Capire le intenzioni del nemico

25 novembre 2013

di Matteo Faini

Copertina International Security

di Matteo Faini

Il 3 febbraio 1937 Hermann Göring, Ministro dell’Aeronautica del Terzo Reich e braccio destro di Hitler, ebbe una lunga e sorprendentemente franca conversazione con l’aviatore nonché agente segreto britannico Malcolm Christie:

“Qual è”, chiese Christie, “l’obbiettivo della Germania in Europa?”
“Vogliamo avere mano libera nell’Est Europa. Vogliamo riunire i popoli tedeschi”, fu la risposta perentoria di Göring.
“Intende dire prendersi l’Austria?”
“Sì”.
“Intende dire prendersi la Cecoslovacchia?”
“Sì”.[1]

Christie si affrettò a mandare un rapporto al suo capo, il Sottosegretario Permanente del Foreign Office, Robert Vansittart. Dal 1933, anno in cui Hitler salì al potere, Vansittart si sforzava invano di convincere i leader politici e militari britannici delle intenzioni aggressive ed espansioniste della Germania Nazista. Come tanti altri documenti, il rapporto di Christie fu probabilmente ignorato dagli altri leader britannici o interpretato come una spacconata del ministro del Fuhrer. Solo con l’invasione della Cecoslovacchia nel marzo del 1939, il Primo Ministro Neville Chamberlain capì che le intenzioni della Germania Nazista non si limitavano a qualche ritocco dello status quo in Europa Orientale atto a bilanciare le ingiustizie subite con il Trattato di Versailles. Finalmente convintosi di avere di fronte una potenza aggressiva ed espansionista, Chamberlain promise pubblicamente di intervenire in difesa della Polonia nel caso in cui fosse stata attaccata. Neanche sei mesi dopo, l’attacco tedesco contro la Polonia diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

Così come il dibattito tra Vansittart e i fautori dell’appeasement, molti dei dibattiti di politica estera sono, in ultima analisi, dibattiti sulle reali intenzioni di uno stato nemico. Capire le intenzioni altrui è tanto difficile quanto importante. In pochi però finora hanno rigorosamente analizzato come i decisori politici e le agenzie di intelligence stimino le intenzioni del nemico. È dunque benvenuta l’analisi di Yarhi-Milo, professoressa dell’Università di Princeton, pubblicata nell’ultimo numero di International Security sotto il titolo “In the Eye of the Beholder. How Leaders and Intelligence Communities Assess the Intentions of Adversaries”[2].

Yarhi-Milo confronta tre tesi riguardo al modo in cui vengono stimate le intenzioni del nemico e ne valuta l’efficacia analizzando tre casi storici: l’Amministrazione Carter e l’Amministrazione Reagan nei confronti dell’Unione Sovietica e i leader britannici nei confronti della Germania Nazista.

La prima tesi, detta del comportamento, si basa sulla logica dei segnali costosi (costly signals). Per massimizzare la propria posizione negoziale gli Stati hanno due interessi solo all’apparenza contrastanti. Da un lato, hanno interesse a far credere ai propri avversari di essere più forti e più risoluti di quanto davvero non siano. Dall’altro, hanno interesse a far credere di essere sinceramente intenzionati a rispettare un eventuale accordo. Come può dunque uno Stato che è realmente forte, risoluto  e sincero distinguersi da altri che non lo sono? Le parole, da sole, non bastano. Esso dovrà assumere dei comportamenti aventi un costo tale che altri Stati, meno forti, risoluti e/o sinceri, non avrebbero avuto interesse a sopportare. Dovrà, ad esempio, accettare di sottoporsi ad intrusivi accordi di controllo degli armamenti, o mettere in gioco la propria credibilità con affermazioni pubbliche che potrà smentire solo pagando un prezzo molto alto. È in base a questi comportamenti costosi, e solo ad essi, che un leader dovrebbe dunque stimare le intenzioni del proprio avversario.

In base alla seconda tesi, detta delle capacità, i leader stimano le intenzioni dell’avversario considerando la sua forza militare. Questa stima segue due percorsi logici. In primis, i leader sono indotti da considerazioni di sicurezza a presupporre il peggio riguardo le intenzioni degli avversari. In secondo luogo, dedicare una fetta crescente delle proprie risorse alla forza militare viene visto come un segnale costoso, e dunque credibile, delle intenzioni dell’avversario. Queste due tesi condividono un’impostazione razionalista della politica internazionale, in cui i decisori politici formulano le proprie stime e agiscono in base a processi cognitivi logici e universali.

La tesi dell’attenzione selettiva, preferita da Yarhi-Milo, fa a meno della presunzione di razionalità, basandosi invece sulle aspettative dei decisori politici e sulle distorsioni indotte dalla struttura organizzativa delle agenzie di intelligence.

Concentriamoci prima sui decisori politici. Secondo questa tesi essi non recepiranno tutti i segnali costosi e non ignoreranno tutti i segnali non costosi. Invece, i decisori politici tenderanno a interpretare le azioni dell’avversario in base alle immagini preesistenti che hanno dell’avversario stesso. Chi, dunque, crede che l’avversario sia aggressivo sarà meno disposto a recepirne gli eventuali segnali rassicuranti, anche se costosi. Chi invece crede che l’avversario abbia intenzioni pacifiche tenderà ad avvalorare i segnali rassicuranti e a ignorare quelli aggressivi, senza considerare il costo delle azioni stesse al fine di determinarne la credibilità. Questo non significa che i decisori politici non possano cambiare idea riguardo alle intenzioni dei propri avversari. Lo faranno però su basi che farebbero inorridire un teorico razionalista, ossia basandosi su informazioni e gesti vividi, memorabili, che colpiscono l’immaginazione. Particolarmente importanti sono le interazioni personali con i leader dello Stato avversario. Una conversazione amichevole o uno sguardo terrificante possono essere più importanti di asciutte e presto dimenticate statistiche sulla forza militare o della disponibilità ad accettare ispezioni intrusive.

Le agenzie di intelligence solitamente non interagiscono direttamente con i leader degli stati avversari e non si lasciano dunque influenzare da gesti vividi e memorabili. Esse tendono invece a concentrarsi sulla raccolta e sull’analisi della forza militare degli avversari. Col tempo, questo loro monitoraggio continuo della forza militare altrui le induce in una sorta di ristrettezza mentale che fa sì che stimino le intenzioni degli avversari esclusivamente in base alla forza militare stessa. Le agenzie di intelligence finirebbero così per sclerotizzarsi e per basare le proprie stime su quella che Yarhi-Milo chiama, con un pizzico di cattiveria, la conta dei fagioli (bean-counting practices).

La dettagliata analisi storica, basata su migliaia di documenti primari, dimostra la maggior validità empirica della tesi dell’attenzione selettiva. Chamberlain, Carter, Reagan e i propri assistenti hanno ripetutamente ignorato segnali costosi in contrasto con le proprie aspettative, dando invece grande importanza alle interazioni personali con i leader della parte avversa. Inoltre, le stime delle intenzioni formulate negli Annual and Strategic Reviews of the British Chiefs of Staff e nei National Intelligence Estimates americani si sono basate per lo più sulla forza militare dell’avversario. Prima però di accogliere in toto la tesi dell’attenzione selettiva, è necessario fare una serie di riflessioni critiche.

In primo luogo, la tesi dell’attenzione selettiva soffre di una certa indeterminatezza nelle proprie previsioni sui decisori politici. Essi possono cambiare idea sulle intenzioni dell’avversario in base alle proprie interazioni personali e in base a gesti vividi anche se non costosi, ma non è detto che lo facciano. Essi possono ignorare segnali costosi che, secondo la prospettiva razionalista, dovrebbero fungere da validi indicatori delle intenzioni ma, anche qui, non è detto che lo facciano. Prova ne è il fatto che all’interno di una stessa amministrazione alcuni membri finiscono per modificare le proprie stime e altri no, ma nessuna previsione è fatta riguardo a chi esattamente finirà per farlo. La tesi dell’attenzione selettiva risulta così difficilmente falsificabile, e dunque scientificamente dubbia.

Proprio per questo i maggiori riscontri empirici a favore della tesi dell’attenzione selettiva non dovrebbero sorprendere. Da un lato, le teorie più complesse e non costruite su presupposti restrittivi come quello di razionalità, tenderanno a fornire spiegazioni più complete ex post, ma più vaghe e indeterminate ex ante. Dall’altro, l’importanza delle interazioni personali e dei gesti vividi e memorabili è sempre stata presente agli attori della politica internazionale, basti pensare allo sguardo truce di Cesare Borgia nei confronti dell’inviato fiorentino Niccolò Machiavelli o alla scarpa battuta sul tavolo di Nikita Khrushchev.

La teoria dell’attenzione selettiva formula una previsione più precisa per quanto riguarda le agenzie di intelligence. Qui, però, la previsione non appare convincente. Come si è detto, Yarhi-Milo basa la sua analisi sui National Intelligence Estimates americani e sui documenti dei Chiefs of Staff britannici. La scelta di consultare questi documenti e non altri ha sviato in parte le sue conclusioni.

Si prenda il caso britannico. Il compito principale dei Chiefs of Staff non era quello di stimare le intenzioni dell’avversario. Questo compito era invece riservato al Foreign Office, assai geloso della propria titolarità esclusiva dell’analisi di quella che veniva chiamata intelligence politica[3]. I Chiefs of Staff avevano il compito di monitorare le forze armate avversarie. Davvero non sorprende dunque che, nelle rare volte in cui si avventurarono nella stima delle intenzioni, lo facessero in base alla forza militare. Se, a esempio, Yarhi-Milo avesse consultato i documenti dell’Industrial Intelligence Center, il cui compito era quello di monitorare la forza economica e i piani per la mobilitazione industriale in caso di guerra, avrebbe scoperto che le sue stime sulle intenzioni del nemico si basavano sui piani industriali[4].

Altre due ragioni mi inducono a credere che le stime delle agenzie di intelligence non possano essere ridotte alla mera conta delle forze armate avversarie. In primo luogo, sia le agenzie di intelligence americane sia quelle britanniche non avevano, per quanto si sappia, né fonti ad alto livello nei governi avversari né la capacità di intercettare e decodificare le comunicazioni più importanti tra i leader politici[5]. Sono queste le fonti più utili per stimare le intenzioni dell’avversario. La forza militare sarebbe dunque un second best, a cui si ricorre solo in mancanza di fonti più dirette. In secondo luogo, la stessa natura dei National Intelligence Estimates, con tutta una serie di agenzie di intelligence coinvolte nella produzione di una stima il più possibile condivisa, verosimilmente induce le varie agenzie a trovare un compromesso al ribasso, basato il più possibile su dati incontrovertibili. Dovendo fare una stima delle intenzioni, e sapendo quanto politicamente controverse queste stime siano state in passato[6], le agenzie sarebbero indotte a basarsi sui dati più solidi e incontestabili quali le forze militari.

La tesi dell’attenzione selettiva della Professoressa Yarhi-Milo non risulta dunque del tutto convincente. Rimane pur sempre un passo avanti significativo verso spiegazioni più empiricamente valide rispetto alle tesi razionaliste che la precedevano. Chi dovesse cimentarsi con l’importante questione della stima delle intenzioni avversarie non potrà ignorare il suo contributo.

 


[1] Citato in Andrew, Christopher Her Majesty’s Secret Service. The Making of the British Intelligence Community, Penguin Books, New York, 1985, p.391.

[2] Yarhi-Milo, Keren “In the Eye of the Beholder. How Leaders and Intelligence Communities Assess the Intentions of Adversaries”, International Security, Vol.38, No.1, Summer 2013, pp.7-51, <http://www.mitpressjournals.org/doi/pdf/10.1162/ISEC_a_00128> (ultima consultazione 2013-11-22)

[3] Andrew op. cit. p.410

[4] Si veda Watt, Donald Cameron “British Intelligence and the Coming of the Second World War in Europe”, in Ernest May (a cura di) Knowing One’s Enemies, Princeton University Press, Princeton, 1984, pp.238-270, specialmente p.245.

[5] Andrew op. cit. p.401 e Weiner, Tim The Legacy of Ashes. The History of the CIA, Doubleday, New York, 2007 pp.417-418 e 433.

[6] A esempio, durante l’Amministrazione Ford due diverse squadre di analisti arrivarono a conclusioni radicalmente diverse sulle intenzioni sovietiche. La parziale pubblicazione di queste stime suscitò una feroce polemica politica. Si veda Rovner, Joshua Fixing the Facts. National Security and the Politics of Intelligence, Cornell University Press, Ithaca, 2011, pp.113-136.

 

L’autore

Matteo Faini è  Bradley Fellow del Department of Politics dell’Università di Princeton dove sta scrivendo una tesi di dottorato sui rapporti tra agenzie di intelligence e decisori politici.
Per il nostro sito ha scritto anche Machiavelli analista di intelligenceSherman Kent e il ruolo dell’intelligence nel processo di policy e “Lo sai tenere un segreto?”.

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Categoria: Approfondimenti

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