016-5653993.php.

[11] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2015, p.34.

[12] Associated Press, The Latest: Europol estimates 5,000-7,000 European foreign fighters trained in Syria or Iraq, in «New Europe», 15 dicembre 2015, https://www.neweurope.eu/wires/the-latest-europol-estimates-5000-7000-european-foreign-fighters-trained-in-syria-or-iraq/

[13] Foreign Fighters. An Updated Assessment of the Flow of Foreign Fighters into Syria and Iraq, The Soufan Group, dicembre 2015, http://soufangroup.com/wp-content/uploads/2015/12/TSG_ForeignFightersUpdate3.pdf.

[14] J. Lehman, The history, motivations, framing and processes of Belgian jihadism: the Molenbeek case, in Daesh and the terrorist threat: from the Middle East to Europe, Foundation for European Progressive Studies e Fondazione Italiani europei, 2016, http://www.feps-europe.eu/assets/00d1937d-9556-4527-a5e9-f0f94d30a46b/volume-completopdf.pdf.

[15] Valls: “20.000 personnes font l’objet d’une fiche S en France”, in «Le Figaro», 24 novembre 2015, http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2015/11/24/97001-20151124FILWWW00383-valls-20000-fiches-s.php

[16] W. McCants – C. Meserole, The French Connection. Explaining Sunni Militancy Around the World, Foreign Affairs, 24 marzo 2016, https://www.foreignaffairs.com/articles/2016-03-24/french-connection.

[17] R. Coolsaet, Facing the Fourth Foreign Fighters Wave. What Drives Europeans to Syria, and to Islamic State? Insights from the Belgian Case, Egmont Paper 81, marzo 2016, http://www.egmontinstitute.be/wp-content/uploads/2016/02/egmont.papers.81_online-versie.pdf.

[18] R. Simcox, ISIS’ Next Target. Terrorism After Brussels, in «Foreign Affairs», marzo 2016, https://www.foreignaffairs.com/articles/belgium/2016-03-23/isis-next-target.

[19]         Attentats de Bruxelles: un Anversois revendique les attaques dans une vidéo, in «Le soir», 27 marzo 2016, http://www.lesoir.be/1163774/article/actualite/belgique/2016-03-27/attentats-bruxelles-un-anversois-revendique-attaques-dans-une-video.

[20] C. Strack, Islamic State loses 22 per cent of territory, HIS, 16 marzo 2016, http://www.janes.com/article/58831/islamic-state-loses-22-per-cent-of-territory

[21] B. Starr, R. Browne, L. Koran, Pentagon: ISIS finance minister killed, CNN, 25 marzo 2016, http://edition.cnn.com/2016/03/25/politics/isis-no-2-in-command-killed-u-s-believes/.

[22] J. Moore, Isis War Chief Omar The Chechen Is ‘Clinically Dead’: Sohr, in «Newsweek», 14 marzo 2016, http://europe.newsweek.com/isis-war-chief-omar-chechen-clinically-dead-436372?rm=eu.

[23] Syria civil war: Army ‘steps up offensive from Palmyra’, BBC, 28 marzo 2016, http://www.bbc.com/news/world-middle-east-35912302.

[24] I. Coles – S. Hameed, Iraq launches offensive against Islamic State south of Mosul, Reuters, 24 marzo 2016, http://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-iraq-mosul-idUSKCN0WQ0IR.

[25] P. Alonso, Paris-Bruxelles : le point sur les enquêtes, in «Libération», 28 marzo 2016, http://www.liberation.fr/france/2016/03/28/paris-bruxelles-le-point-sur-les-enquetes_1442444.

[26] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2015, p. 34.

[27] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2015, p. 33.

[28] Secondo dati del Ministro dell’Interno, dal 2015 396 sospetti sono stati arrestati e 653 indagati per terrorismo, mentre sono state 74 le espulsioni per motivi di sicurezza dello Stato: Dopo la strage di Bruxelles l’Italia rafforza i controlli, stretta su carceri e periferie, in «La Stampa», 22 marzo 2016, http://www.lastampa.it/2016/03/22/italia/cronache/italia-stato-di-massima-allerta-gRvC5ArtQqTIpCAtBBIgHN/pagina.html.

[29] Sarebbero 87 i foreign fighters transitati dall’Italia: Isis: Pinotti, 87 foreign fighters passati dall’Italia, Ansa, 20 settembre 2015, http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2015/09/20/isis-pinotti-87-foreign-fighters-italiani_a50298c5-7de4-457a-87ad-1e86d9c7ef30.html.

[30] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2015, p. 12.

[31] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2015, p. 12.

[32] Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, anno 2015, p. 14.

 

L’autore

Leandro Di Natala è direttore del programma World Terror Watch presso lo European Strategic Intelligence and Security Center di Bruxelles e ricercatore presso l’Istituto Italiano di Studi Strategici.

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