Come capire e rispondere al terrorismo jihadista?

7 aprile 2016

Bild mit Zoomeffekt von Menschen die eine Strae berqueren

di Andrea Gilli

Gli attacchi terroristici di Bruxelles ci hanno ricordato quanto sottile, spesso, possa essere la linea che separa la vita e la morte. Pochi secondi o pochi metri hanno determinato la fine di vite innocenti o la salvezza di chi, suo malgrado, si è comunque trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Proprio questa constatazione e, più in generale, il senso d’insicurezza che ne deriva, è il fine ultimo del terrorismo: impaurire gli individui di una società, così da paralizzarla, se non scardinarla[1]. La mente umana non apprezza l’incertezza, ancor meno l’insicurezza, soprattutto se prolungata e sostenuta. Questa è la ragione per cui preferiamo, generalmente, un lavoro sicuro ad uno insicuro o perché sviluppiamo delle abitudini relative alla nostra vita sociale e professionale (come il percorso per recarci al lavoro o i negozi dove andiamo a fare la spesa)[2]. Tutte le interazioni sociali sono però soggette a incertezza. Le società umane funzionano perché riducono questa incertezza grazie ad un sistema di segnali e norme condivise che, generando fiducia tra gli individui, finisce per favorirne la cooperazione[3]. Il terrorismo mira a far crollare tutta questa struttura sociale: di fronte ad uno stato di profonda e costante insicurezza, le società moderne non possono infatti sopravvivere e sono costrette, prima o poi, e in un modo o nell’altro, ad abbandonare i valori liberal-democratici su cui si fondano[4].

Che il terrorismo voglia scardinare le nostre società non spiega però il suo fine ultimo. Cosa vuole ISIS? Cosa vogliono gli individui che si immolano in suo nome? Rispondere a questa domanda è estremamente facile ed estremamente difficile allo stesso tempo. Da una parte, la Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, prodotta dal Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, offre una chiara e sintetica fotografia dell’ISIS e dei suoi obiettivi: il Califfato, il ritorno all’Islam delle origini, l’imposizione della sharia, e la conversione forzata degli infedeli[5]. Dall’altra, c’è una corposa letteratura nel campo delle scienze sociali secondo la quale gli appartenenti a gruppi politici radicali, inclusi quelli terroristi, provengono generalmente dalle fasce alienate della popolazione[6]. Alienazione non significa povertà, significa invece assenza di legami interpersonali con il resto del tessuto sociale, significa esclusione, significa più in generale che un individuo – per ragioni personali, familiari, culturali o sociali – non vede alcun fine nella propria esistenza oltre alla lotta contro la comunità in cui è cresciuto. Questa è la posizione sostenuta da esimi studiosi, tra i quali Olivier Roy, dello European University Institute di Fiesole[7].

A prescindere da questo importante dibattito, le considerazioni appena svolte evidenziano come la risposta al terrorismo debba prendere piede necessariamente su più piani[8]. In primo luogo, proprio la letteratura specialistica ha illustrato da tempo il ruolo centrale svolto dai rapporti umani nel favorire il radicalismo. In particolare, un numero considerevole di individui – inclusi molti dei responsabili degli attacchi di Parigi e di Bruxelles – trova la strada della violenza all’interno delle carceri, dove vi entra per reati minori (spaccio, furti, rapine) e vi esce pronto ad immolarsi per una causa radicale[9]. Questo processo valeva durante gli anni Settanta per il terrorismo rosso e vale ancora oggi per quello islamico. Come ha giustamente evidenziato il Ministro della Giustizia Andrea Orlando alcuni giorni fa, è necessario intervenire con urgenza su questo fronte per evitare che le carceri diventino una fabbrica di terroristi[10]. Ovviamente, ciò non significa che il fenomeno del radicalismo e dell’indottrinamento online vada sminuito, soprattutto quando si guarda alle generazioni più giovani, quelle cioè più vulnerabili alla propaganda digitale vista la loro continua interazione con nuovi media, da Facebook a Twitter, da Instagram a Whatsapp.

A livello tattico-operativo, sono invece necessari servizi di sicurezza dotati di sufficienti risorse umane e finanziarie. Da più parti, per esempio, si è evidenziato come i servizi belgi siano sottodimensionati[11]: ciò spiegherebbe alcune delle loro difficoltà nel corso degli ultimi mesi, a partire dal fatto che Salah Abdeslam, il terrorista responsabile degli attacchi di Parigi del novembre scorso, sia rimasto nascosto nel suo quartiere di origine, Molenbeek a Bruxelles, durante quasi tutta la sua latitanza, poi conclusasi con il suo arresto[12].

Oltre a uomini e risorse è poi anche necessario intervenire sulla cooperazione tra differenti agenzie di intelligence sia a livello domestico che internazionale. Lo scarso coordinamento tra FBI, CIA, NSA e DIA spiega in gran parte come al-Qaeda riuscì a colpire gli Stati Uniti l’11 settembre[13]. Quella lezione non è, però, purtroppo stata del tutto assimilata in Europa. Condividere informazioni tra agenzie di intelligence è difficile e rischioso[14]. È difficile perché non è detto che l’utilizzatore finale ne riesca a beneficiare[15]. Turchia e Olanda, per esempio, avrebbero informato il Belgio dei movimenti dei terroristi, ma le autorità belghe non sarebbero state in grado di utilizzare queste informazioni. È rischioso, in quanto la condivisione di informazioni può compromettere delle fonti o creare imbarazzi se non crisi politiche, tanto a livello nazionale che tra Paesi[16].

Fatte queste dovute considerazioni, è evidente come maggior coordinamento internazionale, sia a livello comunitario che Atlantico, possa risultare assolutamente utile tanto per il controllo delle frontiere, che per quanto concerne la condivisione e lo sfruttamento dell’ingelligence medesima, per esempio per contrastare il fenomeno dei foreign fighters. È importante però sottolineare la parola sfruttamento: senza regole, procedure e leggi che permettano alle autorità non solo di condividere informazioni ma anche di utilizzarle a fini preventivi, la sola cooperazione nel campo dell’intelligence rischia di essere insufficiente. Solo dopo l’attentato, per esempio, il Belgio ha cambiato la sua legislazione, permettendo di fare perquisizioni a qualsiasi ora del giorno e della notte: prima queste non erano possibili nella finestra notturna.

Vi è infine il piano strategico-politico. I Paesi europei sono orgogliosi, in alcuni casi a ragione, del proprio modello sociale, spesso in grado di contribuire allo sviluppo personale e lavorativo anche di chi è nato in condizioni meno agiate. Non si può però ignorare come questo modello, in alcuni casi, abbia prodotto dei risultati certamente discutibili[17]. L’alienazione riscontrata tra determinati gruppi di immigrati non può infatti essere imputata solo a questioni personali, familiari o culturali in quanto alcuni Paesi (come il Belgio e poi la Francia) hanno prodotto un numero di foreign fighters nettamente più elevato di altri[18]. Un discorso analogo vale relativamente alla politica di sicurezza e difesa europea, a partire dal controllo delle frontiere esterne fino agli obiettivi da adottare verso l’intero Medio Oriente. Le sfide che l’Europa si trova ad affrontare sono certamente epocali, si tratta di milioni di rifugiati da gestire e di un’intera regione in trasformazione. Senza una politica che sappia anticipare, e non solo reagire ai cambiamenti in atto, il Vecchio Continente rischia di subire progressivamente questi processi – se non addirittura di esserne travolto. I Paesi europei, negli ultimi decenni, hanno sviluppato una narrazione che enfatizza il loro soft power, la capacità di modellare il sistema internazionale attraverso la forza delle loro leggi e dei loro valori[19]. È possibile, e altresì sperabile, che ciò valga anche in futuro. Vi sono però legittimi dubbi al riguardo. Più di un decennio fa, Robert Cooper riassunse in maniera certamente pittoresca ma anche efficace questo dilemma sostenendo che quando si entra nella giungla, bisogna abbandonare lo stato di diritto e adeguarsi alle legge della giungla[20]. Il disordine mediorientale, che da una parte è fonte di ispirazione per il radicalismo europeo e, dall’altra, ragione della crisi umanitaria in atto nella zona, può infatti chiedere risposte differenti da quelle su cui l’Europa si è specializzata negli ultimi vent’anni. La vera sfida per i Paesi europei potrebbe quindi, in ultima istanza, essere culturale e richiedere una messa in discussione di uno dei suoi pilastri – la sua cautela verso l’uso della forza e il suo approccio all’anti-terrorismo[21].

Note

[1] Per una discussione generale, si veda per esempio M. Crenshaw, Explaining Terrorism: Causes, Processes and Consequences, Routledge, New York 2011.

[2] La questione è ovviamente più complessa ed è influenzata da una vasta serie di fattori, inclusi elementi genetici e culturali. Per un breve riassunto, si veda P.W. Glimcher – A. Rustichini, Neuroeconomics: The Consilience of Brain and Decision, in «Science», Vol. 306, No. 5695, October 2004, pp. 447-452.

[3] La letteratura sulla fiducia è molto ampia, si veda per esempio R.D. Putnam, R. Leonardi and R.Y. Nanetti, Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy, Princeton University Press, Princeton 1994; F. Fukuyama, Trust: The Social Virtues and the Creation of Prosperity, Free Press, New York 1996.

[4] Diego Gambetta (ed.), Trust: Making and Breaking Cooperative Relations, Basil Blackwell, Oxford 2000.

[5] Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2016, pp. 25-36 <http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2016/03/Relazione-2015.pdf> (ultimo accesso 6 aprile 2016).

[6] Max Abrahms fa un utile lavoro di sintesi e analisi della letteratura esistente. Si veda M. Abrahms, What Terrorists Really Want: Terrorist Motives and Counterterrorism Strategy, in «International Security», Vol. 32, no. 4, Spring 2008, pp. 78-105, http://fsi.stanford.edu/sites/default/files/Abrahms_What_Terrorists_Really_Want.pdf> (ultimo accesso: 6 aprile 2016). Per una posizione meno netta, si veda M. Sageman, The Stagnation in Terrorism Research, in «Terrorism and Political Violence», Vol. 26, No. 4, 2014, pp. 565-80, <http://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/09546553.2014.895649> (ultimo accesso 6 aprile 2016).

[7] Si veda O. Roy, Globalized Islam: The Search for a New Ummah (New York, NY: Columbia University Press, 2004) e più recentemente O. Roy, Secularism and Islam: The Theological Predicament, in «International Spectator», Vol. 48, No. 1/2013, pp. 5-19.

[8] M. Abrahms, Why Terrorism Does Not Work, in «International Security», Vol. 31, No. 2/Fall 2006, pp. 42-78,  <http://www.mitpressjournals.org/doi/pdf/10.1162/isec.2006.31.2.42> (ultimo accesso: 6 aprile 2016); S.G. Jones, M.C. Libicki, How Terrorist Groups End Lessons for Countering al Qa’ida, RAND Corporation, Santa Monica, CA 2008; A.K. Cronin, How Terrorism Ends: Understanding the Decline and Demise of Terrorist Campaigns, Princeton University Press, Princeton, NJ 2010.

[9] Abrahms, What Terrorists Really Want, cit. A conferma delle tesi di Abrahms, si veda S. Mufson, How Belgian Prisons became a breeding ground for Islamic extremism, in «Washington Post», March 27 2016.

[10] Virginia Piccolillo, L’intervista: «Orlando: Le carceri sono le nostre banlieu. C’è rischio di proselitimo», in «Corriere della Sera», 26 Marzo 2016, <http://www.corriere.it/politica/16_marzo_26/orlando-le-carceri-sono-nostre-banlieue-c-rischio-proselitismo-9649f33e-f2c8-11e5-a7eb-750094ab5a08.shtml> (ultimo accesso 6 aprile 2016).

[11] David A. Graham, How Belgium Tried and Failed to Stop Jihadist Attacks, in «The Atlantic», March 22 2016, <http://www.theatlantic.com/international/archive/2016/03/belgium-attacks-isis/474945/> (ultimo accesso 6 aprile 2016).

[12] Valeria Pini, Salah Abdeslam ferito e arrestato a Bruxelles: ricercato per 4 mesi per gli attentati di Parigi, in «La Repubblica», 18 marzo 2016, <http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/18/news/bruxelles_impronte_salah-135772885/> (ultimo accesso 6 aprile 2016).

[13] National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, The 9/11 Commission Report, Government Printing Office, Washington, DC 2004, <http://govinfo.library.unt.edu/911/report/911Report.pdf> (ultimo accesso 6 aprile 2016). Si veda anche A. Zegart, Spying Blind: The CIA, the FBI and the Origins of 9/11, Princeton University Press, Princeton, NJ 2007.

[14] Per una discussione generale, si veda L.K. Johnson, Handbook of Intelligence Studies, Routledge, New York 2006 e il più recente L.K. Johnson, The Oxford Handbook of National Security Intelligence, Oxford University Press, Oxford 2012.

[15] R.L. Jervis, Why Intelligence Fails: Lessons from the Iranian Revolution and the Iraq War, Cornell University Press, Ithaca 2010.

[16] R.K. Betts, Enemies of Intelligence: Knowledge & Power in American National Security, Columbia University Press, New York 2009.

[17] R.S. Leiken, Europe’s Angry Muslims, in «Foreign Affairs», July/August 2005 <http://www.cfr.org/religion/europes-angry-muslims/p8218> (ultimo accesso 6 aprile 2016); A. Triandafyllidou, European Muslims: Caught between Local Integration Challenges and Global Terrorism Discourses, in «IAI Working Papers», No. 15, Istituto Affari Internazionali, Rome 2015, <http://www.osce.org/networks/166511?download=true> (ultimo accesso 6 aprile 2016).

[18] P.R. Neuman, Foreign Fighter total in Syria/Iraq now exceeds 20,000; surpasses Afghanistan conflict in the 1980s, in «ICSR Insight», 26 gennaio 2015, <http://icsr.info/2015/01/foreign-fighter-total-syriairaq-now-exceeds-20000-surpasses-afghanistan-conflict-1980s/> (ultimo accesso: 6 aprile 2016).

[19] I. Manners, Normative Power Europe: A Contradiction in Terms, Journal of Common Market Studies, Vol. 40, No. 2, 2002, pp. 235-58, <http://polsci.colorado.edu/sites/default/files/5B_Manners.pdf> (ultimo accesso: 6 aprile 2016).

[20] R. Cooper, The Breaking of Nations: Order and Chaos in the 21st Century, Atlantic Books, London 2004.

[21] Questo cambiamento culturale è già identificabile, per esempio, nel Libro Bianco per la Sicurezza Internazionale e la Difesa pubblicato dal Governo Italiano nel 2015. Si veda A. Gilli, Alessandro R. Ungaro e A. Marrone, Strategy and Defence in Italy: The Italian White Paper for International Security and Defence, in «RUSI Journal», Vol. 160, No. 6, 2015, pp. 34-41, <http://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/03071847.2015.1122978> (ultimo accesso 6 aprile 2016).

L’autore

Andrea Gilli è attualmente Post-doctoral Fellow al Center for Security Studies della Metropolitan University Prague (Praga, Repubblica Ceca). È stato consulente di istituzioni private e pubbliche operanti nel campo della difesa e della sicurezza, ed è stato affiliato, tra gli altri, al Saltzman Institute of War and Peace Studies della Columbia University di New York, allo European Union Institute for Security Studies di Parigi, al Center for Transatlantic Relations della SAIS/Johns Hopkins University (Washington, DC) e al Royal United Services Institute di Londra. Ha ottenuto un Dottorato di Ricerca (PhD) dallo European University Institute di Fiesole in Scienza Politica, un Master in Relazioni Internazionali dalla London School of Economics and Political Science e una laurea quadriennale in Scienze Politiche dall’Università di Torino. Nel 2015 ha vinto il premio bi-annuale della European Defence Agency e dell’Egmont Institute per la miglior tesi di dottorato sulla Strategia, Sicurezza e Difesa Europea.

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