Daesh: il jihad globale al suo massimo?

22 aprile 2016

folla-

di Simone Pasquazzi

Il 22 marzo 2016, con gli attentati avvenuti contro la metropolitana e l’aeroporto internazionale di Bruxelles, la pericolosità della minaccia posta da Daesh (o ‘Stato Islamico’[1]) ha trovato una ulteriore e triste conferma, che ha portato alcuni osservatori a parlare di un vero e proprio assedio jihadista all’Europa. Suggerita inter alia dal fatto che gli attacchi siano avvenuti proprio nella capitale europea, l’immagine dell’assedio, oltre ad essere evocativa e simbolicamente potente, può divenire politicamente pericolosa, prestandosi a strumentalizzazioni di varia natura, soprattutto se, erroneamente, la si estende a ricomprendere l’intero Islam e non solo quanti, in nome di una interpretazione del tutto opinabile del concetto di jihad, combattono oggi la loro ‘guerra santa’ al fianco delle milizie dello Stato Islamico.

Ciò detto, l’immagine in questione non è del tutto priva di fondamento, risultando parzialmente appropriata a descrivere l’attuale situazione di (in)sicurezza in cui versano i cittadini europei, o almeno quelli dei Paesi più esposti, per motivi tanto contingenti quanto strutturali, alle ‘attenzioni’ dello Stato Islamico e dei suoi sostenitori.

La parziale plausibilità di tale interpretazione, che pure non deve suscitare paranoie o allarmismi ingiustificati, trova le sue radici in due principali cause: la scarsa preparazione dell’Europa, come ‘comunità di Stati’ ancor prima e ancor più che come organizzazione intergovernativa regionale, a far fronte in modo completamente efficace alla minaccia; l’incisiva forza multidimensionale acquisita da Daesh, in modo progressivo e non senza responsabilità da parte occidentale, nei diversi teatri in cui essa si trova ad operare (forza tanto più significativa se si pensa che stiamo parlando di una formazione nata, almeno come attore a se stante e distinto, nemmeno un lustro fa).

Oltre però a carenze[2] e responsabilità europee[3] emergono, rispetto a quanto accaduto il 22 marzo a Bruxelles (e prima in diversi altri luoghi), alcuni punti di forza di Daesh che, pur non giustificando la mancata prevenzione degli attentati, possono aiutare a comprenderne il successo nell’attaccare il cuore dell’Europa e, più in generale, perché Daesh sia capace di agire su spettro realmente globale. Inoltre, si potrebbe aggiungere (riservandosi sul punto una verifica più approfondita ed eccezion fatta per gli attacchi dell’11 settembre 2001), perché Daesh possa colpire in misura più imprevedibile e pericolosa della stessa al-Qaeda (che si ricorda, come peraltro ben evidenziato dalle ultime relazioni annuali del Sistema di informazione e sicurezza della Repubblica, è ancora operativa in diversi teatri regionali, dall’Asia Centrale all’Africa passando per il Medio Oriente, e il più delle volte in chiave antagonistica rispetto allo stesso Stato Islamico)[4].

In quest’ottica assumono importanza una serie di elementi che, benché di diversa natura, si traducono (mescolati insieme come sono nelle fila di Daesh) in una forma di minaccia terroristica che rappresenta, probabilmente, l’apice del terrorismo jihadista. Nata da al-Qaeda, e più precisamente della sua branca irachena, Daesh sembra dotata in primo luogo di una forza simbolico-ideologica superiore, anche a dispetto di una interpretazione della religione islamica che, sebbene distorta, risulta più rozza di quella (altrettanto strumentale) propagata da al-Qaeda[5].

La potenza ideologica del ‘Califfato’ come entità statuale, ergo come traduzione concreta di progetto politico, può spiegare in particolare perché il bacino di reclutamento dello Stato Islamico appaia oggi più ampio e diversificato di quello dei movimenti jihadisti di origine precedente, inclusa ‘la Base’. Lottare violentemente per un obiettivo spirituale e terreno giusto, tangibile e duraturo può essere infatti più appagante di una lotta per uno scopo giusto e duraturo ma, di fatto, valoriale o spirituale. Ciò indipendentemente dal luogo di conduzione di questa lotta, cioè se dentro i confini del ‘Califfato’ o all’esterno; magari nei luoghi di chi il ‘Califfato’ ha deciso, sinora in modo forse incompleto e non del tutto efficace, di attaccarlo militarmente, aggredendo così uno ‘stato’ che, nella percezione dei militanti jihadisti, può offrire – a differenza di molti paesi europei e occidentali – identità socio-culturali più sicure e un’affermazione individuale migliore, pur a dispetto delle molteplici contraddizioni ideologiche e fattuali dello stesso Stato Islamico (contraddizioni che peraltro gli stati occidentali non hanno sempre ben utilizzato a fini di contro-propaganda, tra cui ad esempio il fatto che una parte non trascurabile dei suoi membri di livello medio-alto venga dalle file del partito Baath, ergo da una forza la cui identità si è fondata, ideologicamente e nella pratica politica, su di una impostazione più laica che filo-islamista)[6].

Questo messaggio, veicolato spesso in modo indiretto ma estremamente efficace da una propaganda mediatica tecnologicamente più potente ed avanzata di quella qaedista, spiega molte cose rispetto all’attuale dinamica dei foreign fighters e dei terroristi homegrown che, benché fenomeni precedenti a Daesh, sembrano aver subito dall’avvento dello Stato Islamico – e soprattutto del ‘Califfato’ nel giugno 2014 – un considerevole effetto moltiplicatore[7]. Ciò sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo, tanto da arrivare a rappresentare una delle armi più insidiose nell’arsenale umano di Daesh (come ben evidenziato del resto dai nostri servizi di intelligence già nella Relazione Annuale al Parlamento del 2014 [8]). In tal senso la dimensione transnazionale di Daesh appare, se non più estesa di quella qaedista, quanto meno più forte e ramificata, alimentando costantemente un sistema di arruolamento più pericoloso, in cui alla chiamata diretta alle armi da parte dei reclutatori del gruppo si sovrappongono pericolose forme di auto-reclutamento e di spontaneismo[9]. Questo sistema rappresenta evidentemente un circolo particolarmente pericoloso e difficile da disinnescare, non solo negli stati limitrofi a Iraq, Siria e Libia, ma anche nei Paesi occidentali, ove questi, una volta rientrati in patria (returning foreign fighters), possono effettuare opera di proselitismo e financo compiere attentati[10].

Un’altra dimensione in cui Daesh appare più forte ed efficace di al-Qaeda è quella economica. Pur a prescindere infatti da una valutazione comparativa dei rispettivi patrimoni, e tralasciando in questa sede ogni possibile riflessione sulle responsabilità occidentali in materia[11], sembra che lo Stato Islamico abbia saputo realizzare una politica economica bellica migliore, anche perché più diversificata, spaziando dal controllo di importanti aree idrocarburifere in Libia e tra Iraq e Siria (con conseguenti attività di contrabbando di greggio) al traffico illecito di reperti archeologici e opere d’arte, da attività criminali comuni (rapimenti, estorsioni, appropriazioni indebite di varia natura) a forme di criminalità finanziaria più complesse e sofisticate, connesse al riciclaggio di denaro e all’uso della rete, e finalizzate alla conduzione della guerra anche in Europa (ad es. tramite forme di finanziamento occulte a singoli elementi o cellule terroristiche ad esso affiliate).

La complessità e l’articolazione di questo sistema economico consente a Daesh non solo la capacità di elargire remunerazioni economiche sufficientemente incentivanti per la sua militanza e la sua dirigenza (nei territori da esso amministrati e altrove), ma anche pratiche corruttive di carattere sistemico (volte ad es. ad agevolarne determinate attività occulte strumentali al compimento di attentati), continue capacità di approvvigionamento bellico e la possibilità di stipulare patti di alleanza con altri attori terroristici o criminali[12].

Armi e alleati rappresentano d’altra parte un elemento fondamentale nel sistema edificato da Daesh. Riguardo al primo aspetto basti pensare che, se la sua dottrina tattica per alcuni versi non è poi molto dissimile da quella di alcune tipiche cellule qaediste, poggiando tra le altre cose (almeno per le azioni meno sofisticate) su strumenti offensivi capaci di ottimizzare imprevedibilità, efficacia e rapidità d’azione (armi da fuoco e da taglio, ordigni esplosivi fai-date, veleno, ‘car jihad’, cioè autovetture lanciate contro il bersaglio, ecc.)[13], è altresì vero che in Siria, Iraq e Libia esso usa anche armi e munizionamenti pesanti, provenienti da diversi Paesi, alcuni dei quali non certo arretrati sul piano tecnologico. Per quanto non sufficienti a garantirgli una vittoria militare contro un’ipotetica coalizione multinazionale di terra ben equipaggiata, questo arsenale (in buona misura sottratto al regime iracheno a seguito della conquista di Mosul nel giugno 2014, in parte proveniente dal mercato illegale di Stati vicini o tolto al regime siriano) ha consentito a Daesh di ottenere il controllo di porzioni territoriali significative dal Medio Oriente al Nord-Africa, di rappresentare (almeno fino all’intervento militare russo in Siria) una spina nel fianco per il regime siriano di Bashar al-Assad, di resistere agli stessi bombardamenti aerei della coalizione internazionale guidata dagli USA (per quanto insufficienti o imperfetti)[14] e, last but not least, di aumentare sensibilmente l’insicurezza dello scenario libico.

Sul fronte delle alleanze, infine, sembra che Daesh ad oggi riscuota un numero di adesioni maggiori di al-Qaeda, soprattutto rispetto alla galassia jihadista. Questo tanto nella capacità di portarne alcuni gruppi a spogliarsi della propria identità nominale (e in qualche misura di conseguenza della propria autonomia operativa) per fondersi alle ‘milizie nere’, tanto in quella di condurne alcune potenti organizzazioni, la cui genesi è peraltro ben precedente a Daesh, a giurare solennemente fedeltà allo Stato Islamico (in chiave ideologica ma, all’evenienza, anche operativa). Emblematiche in tal senso le scelte di campo operate, rispettivamente a fine 2014 e nel marzo 2015, da Ansar Bait al-Maqdis in Egitto (poi divenutoWilayat Sinai) e dal gruppo nigeriano Boko Haram che, per quanto attualmente indebolito e con un leader forse prossimo alla resa, è ancora dotato di numerosi miliziani attivi e tra i più pericolosi dell’intero continente africano, provvisti di armamementi temibili (in buona misura sottratti all’esercito nigeriano) e addestrati a compiere attacchi coordinati e simultanei su più obiettivi[15].

È importante osservare, a questo punto, come a conferire a Daesh il primato (almeno apparente) di formazione jihadista più pericolosa di sempre sembri contribuire in modo determinante la sua dimensione territoriale, ovvero l’elemento che, forse più di ogni altro, distingue l’organizzazione di Al-Baghdadi da quella di Bin Laden (consentendogli appunto una maggiore proiezione di forza sul piano politico-ideologico, militare, economico e propagandistico). Identificata da diversi analisti, non a torto, come un potenziale elemento di vulnerabilità di Daesh rispetto ad al-Qaeda (la maggiore concentrazione territoriale del primo favorirebbe una sua più facile neutralizzazione militare), tale dimensione si è rivelata finora, in assenza di una strategia unitaria di contrasto, un punto di forza non indifferente nel conferire a Daesh libertà di manovra e potenza di fuoco, in via assoluta e rispetto ad altre organizzazioni terroristiche.

Un’eventuale e completa sconfitta dello Stato Islamico, che pure non esaurirà probabilmente il fenomeno jihadista[16], non sarà ‘affar breve’; sbilanciarsi su quando e come essa potrà avvenire non rientra tra gli obiettivi di questa riflessione, ma è certo che la caduta di Daesh, come ‘stato’ e come formazione terroristica in grado di minacciare l’Europa, dovrà gioco forza passare anche (se non soprattutto) attraverso una strategia occidentale più decisa e coerente verso i territori del ‘Califfato’ (pur senza tralasciare la fondamentale cooperazione di sicurezza entro i confini europei, i rapporti con gli USA e, quanto più possibile in via unitaria e senza ambiguità, quelli con gli altri principali Paesi non europei coinvolti nella questione); in tal senso un maggiore impegno – non solo militare – degli Stati d’Europa appare ormai improrogabile, nell’auspicio che esso possa avvenire in via più coordinata e concertata di quanto fatto sino ad ora[17].

 

Note

(Ultimo accesso a tutti i link indicati: 20 aprile 2016)

[1]   Usato (italianizzato da Islamic State) da ISIS o ISIL, acronimi di ‘Islamic State in Iraq and (the Greater) Syria’ e ‘Islamic State in Iraq and the Levant’ – traduzione inglese dall’arabo di Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham (داعش), di cui ‘Daesh’ è un acronimo adattato (da DAIISH).

[2] Una possibile ipotesi esplicativa, in merito agli attacchi in Francia e Belgio, potrebbe essere quella dell’assenza o carenza di intelligence tattica, cioè quel tipo di intelligence volto a fornire ai decisori informazioni molto dettagliate circa le progettualità offensive, realizzata anche attraverso la gestione di informatori e/o infiltrati all’interno di organizzazioni terroristiche. Per un’ampia rassegna critica sulle principali teorie relative a problemi di performance nel settore intelligence si rimanda a C. Neri e S. Pasquazzi, Intelligence Failures. Teorie, casi empirici e fattori correttivi, in U. Gori – L. Martino (a cura di), Intelligence e interesse nazionale, Aracne, 2015, pp. 283-323.

[3] Del resto la carenza di cooperazione e scambio informativo è una delle ipotesi esplicative avanzate anche per spiegare i limiti dei sistemi nazionali di sicurezza (secondo alcuni esperti ad es. quello belga sarebbe strutturalmente condizionato da una cooperazione/integrazione non sempre sufficiente tra strutture fiamminghe e vallone). L’Italia negli ultimi anni ha cercato di potenziare le sue capacità antiterrorismo, oltre che facendo leva sul sistema normativo e dell’esperienza operativa (retaggio in parte delle esperienze contro-eversive di alcuni decenni fa, per quanto molto diverse da quelle attuali), anche attraverso il coordinamento e lo scambio informativo praticato dalle strutture di intelligence nazionali, con servizi di altri Stati ma soprattutto tra di loro, anche su impulso della più recente legge di riforma del settore, datata 3 agosto 2007 (legge n.124/2007).

[4] Cfr. ad es. Relazione sulla politica della sicurezza 2015.

[5] Questo può trapelare tra le altre cose da una comparazione dei discorsi di Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri, da una parte, e quelli di Abu Bakr al-Baghdadi e altri esponenti dello Stato Islamico dall’altra.

[6] Se in passato la propaganda jihadista chiedeva al mujahidin di lottare o morire per una guerra ideologica e meta-territoriale, adesso gli chiede di combattere anche per la difesa di uno Stato reale, già esistente e sovrano (sebbene sotto attacco già da pochi mesi dopo la sua fondazione, con l’inizio dei raid arerei della coalizione internazionale a guida statunitense). È in altri termini la saldatura tra Umma e Califfato, cui i seguaci di Baghdadi hanno tentato di imporre una nuova genesi a diversi secoli di distanza dall’esperienza storica del primo Islam (pur a dispetto dei non pochi contrasti emersi in chiave etnica e perfino nazionale, ovviamente il più delle volte taciuti dagli organi di informazione e propaganda di Daesh). Uno ‘stato’ legittimato dalla e nella religione musulmana, con un apparato politico-militare ed economico, un ordinamento giudiziario equo e giusto, un welfare capillare e funzionante, una sua valuta e un articolato sistema di sicurezza interna. Uno ‘stato’ in grado di offrire a tutti i fedeli, purché retti e meritevoli, un lavoro e uno stipendio. Ergo, secondo la propaganda jihadista, uno Stato ‘capace’ laddove diversi stati europei hanno forse fallito, specie con riferimento alle fasce giovanili più disagiate.

[7] I numeri relativi ai cittadini (europei e no) che da altri Paesi si recano a combattere nei vari teatri di crisi mediorientali in nome del jihad sono risultati progressivamente crescenti; rispetto al fenomeno qaedista, il bacino geografico di provenienza con l’avvento di Daesh sembra divenuto più dilatato, tanto dal punto di vista continentale che nei singoli continenti; l’Europa sembra poi esprimere, in merito, una proiezione non solo più estesa (rispetto al periodo pre-Daesh), ma anche più consistente, toccando il suo picco con la Francia (oltre 1500 foreign fighters). Per un quadro ancora relativamente aggiornato sui foreign fighters cfr. Foreign Fighters, An Updated Assessment of the Flow of Foreign Fighters into Syria and Iraq, The Soufran Group, dicembre 2015, http://soufangroup.com/wp-content/uploads/2015/12/TSG_ForeignFightersUpdate4.pdf.

[8] Cfr. Relazione sulla politica della sicurezza 2015. I possibili riferimenti all’apparato mediatico di Daesh sono quasi sterminati; qui ci limitiamo a S. Lupo, Cyber-ISIS: la strategia mediatica del Califfato, Rivista Italiana Difesa, in atti del Cyber Defense Symposium, Chiavari, 2015.

[9] In cui sono spesso gli aspiranti terroristi, nei vari Paesi, a cercare contatti con i reclutatori e non viceversa, e in cui la genesi di cellule terroriste può essere largamente autonoma da pregressi contatti o legami con strutture più o meno ufficiali del sedicente Stato Islamico.

[10] Il fenomeno dei returning foreign fighters comporterà, negli anni a venire, problemi di gestione particolarmente complessi e delicati.

[11] È noto del resto, solo per fare un esempio, che alcuni degli attori – statuali e non – che hanno finanziato (o che tuttora finanziano) enti culturali islamici collusi a forme estreme di predicazione religiosa siano tra i principali azionisti di istituti creditizi e grandi aziende europee.

[12] Sulle condizioni socio-economiche di membri e affiliati di Daesh è appena il caso di notare che esse sembrano piuttosto eterogenee, tanto da apparire solo parzialmente confermative di una correlazione positiva tra povertà e adesione al terrorismo, più plausibile per parte della militanza di base (e determinate aree territoriali) che per il gruppo nel suo complesso o le sue fasce di vertice.

[13] In tal senso si pensi ad es. all’esperienza di AQAP (Al-Qaeda in the Arabian Peninsula).

[14] La maggior parte delle armi in questione sottratta da arsenali iracheni sarebbe di provenienza americana e sovietica (retaggio anche della guerra tra Iran e Iraq tra il 1980 ed il 1988). In Siria le armi usate dai miliziani, di cui diverse sottratte al regime, sarebbero russe, iraniane e dei paesi dell’ex blocco sovietico. Nel complesso armi e munizioni oggi in dotazione a Daesh possono essere divise, secondo alcune stime, in circa 100 differenti tipi.

[15] In tal senso l’unione di forze tra i due gruppi ha anche denotato un elemento relativamente nuovo, indicatore di un certo salto di qualità del terrorismo di matrice jihadista, dato che nel settembre 2015 alcune informative di settore hanno parlato di oltre 200 combattenti di Boko Haram giunti in Libia per dare man forte alle milizie dello Stato Islamico (quando, nel ‘grande gioco’ della competizione ideologico-propagandistica tra al-Qaeda e Daesh, non è sempre scontato o automatico che dalle dichiarazioni di allineamento o fedeltà ideologica si passi a rapporti di vera e propria alleanza operativo-militare – peraltro non sempre facili e non sempre stabili e prolungati.

[16] Almeno nel breve-medio termine uno dei probabili effetti di una eventuale sconfitta militare di Daesh (oltre ad una non pacificazione dei territori da esso controllati) potrebbe essere un ‘effetto dispersione’ della sua massa militante, secondo cui una parte dei suoi adepti riverserebbe nelle fila di al-Qaeda e delle sue varie articolazioni regionali, proprio come accaduto, in via progressiva, dalla genesi dello Stato Islamico ad oggi.

[17] Tanto più in un periodo in cui gli USA, pur a capo della coalizione aerea contro Daesh in Iraq e Siria, sono già parzialmente disimpegnati dal Mediterraneo Allargato e Medio Oriente, e possibilmente senza ripetere gli errori di situazioni più o meno analoghe del recente passato. Rimandiamo comunque ad altra sede una riflessione su possibili linee di condotta e strumenti (militari e no) da adottare per contrastare Daesh nei territori da esso controllati.

L’autore

Simone Pasquazzi (PhD, Political Science) è Senior Analyst per IFI Advisory, docente a contratto in Security Studies presso la LUISS e Senior Fellow dell’Istituto Italiano di Studi Strategici ‘Niccolò Machiavelli’.

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Categoria: Approfondimenti

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